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Motherhood penalty: quando le donne con figli sono più svantaggiate

di Elena Berti - 24.03.2022 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
La motherhood penalty, o "pena per maternità" è uno svantaggio aggiuntivo delle donne con figli rispetto alle donne senza figli. Vediamo.

Diventare madre è un sogno per tante donne, ad altre capita, altre ancora maturano il desiderio di avere un figlio col tempo. Quel che accomuna tutte, però, è l'inconsapevolezza che avere figli potrà rappresentare un enorme svantaggio rispetto a chi non ne ha, in diversi ambiti. Questo fenomeno si chiama motherhood penalty.

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Motherhood penalty, che cosa significa?

Se conoscete l'inglese avrete già capito: la motherhood penalty è lo svantaggio che le donne con figli acquisiscono rispetto a quelle che non ne hanno, e più in generale rispetto a chiunque, perché lo stesso vale nel confronto con i padri. In pratica, le donne scontano la colpa di diventare madri, diventanto quindi, per la società, membri di minore valore rispetto a chi ha scelto di non avere figli (o a chi è uomo). 

Il problema della maternità intesa come ostacolo, in particolare alla vita professionale, è molto diffuso e pervasivo e non riguarda soltanto la società italiana. Sono pochissimi i paesi in cui, infatti, le donne non hanno alcuno svantaggio dopo aver avuto figli: nessuna differenza retributiva, nessun blocco di carriera, nessun licenziamento. 

Perché le donne sono penalizzate sul lavoro

Ma in cosa consiste esattamente questo svantaggio dovuto al motherhood penalty? In realtà, inizia ancora prima di avere figli. Quando una donna in età fertile si presenta a un colloquio, molte volte le viene (illegalmente) chiesto se ha intenzione di avere figli, o se ne ha. Lo stesso trattamento non viene riservato agli uomini, che apparentemente, per i recruiter, non si riproducono né hanno intenzione di farlo, oppure qualora lo facessero, comunque non li riguarda.

Continua poi con la maternità vera e propria: una donna che partorisce deve (giustamente) usufruire del periodo di congedo obbligatorio, con la possibilità di allungarlo grazie alla maternità facoltativa. Gli uomini, a oggi, non hanno lo stesso obbligo: per la donna si tratta infatti di cinque mesi di stop, mentre per i padri di dieci giorni soltanto, che può decidere anche di prendere in momenti diversi, non continuativi. 

È facile quindi intuire quanto questo influisca sulla carriera: anche ponendo che una donna si assenti soltanto per il congedo di maternità obbligatorio e non per il periodo facoltativo, saranno comunque cinque mesi in cui non avrà lavorato, in cui magari l'azienda avrà dovuto ristrutturare l'organigramma o ancora assumere qualcuno per sostituirla. 

Per questo, già in colloquio viene chiesto dei figli: perché si sa che in caso di maternità, la donna si assenterà per almeno cinque mesi, mentre con gli uomini non succede. Inizia da questa disparità il lungo cammino che vede restare in svantaggio le donne che hanno figli.

Motherhood penalty e paternity bonus

Il gender gap, la disparità tra uomo e donna soprattutto in ambito professionale, si inasprisce ancora di più quando si parla di soldi. A parità di carriera, preparazione e posizione, una donna con uno i più figli guadagnerà molto meno del proprio pari maschile, che abbia o meno figli. Questo gender pay gap si traduce poi, in maniera del tutto paradossale, nel paternity bonus: diversi studi hanno infatti dimostrato che avere figli, per un uomo, significa spesso veder decollare la propria carriera. 

Questo perché, secondo i datori di lavoro, essere padre è sinonimo di affidabilità, responsabilità e cura: caratteristiche che invece non vengono associate alle madri, che pure si occupano ancora della gran parte del lavoro di cura, anche quando hanno un proprio impiego a tempo pieno. 

La causa di questo enorme divario affonda le radici nel patriarcato: la donna ha mansioni di cura, è il suo istinto, la sua natura. Se lavora lo fa per hobby e comunque metterà sempre al primo posto i figli, perché quello è il suo ruolo (e perciò li porterà a scuola, andrà a prenderli uscendo prima, si assenterà per le malattie, scapperà presto la sera e via dicendo). I padri, invece, proprio come ai tempi delle caverne, sono quelli che procacciano il cibo. 

Motherhood penalty in Italia

Se guardiamo i dati europei elaborati dall'Istat, scopriamo che più figli si hanno, più si amplia il divario occupazionale tra uomini e donne (più figli, meno donne impiegate). Nei paesi dell'Unione la media di uomini impiegati è il 74%, contro il 63% delle donne (nel 2019). Ma questo divario, appunto, aumenta all'aumentare del numero dei figli. L'87% degli uomini con un figlio ha un lavoro, contro il solo 72% delle madri. Se si passa a due figli, gli uomini occupati diventano il 91%. A tre, il dato delle donne crolla al 58%. 

Altro dato preoccupante: un terzo delle donne occupate ha un lavoro a tempo parziale, per poter "conciliare" famiglia e lavoro. Solo l'8% degli uomini, invece, sceglie un orario ridotto. In Olanda la cifra raggiunge addirittura il 75% delle donne impiegate. 

L'Italia non è affatto messa bene quando a situazione delle madri lavoratrici: solo il 52% delle donne italiane ha un lavoro, mentre gli uomini si assestano al 72%. 

Il divario tra uomini e donne con figli, ma anche tra donne con e senza figli, è un dato di fatto supportato da ricerche e statistiche. È provato che avere figli, per una donna, abbia dei numerosi svantaggi per la carriera e per lo stipendio, che si traduce nel motherhood penalty, la colpa di essere diventate madri. 

Risolvere questo gender gap non è semplice, ma è compito delle istituzioni trovare soluzioni per far sì che il lavoro di cura non sia soltanto femminile e che le donne non vengano penalizzate dall'avere figli, come offrire asili nido pubblici a tutti, ampliare il supporto, fornire sgravi fiscali e bonus, o ancora allungare il periodo di paternità obbligatorio fino a renderlo se non lungo quanto quello della madre, almeno di una durata significativa.

Aggiornato il 19.05.2021

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