Educazione

Genitori imperfetti: tutte le risposte dell'esperto alle vostre domande

Di Valentina Murelli
genitori_imperfetti
28 Marzo 2019
Come farsi ascoltare dai figli, ottenendo che facciano quello che desideriamo? Come comportarsi di fronte ad atteggiamenti molto oppositivi? Come costruire la giusta alleanza educativa tra genitori? Suggerimenti e consigli del pedagogista e autore Daniele Novara
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Quante volte, da genitori, ci sentiamo imperfetti: indecisi su come reagire a certe situazioni, su come “fare squadra” tra noi (mamme e papà), su quali regole mettere e sul modo migliore per farlo (e per farle rispettare). A tratti quello di genitori può sembrare un compito difficilissimo, ma qualche “trucco” c'è: qualche strategia che può dare una mano a trovare e mantenere la rotta in tutte queste difficoltà. Molte le avete espresse nel corso della diretta di nostrofiglio.it dedicata appunto ai “genitori imperfetti”, rivolgendo le vostre domande a Daniele Novara.

 

Riguarda il video della diretta

Daniele Novara è pedagogista, autore e formatore, fondatore del Centro psicopedagogico per la gestione dei conflitti di Piacenza. Inoltre, dirige la rivista Confilitti e insegna al master in Formazione interculturale dell'Università Cattolica di Milano. Ha ideato vari strumenti nella logica del metodo maieutico, avviato una Scuola genitori di grande successo, e scritto numerosi libri tra i quali:

 

  • Litigare fa bene. Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti per crescerli più sicuri e felici (2013);
  • Urlare non serve a nulla. Gestire i conflitti con i figli per farsi ascoltare e guidarli nella crescita (2014);
  • Punire non serve a nulla. Educare i figli con efficacia evitando le trappole emotive (2016);
  • Non è colpa dei bambini. Perché la scuola sta rinunciando a educare i nostri figli e come dobbiamo rimediare. Subito (2017);
  • Cambiare la scuola si può (2018).

 

Ecco le risposte a tutte le vostre (e nostre) domande

 

 

 

Perfezione o organizzazione?


Davvero bisogna puntare a diventare genitori perfetti? (Redazione)
No, è una provocazione. Il genitore perfetto non solo non può esistere, ma non deve esistere, perché altrimenti farebbe danni. È vero però che come genitori possiamo e dobbiamo cercare di migliorarci e dico subito che tanta parte di questo miglioramento passa attraverso una migliore organizzazione.

 


Educare bene i figli è un fatto organizzativo: ogni giorno prendiamo molte decisioni rispetto alla loro educazione, alla loro crescita, alla loro vita, e dobbiamo farlo nel modo più efficace possibile, tenendo conto del criterio fondamentale dell'organizzazione.

 

Organizzazione vuol dire anche accordo, condivisione, tra genitori? Come fare per ottenerlo? (Redazione)
Sì. Anzi, la condivisione tra genitori dovrebbe essere proprio il primo elemento organizzativo e i bambini se la aspettano. Per esempio: le regole bisogna metterle insieme, mai da soli. La regola messa da un solo genitore è foriera di molti equivoci con i figli. Per fare questo, però, bisogna parlarsi: spesso mamma e papà sono in crisi con i figli perché parlano troppo con i figli e troppo poco tra di loro.

 

In questo aspetto organizzativo di condivisione dei genitori personalmente faccio rientrare la questione del lettone, che ritengo dovrebbe rimanere segno dell'intangibilità della coppia. Penso che dopo i tre anni i bambini dovrebbero essere educati a dormire nel loro letto, e non più nel lettone.

 

Come ci si deve organizzare quando si è separati? (Simona)
In effetti non è semplice. Di sicuro vale la regola di continuare a condividere le regole principali per i figli. E bisogna stare attenti a non passare ai figli informazioni confuse e destabilizzanti: la famosa "pizzata" tutti insieme potrebbe sembrare una buona idea, un momento in cui la famiglia si ricompone per il bene del bambino, ma lui potrebbe pensare che allora mamma e papà sono pronti a tornare insieme.

C'è anche da dire che durante una separazione i giudici dovrebbero farsi carico dell'organizzazione degli aspetti educativi dei figli, e invece questo accade raramente.

 

Educazione e autonomia


Quando finisce il compito dei genitori? I figli vanno seguiti anche quando sono adulti? (Marinella)
Quando sono adulti certamente no, i figli devono allontanarsi dalla famiglia di origine. È un movimento che comincia durante l'adolescenza, quando i figlioli vogliono uscire dal nido materno: in questa fase mamme e papà devono riuscire a gestire l'allontanamento, non fare di tutto per riportare il figlio dentro il nido.

 

 

Se per tutta l'infanzia ha prevalso la componente più materna, accudente, a partire dagli 11-12 anni diventa più importante la regolazione paterna che dovrebbe agevolare il distacco educativo. Attenzione: non significa “liberi tutti”. Dei paletti devono continuare a esistere (gli orari di rientro, la gestione della tecnologia digitale), ma si possono negoziare e in ogni caso bisogna favorire il distacco, l'autonomia.

 

 

Bambini e tecnologie digitali


Si possono fare vedere dei video sullo smartphone a bimbi di due anni, o è meglio evitare? (Anna)
Meglio evitare, e non lo dico solo io ma tutta la letteratura scientifica internazionale, che concorda sul fatto che nei primi tre anni di vita i bambini dovrebbero fare una vita totalmente esperienziale, sensoriale, perché devono imparare a controllare quello che fanno, mentre con i dispositivi digitali non hanno controllo, subiscono. E questo comporta una deprivazione sul piano cognitivo.

 

 

 

Ascoltare, raccontare


Come riuscire a farsi ascoltare dai bambini? (Jessica, Alessia)
Abbiamo parlato dell'importanza dell'organizzazione e l'idea dell'ascolto non è un'idea organizzativa. Noi non dobbiamo avere come obiettivo il fatto che i figli ci ascoltino, ma che facciano la cosa giusta. Sono due temi diversi.

Il tema dell'ascolto è emotivo, quasi di pretesa di riconoscimento da parte del genitore, in quanto figura di accudimento. Il tema del “fare la cosa giusta” è organizzativo. Dunque per ottenere che il bambino si lavi le mani prima di cena, o si tolga le scarpe appena entrato in casa, non servono le insistenze, non serve a nulla ripetere la richiesta cento volte (tra l'altro, il pensiero infantile è molto abitudinario: se si abitua un bambino alle ripetizioni, all'insistenza, non lo si schioda più): bisogna invece fare squadra tra genitori (per cui entrambi devono essere d'accordo sulla regola data, e comportarsi di conseguenza), essere molto concreti nel mostrare cosa va fatto (mostrando che si è primi a togliersi le scarpe o a lavarsi le mani), aspettare il momento giusto. Se si chiede al bambino di lavarsi le mani mentre è impegnato in un'attività per lui super interessante è difficile che dia subito retta. Le parole in tutto ciò servono pochissimo. 

 

 

Altro esempio: la composizione dello zaino per la scuola. Inutile perdersi in mille spiegazioni su come fare, perché va fatto in un certo modo e così via. Bisogna dare l'esempio: si prendono libri, quaderni e materiale scolastico e per alcuni giorni lo si compone insieme al bambino in modo adeguato. Il pensiero infantile è concreto, non astratto.

 

Il fatto è che il bambino ha proprio una difficoltà fisiologica ad ascoltare: dopo cinque parole si è perso. Non servono insistenze o ramanzine ma occorrono informazioni di servizio, pratiche, operative, procedurali.

 

Come posso aiutare mio figlio di sette anni a farmi raccontare di più quello che fa a scuola? (Tatiana)

Nessun bambino ama raccontare quello che fa a scuola. Non lo amano perché la scuola è un ambiente loro e perché davanti a domande ampie (“cosa hai fatto oggi a scuola?”) non saprebbero bene cosa raccontare, cosa selezionare. Si può provare a fare qualche piccola domanda diretta tipo: “Che laboratorio avete fatto?”, “Cosa avete disegnato?”

 

Il lettone


Come posso aiutare mio figlio di sette anni a dormire nel suo letto? Di notte viene spesso nel lettone (Tatiana)
Anche in questo caso si tratta di una questione organizzativa: quando il bambino si sveglia e si trasferisce nel lettone bisogna riaccompagnarlo nel suo letto e sedersi accanto a lui fino a quando non si riaddormenta. A sette anni occorre circa una settimana per stabilizzare la nuova abitudine, a patto però che ci sia coerenza nell'agire: se uno notte lo si riaccompagna e quella dopo lo si lascia stare nel lettone il bambino va in confusione e l'abitudine non si stabilizza.

 

 

 

Bambini dispotici e oppositivi


A volte ci sono genitori come intimoriti di fronte a bambini che sembrano voler comandare, dettare legge. Qual è il problema e come lo si affronta? (Redazione)
I segnali tipici della presenza di un bambino tirannico-dispotico in una famiglia sono l'eccesso di servizievolezza da parte dei genitori e l'eccesso di delega decisionale. Non si può chiedere a bambini di quattro, cinque, sei o sette anni di decidere qualunque cosa (chi ti fa dormire questa sera? Domenica andiamo da questi nonni o dagli altri? Quando vuoi fare i compiti? Ceniamo con la tv accesa o spenta?). No: ci deve essere una maggiore capacità del genitore di offrire abitudini e sicurezze procedurali che permettano ai bambini di sapere cosa succede dopo. Se si lascia che il bambino decida qualunque cosa, alla fine imparerà a comandare, ma attenzione: nessun bambino vuole comandare sui genitori, perché rischia di diventare un orfano educativo.

 

 

 

Come si può fare con un bambino gravemente oppositivo, che dice sempre no per partito preso? (Ciccina)


Bisogna anzitutto considerare che i bambini hanno delle fasi di grande oppositività, per esempio nel terzo anno di vita (i cosiddetti terrible two). È fisiologico e secondo me è un bene che siano così attivi, vivaci, capaci di tirare fuori tutto. Detto questo, come sempre, sta al gioco di squadra dei genitori riuscire a gestirli.

 

 

Cosa fare se il bimbo risponde al “NO” piangendo così intensamente da andare in apnea? (Viviana)
Può darsi che non sia una vera apnea, ma in ogni caso il bambino quando reagisce così intensamente si trova in uno stato emotivo di blocco e bisogna dargli il tempo di smaltire questa situazione.

Detto questo, ricordiamoci che il “NO” non è un metodo pedagogico efficace con i bambini. Aiuta in adolescenza, ma durate l'infanzia non è utile perché attiva il pensiero dicotomico dei bambini, tutto centrato sulla contrapposizione bianco/nero, facendoli andare in corto-circuito emotivo. Meglio ricordare la regola che è stata infranta – non in termini di comando, ma di procedura – poi prendere tempo per permettere al cervello del bambino piccolo di ristrutturarsi rispetto al corto-circuiti in cui è finito, magari cercando di distrarlo. In generale sempre meglio evitare di mettersi in “muro contro muro” con un bambino: quello che serve da parte dei genitori è un atteggiamento positivo, non oppositivo.

 

 

Bambini “fisici”


Mio figlio ha iniziato a pizzicare gli altri bambini, tirare i capelli, morsicare. Come posso fare per dissuaderlo? Io continuo a rimproverare ma non serve a nulla (Desiree)
Il litigio fa parte della vita dei bambini: non li si può dissuadere da questo, è la cosa più normale del mondo che si accapiglino tra di loro, e che tra di loro trovino l'autoregolazione, la composizione. In genere, finisce che uno dei due si ritira dalla mischia, ma se interviene l'adulto finisce che i bambini si rivolgono a lui e perdono questa capacità di autoregolazione. Se non si interviene, in genere entro un minuto i bambini fino a sei anni risolvono da soli, dopo di che li si può invitare a parlare tra di loro. Evitare, invece, di cercare il colpevole, rimproverare, assegnare punizioni.

 

 

 

Genitori e gioco


Non riesco a giocare con mia figlia, mi innervosisco facilmente. Come posso fare? (Giulia)
Smettere di giocare con la bambina. È normale innervosirsi perché il ruolo dei genitori non è giocare, ma educare. Quello che i genitori devono fare, però, è creare le condizioni perché i bambini possano giocare, facendo in modo che abbiano giochi adeguati alla loro età, invitando a casa i coetanei, portandoli al parco.

 

 

 

Capricci


Come si fa con i neonati che fanno capricci? A 10 mesi la mia bimba ha già cominciato (Niky)
Parlare di capricci per un bambino così piccolo è improprio. Il bambino non mette in atto certi comportamenti per dare fastidio ai genitori, ma perché è estremamente instabile sul piano emotivo e sta cercando di esplorare con i primi movimenti autonomi il suo ambiente. Per uscire da certi atteggiamenti si può cercare di distrarlo e avere molta pazienza, anche quando si arrabbia di fronte a certi divieti. L'importante è non perdere la calma e non mettersi a urlare con un bambino così piccolo.

 

 

 

Ciuccio


Come dissuadere un bimbo di due anni dal continuo desiderio di ciuccio? (Domenico)

 

 

La mia bimba di 3 anni di giorno sta senza ciuccio, ma lo usa di notte per andare a nanna. Come aiutarla a far sì che si senta pronta a non usarlo più? (Valeria)
 

Una premessa sul ciuccio, che ritengo vada usato solo in particolari situazioni, per esempio di notte quando la mamma ha delle difficoltà a gestire i risvegli del bambino, mentre di giorno andrebbe evitato. Detto questo, rispetto al cambiamento delle abitudini il bambino si tara sulla determinazione dei genitori: se questi sono determinati (e sereni) nelle loro risoluzioni, il bambino le accoglie con tranquillità. Se ci sono incertezze, tentennamenti il bambino va in confusione. Anche in questo caso si tratta di mandare segnali chiari e concreti e di organizzarsi di conseguenza: di notte, per esempio, si può offrire un pupazzo al posto del ciuccio.

 

 

Papà assente


Una mamma ce la fa da sola ad educare i figli se il padre è sempre assente? (Grazia)
Durante l'infanzia il problema è limitato. Certo, la figura del papà nei primi anni di vita è comunque importante, ma in questa fase i figli cercano soprattutto l'accudimento materno. Il problema si pone soprattutto durante l'adolescenza, quando i figli vogliono uscire dal nido materno e se il padre non c'è rischiano di non trovare una sponda che li aiuti in questo. In questi casi sarà la madre a dover fare anche il padre, abbandonando atteggiamenti di accudimento e controllo di tipo materno per assumere una maggiore distanza educativa.

 

 

 

Interazioni difficili


Il mio bimbo di sette anni è bullizzato (in modo leggero) a scuola da qualche compagno. Cosa dirgli? (Elisabetta)
A sette anni è presto per parlare di bullismo, per quanto in forma leggera. Più probabilmente siamo ancora nell'ambito dell'aggressività e delle prepotenze reciproche tipiche dell'infanzia, che vanno gestite cercando di far parlare i bambini tra di loro, in modo che ciascuno possa dare la propria versione, senza intromissione di genitori o insegnanti alla ricerca di un eventuale colpevole.
versione, senza intromissione di genitori insegnanti alla ricerca di un eventuale colpevole, come spiego nel mio metodo "Litigare Bene".