Educazione: come mantenere la giusta distanza

Come mantenere la giusta distanza nell'educazione dei figli

Di Alessia Calzolari
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15 Marzo 2018
Il manuale del buon genitore non esiste, ma ci sono alcuni consigli che possono aiutare mamma e papà a crescere i loro bambini nel modo migliore possibile e a mantenere la giusta distanza sul piano educativo (non mettendosi "alla pari"): ​ecco come farlo nella vita di tutti i giorni
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Mettersi alla pari dei figli può rivelarsi non solo inadeguato ma addirittura dannoso per la crescita dei bambini: per poter rispettare i tempi dei figli e fare richieste adeguate è necessario conoscere le tappe dello sviluppo e considerare sempre che la giusta distanza è fondamentale per non compromettere i rapporti adulto-bambino. E' quanto sostiene Paolo Ragusa, formatore e direttore della Scuola di Counseling Maieutico del CPP (Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti).

Nell’ultimo incontro della Scuola Genitori, che si svolgerà il 19 marzo a Milano, il dott. Ragusa spiegherà come mantenere la giusta distanza dai propri figli, in modo da educarli, e quindi aiutarli a crescere, al meglio.

 

Ecco alcuni suoi consigli che riassumono come non mettersi alla pari dei propri bambini.
 

 

 

Cosa significa non educare alla pari

 

 

«I genitori di oggi si trovano ad affrontare il tema inedito della vicinanza: in epoche diverse dalla nostra questo problema non c’era», spiega Ragusa.

«Una volta non c’era uno spiccato interesse per il mondo dell’infanzia: i piccini erano visti coma una sorta di "bagagli" da portare avanti. Oggi, dopo una sorta di "mutazione antropologica", c’è molta attenzione per tutto quello che riguarda i bambini».

A questo proposito, è bene sapere che «non è adeguato educare i figli alla pari», cioè trattarli come tratteremmo un adulto, per usare delle parole semplici. Ma cosa significa poi nella pratica? «Non si può chiedere ai bambini cose che non possono sapere. L’interesse nei loro confronti va strutturato, tenendo conto delle loro fasi evolutive e dei loro bisogni. Educare alla pari è fonte di equivoci. Il mito che i bambini sanno cosa vogliono, che possono educarsi da soli è, appunto, un equivoco. C’è bisogno di un riferimento adulto».

 

 

1. No alle pratiche educative eccentriche

 

Il primo consiglio che dà Ragusa riguarda il modo di educare: «Bisogna uscire dalle pratiche educative eccentriche e orientarsi alle pratiche di servizio. Questo significa che si deve abbandonare la necessità di molti genitori di sentirsi perfetti – che è un bisogno eccentrico – e fare scelte che servano a far crescere un bambino».

Per fare un esempio concreto, «giocare con i bambini può essere una pratica eccentrica: il bambino in realtà vuole giocare con altri bambini. Giocare con lui, non esprime tanto l’esigenza del bambino, quanto più che altro quella del genitore». 

«Un’altra situazione tipica è quella in cui si vuole catturare l’attenzione dei bambini cercando di essere imprevedibili, dicendo ad esempio “vediamo se riusciamo a fare questo o quello”. In realtà i bambini non amano le sorprese, hanno bisogno di prevedibilità. In questi caso più che altro il genitore è alla ricerca di ricompense e vuole mostrarsi più interessante agli occhi del proprio figlio».

 

 

2. No all'educazione autobiografica

 

 

«Di solito si tende ad usare la propria storia educativa come modello: molti genitori pensano "anche io da bambino facevo questo" oppure "avrei tanto voluto fare quello" e applicano gli schemi che conoscono con un risvolto speculare ai propri figli. In realtà in questo modo si ignora ciò di cui il bambino avrebbe realmente bisogno. Non c’è uno sguardo verso l’autonomia infantile, ma è – anche questa – una pratica eccentrica verso la propria inappuntabilità».

 

 

3. Non essere modelli ma testimoni

 

 

Questo consiglio forse potrebbe spiazzare qualcuno, soprattutto se si pensa che spesso si ricorda ai genitori che si educa più con gli esempi, che non a parole. Certamente questo è vero, ma bisogna approfondirne il significato: «Non ci si dovrebbe proporre come modelli, ma come testimoni» spiega l’esperto.

 

Più nello specifico, «il modello va replicato così com’è, mentre il testimone si presta all’imitazione. La replica non impone nessuna scelta, mentre il testimone condiziona. Genitori, non abbiate timore di condizionare i bambini, anche perché loro comunque ci imitano lo stesso, anche se non vogliamo. Non basta dire di fare come facciamo noi, ma bisogna farlo e stare nelle situazioni. L’imitazione consente di differenziarsi, di essere segnati da un’esperienza. Oggi abbiamo timore ad influenzare i bambini, ma invece è necessario lasciare i segni dell’educazione che si sta impartendo. Senza tracce non si sa cosa fare».

 

 

4. Non chiedere comprensione

 

 

«Non si deve chiedere comprensione ai propri figli. Non sono i nostri confidenti o nostri pari», ricorda in maniera decisa il dott. Ragusa.

 

«Chiedendo loro comprensione o cercando di spiegarci, in modo da far loro capire il nostro punto di vista, si rischia di creare grandi equivoci. Un figlio non ha la posizione affettiva adeguata come potrebbe averla un amico, un professionista o una persona amata. Noi genitori abbiamo il diritto e il dovere di avere accesso a noi stessi, ma senza spostarci sui nostri figli».

 

 

5. Mantenerli nell'età giusta

 

 

«Sarebbe opportuno non mettere i figli fuori età» consiglia l’esperto. Questo significa, semplicemente, «non adultizzare i bambini e non infantilizzare gli adolescenti. In un certo senso gli adolescenti ci fanno un po’ tenerezza, contesi tra infanzia ed età adulta: trattandoli da bambini cerchiamo di proteggerli. Al contrario, i bambini ci sembrano fin troppo avanti, tant’è che spesso ci riferiamo a loro dicendo “che sembra proprio un ometto” per come parla o si comporta».

 

Dare l’età giusta ai propri figli ha anche un risvolto pratico: «Oggi si tende a fare confusione tra i termini indipendenza ed autonomia. Se la prima è una nozione operativa (ad esempio so aprire la porta di casa, so fare qualcosa), l’autonomia si riferisce alla sfera affettiva, ovvero so aprire la porta di casa quando la mamma non c’è e sono in grado di sopportare la sua assenza. Nel nostro periodo storico c’è molta indipendenza, ma poca autonomia: i ragazzi hanno le chiavi di casa, ad esempio, ma sono molto dipendenti dai genitori, non sono in grado di cavarsela».

 

 

 

6. La nobile arte della sparizione

 

 

«A volte uso la battuta “sparisci finché ci sei”» racconta il dott. Ragusa. «Bisogna investire sull’assenza, non solo sulla presenza. La mamma che ad esempio ha sensi di colpa perché torna al lavoro è una misura eccentrica – per tornare a ciò che si diceva all’inizio – che di certo non serve al figlio. Questo sentimento non va usato in senso riparativo o distruttivo (facendo pesare eventuali salti mortali che si percepisce di fare), ma come voglia di tornare a casa e stare con il proprio bambino. Uso spesso la metafora del nascondino, che è un gioco straordinario. Consente di agire sulla curiosità, ma introduce il tema della distanza e consente di fare la fondamentale esperienza di stare nella solitudine».

 

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