Metodi educativi

La sedia della riflessione: serve o non serve?

Di Alessia Calzolari
copiadiipakk52w8
09 Aprile 2018
Davanti ai capricci di un bambino, spesso si tende a farlo sedere e farlo riflettere sul suo comportamento. Due esperti ci spiegano se e perché questo metodo educativo è efficace o meno
Facebook Twitter Google Plus More

"Basta, adesso ti siedi qui e rifletti su quello che hai fatto!": alzi la mano chi non l'ha mai esclamato ad alta voce, nel caso in cui un piccino abbia portato allo stremo della sopportazione mamma e papà (ma anche insegnanti, educatori, nonni, cuginetti e amichetti). In pedagogia questo tipo di intervento viene chiamato sedia della riflessione: la pedagogista Marta Bruzzone di mammechefatica.it e l’educatore comportamentale e docente Claudio Cutolo spiegano se e come questa strategia può essere un modo efficace per contenere un comportamento un po' troppo sopra le righe.

 

 

Dare dei limiti ma non umiliare

 

La dott.ssa Bruzzone condivide in parte questo metodo educativo: «È corretto riprendere il bambino e dargli un limite quando sta esagerando». Come spiega la pedagogista, «è sempre stato così e, forse, in questo periodo storico in cui noi adulti siamo più fragili è ancora più necessario e giusto riprendere i bambini».

Se, quindi, l’esperta è concorde in linea teorica con la sedia della riflessione, ci sono degli aspetti di questa pratica che la lasciano perplessa: «Il punto su cui non mi trovo d’accordo è il fatto che con questa pratica si rischia di umiliare un piccino già di per sé vivace, che ancora non ha gli strumenti per contenersi. Il bambino ha bisogno dell’aiuto di un adulto per costruire il metodo per calmarsi, che gli deve spiegare perché non ci si comporta in quel modo». Stare seduto su una sedia in silenzio potrebbe quindi non essere una situazione per lui comprensibile.

 

La sedia della riflessione in classe

 

«Certo, questo non significa che bisogna aver paura di riprendere un bambino» chiarisce la pedagogista. «Il vero maestro, leader o adulto in generale non ha bisogno di urlare: gli basta uno sguardo o un gesto per far capire al bambino che sta esagerando. Bisogna, inoltre, tener conto anche di un altro aspetto: se si è con un gruppo di bambini, come ad esempio in classe, gli altri bambini imparano da ciò che vedono. Anche noi adulti spesso ci ricordiamo ancora benissimo alcune cose che faceva la nostra maestra. Che senso ha quindi umiliare un bambino? Se fosse sempre lo stesso piccino a dover andare sulla sedia della riflessione? C’è più che altro bisogno di un buon momento costruttivo in cui si riflette insieme sull'accaduto».

 

L'invito è quindi ad immedesimarsi nei piccini e cercare di trovare strategie comunicative che possano essere comprese da loro. «Chi sa stare in modo autentico con i più piccoli automaticamente avrà meno bisogno di imporre dei limiti, perché i bambini hanno imparato dall’adulto come comunicare e condividere. Con questo non voglio giustificare i piccoli molto vivaci, ma penso sia fondamentale mettersi nei loro panni: a noi piacerebbe se la maestra ci sgridasse sempre?».

 

La sedia della riflessione in famiglia

 

La sedia della riflessione viene usata sia a scuola, che a casa: due ambienti molto diversi tra loro. Ciò nonostante la dott.ssa Bruzzone rimane dello stesso parere: «In famiglia vale lo stesso discorso, anche se il contesto è diverso: la casa è un ambiente più intimo, ma i princìpi sono gli stessi».

 

Invece di mettere un bambino seduto su una sedia a pensare, «bisogna lavorare sulle risorse dell’adulto di tollerare il capriccio, spesso causato dalla distanza che si è creata mentre il bambino era all’asilo o scuola. Il concetto è che è bello andare a scuola e stare con i propri coetanei, ma allo stesso tempo è anche faticoso star lontano da mamme e papà. Il messaggio che deve passare è che io genitore comprendo questa difficoltà, ma non mi sento in colpa per il distacco e continuo a dare dei limiti, perché è questo il mio ruolo da adulto».

 

La sedia della riflessione funziona?

 

Si potrebbe (forse) soprassedere sugli effetti psico-emotivi, se la sedia della riflessione funzionasse dal punto di vista educativo. «In realtà se il bambino è troppo piccolo, fino ai 24 - 36 mesi circa, comunque dopo 5 minuti rifà la stessa cosa per cui era stato messo sulla sedia della riflessione. A quest’età non è ancora capace di interrompere un comportamento e attivarne uno nuovo, ha bisogno di sperimentare la ripetizione per crescere. Anche quando capisce che non deve fare una determinata cosa, continua a reiterare il comportamento per il senso di trasgressione tipico di quell’età».

 

 

 

Sì alla sedia della riflessione, se è una sedia-camomilla

 

Claudio Cutolo è più propenso all’uso della sedia della riflessione, se concepita come modo per calmare un bambino. «Il presupposto è che la scuola e i genitori devono fornire strumenti e regole, ma senza essere eccessivi. Una volta si infliggevano le punizioni corporali, oggi non si fa consumare la merenda, ad esempio. Agli adulti servono, però, dei mezzi, soprattutto nella società di oggi in cui i bambini sono più ingestibili e gli strumenti sempre meno, visto che i genitori addirittura biasimano i rimproveri degli insegnanti» spiega l’esperto.


«Quello che facciamo noi nella nostra scuola, è utilizzare il così detto time out: quando il comportamento è eccessivo c’è un momento in cui fermarsi, anche quando si fa attività motoria: si esce dal gioco, ci si calma e si rientra. Per questo preferisco definire la sedia "della riflessione", una "sedia calmante".

Anche perché la parola "riflettere" in questo caso viene usata in maniera impropria. Per un bambino "star seduto in silenzio su una sedia" e "riflettere" assumono lo stesso significato e al termine “riflessione” viene associato un sentimento negativo: quando il bambino sta su questa sedia, è in un momento di rabbia e rancore, non è di certo in grado di riflettere (come un adulto non è in grado di pensare, quando è arrabbiato)».

 

Come usare la sedia calmante

 

Secondo l’insegnate, bisogna prestare alcune piccole attenzioni, se si vuole applicare in maniera efficace questo metodo educativo. «La sedia calmante non deve durare più di 30 secondi, 1 minuto al massimo» racconta Claudio Cutolo.


«Quando poi il bambino si è calmato ed è di nuovo in grado di ragionare e razionalizzare, gli si può spiegare cosa ha fatto. A quel punto capisce. A me poi piace molto finire con un abbraccio, o un semplice “batti il 5” se il bambino non ama il contatto fisico, per sdrammatizzare e sancire che è tutto finito».

 

«La sedia non deve mai essere lontana, in un angolo o rivolta verso il muro: non è un castigo. La punizione non è una vendetta, ma dovrebbe avere un effetto educativo, cioè preparare alla vita adulta. Bisogna insegnare – in maniera adeguata all’età del bambino - che ci sono delle conseguenze alle proprie azioni: non basta dire solo che ha sbagliato, non è un metodo incisivo e il bambino non impara».

 

 

Un momento di stacco

 

«Lo stesso concetto vale anche in casa e in famiglia» spiega Claudio Cutolo. «È un momento di pausa per staccare e poi tornare a fare ciò che si stava facendo in maniera adeguata. Non è una punizione, che in generale non dovrebbe esistere, ma un’azione improntata a non far ripetere l’atto».