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Papà per scelta di due gemelli. La storia di Christian e Carlo

Di Sara De Giorgi
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21 novembre 2019
Carlo Tumino e Christian De Florio sono due papà di due gemelli eterozigoti, avuti con maternità surrogata. I due hanno aperto un blog che si chiama "Papà per scelta", nel quale raccontano i molteplici aspetti della genitorialità secondo la loro esperienza. Carlo e Christian stanno anche per pubblicare un libro, che si intitola "Papà per scelta" (Ultra Editore, Collana Bar Papà). Abbiamo intervistato Carlo Tumino, che ci ha raccontato l'esperienza sua e di Christian, lasciandoci anche un po' di consigli validi per tutti i papà del mondo.
 

Julian e Sebastian sono due gemellini di un anno e mezzo e i loro papà, Christian e Carlo, li hanno desiderati tanto e a lungo. I bimbi sono nati a Las Vegas tramite gestazione per altri e adesso vivono in Italia insieme a Carlo e Christian.

 

Il loro nucleo familiare è inconsueto: due papà e due gemelli eterozigoti.

 

Carlo Tumino e Christian De Florio, nel frattempo, hanno aperto un blog e un canale Instagram che si chiama "Papà per scelta", dove raccontano i molteplici aspetti della genitorialità da loro affrontati. I due sono anche in procinto di pubblicare un libro, dal titolo Papà per scelta (Ultra Editore) e che uscirà ufficialmente il 28 novembre 2019.

 

Abbiamo intervistato uno dei due papà, Carlo Tumino, all'esordio del primo libro della coppia, e gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa in più sulla loro esperienza.

 

 

Quando, tu e Christian, avete provato per la prima volta il desiderio di avere dei figli?

 

Carlo e Christian si sono conosciuti durante un torneo di beach volley.

 

«Dopo esserci conosciuti meglio, abbiamo scoperto che entrambi avevamo un grande desiderio di paternità. Io sono cresciuto in un contesto familiare solido e sereno, in Sicilia. I miei genitori si sono sempre divisi i compiti equamente: era mio padre che si svegliava durante la notte per darmi il biberon. Io e mio fratello siamo arrivati dopo anni di tentativi andati a vuoto, proprio quando i miei genitori sembravano essersi rassegnati. Il mio desiderio di paternità nasce dall'essere cresciuto in un contesto in cui non è mai mancato nulla».

 

«Christian è cresciuto a Milano e ha un percorso familiare diverso dal mio: è cresciuto senza una figura paterna di riferimento e insieme a sua mamma si è dovuto occupare del fratellino. Christian si è sempre preso cura degli altri. Il suo desiderio di paternità è soprattutto un desiderio di riscatto».

 

«Quando ci siamo conosciuti io venivo dall'ennesima delusione, lui cercava di uscire da una storia senza futuro portata avanti per anni. Da subito abbiamo capito di avere un sogno in comune: il desiderio di paternità. Questo è stato anche il primo argomento serio che abbiamo affrontato».

 

 

Come si è svolto il percorso che vi ha portato alla maternità surrogata in America?

 

«Rispetto al concepimento naturale, quando si decide di intraprendere la strada della gestazione per altri, ci si confronta con tantissime perplessità. È un percorso per il quale occorre essere consapevoli al 100 per cento. Per noi era fondamentale soddisfare precisi criteri deontologici che ci permettessero di intraprendere il viaggio verso la paternità con l'aiuto di donne completamente consapevoli della loro scelta e convinte di voler aiutare gli altri».

 

«Quando abbiamo conosciuto questa ragazza... tutti i dubbi sono spariti. Anzi, in realtà è stata lei a scegliere noi. Purtroppo ci sono paesi in cui invece alcune donne intraprendono questo percorso per povertà. Per questo il nostro auspicio è quello di una regolamentazione chiara che permetta una scelta libera».

 

«Invece, in California o in Nevada circa il 90-92% le donne che vogliono affrontare questo percorso vengono scartate in partenza. Dunque, esiste una vera e propria selezione che deriva dall'effettiva volontà di voler aiutare gli altri. Non c'è l'ossessione del tornaconto economico. L'unica cosa importante è voler davvero aiutare le altre persone. Le donne che fanno parte dell'agenzia cui ci siamo rivolti devono aver già avuto bambini e non devono essere al di sotto di un certo reddito, dimostrando di non farlo per denaro».

 

«La ragazza che ci ha scelto adora l'idea di avere dentro di sé una vita che sta crescendo: lei e i suoi cari sono diventati nel tempo la nostra famiglia a stelle e a strisce. C'è una parola che in America ha un significato particolare: è "belly mommy", che vuol dire "mamma di pancia". Con questa parola lei ha spiegato ai suoi figli il fatto che i gemelli stessero facendo un viaggio dentro di lei per diventare forti abbastanza da accoglierli nel nostro primo abbraccio. È stato fantastico. La nostra "belly mommy" ci ha coivolto in ogni ecografia, in ogni visita, in ogni esame. Noi siamo stati presenti in tutto. E siamo andati in America un mese prima del parto cesareo previsto».

 

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Al rientro in Italia, si sono presentate alcune difficoltà. Che genere di problemi avete avuto?

 

«Siamo rimasti tre mesi negli Stati Uniti dopo il parto. Per noi è stata una decisione consapevole per l'importanza di nutrire i gemelli con il latte che la nostra belly mommy si tirava ogni giorno».

 

«Nel libro racconto bene il giorno in cui siamo tornati in Italia. Oltreoceano arrivavano notizie poco confortanti. Eravamo indecisi se tornare o meno. Quando abbiamo preso l'aereo, abbiamo da subito notato tanti sguardi inquisitori. Nonostante ciò, in Italia molte persone hanno iniziato presto a complimentarsi per come stavamo crescendo i nostri figli. Ricordo ancora le dolcissime parole di un'ostetrica che ci disse che eravamo meravigliosi. Tanti hanno capito subito con quanto amore facessimo tutto il possibile per i nostri due bimbi».

 

«I problemi burocratici ci sono invece stati. In Italia non esiste una legge che permette la trascrizione automatica di atti di nascita esteri di coppie dello stesso sesso. In pratica, non c'è una legge che dica che i bambini possano essere automaticamente iscritti all'anagrafe, non c'è però neanche una legge che lo vieta. Diventa quasi a discrezione del sindaco, che, da responsabile dell'anagrafe, decide per un sì o per un no. Invece i minori devono essere sempre tutelati. Abbiamo avuto un po' di problemi nel nostro comune. Triste pensare che i sindaci, in base al colore politico, possano decidere della vita dei bambini. Se il bimbo non viene riconosciuto, ha problemi "fattivi": non ha un pediatra, non può vaccinarsi, non può andare all'asilo nido».

 

«Alla fine però i nostri figli sono stati iscritti all'anagrafe. Abbiamo avuto dunque ostacoli con la burocrazia, perché ci sono casi in cui il sistema del nostro Paese non prevede casistiche diverse o varianti».

 

 

Il blog “Papà per scelta”

 

«Io vengo dal mondo della comunicazione: da quando ho iniziato a lavorare mi sono occupato di social e di strategie di comunicazione. Ho cercato, quindi, di reinventarmi una volta che ho saputo che saremmo diventati genitori. Non volevo assolutamente trattare il tema omogenitorialità sotto filtri ideologici: volevo far parlare i fatti, raccontando emozioni, paure, gioie».

 

«"Papà per scelta" nasce con l'obiettivo di sensibilizzare, attraverso fatti reali, su una tipologia familiare spesso bistrattata, ma anche con lo scopo di dare lustro alla figura paterna. L'uomo ha da sempre più difficoltà ad esprimere le proprie emozioni. Noi parliamo a tutti indistintamente, con l'obiettivo di far conoscere la realtà per quello che è, così le persone, se vogliono, entrano in contatto con le informazioni necessarie per crearsi una propria opinione in merito».

 

 

Come è cambiata la vostra vita da quando sono arrivati i gemelli?

 

«Noi cerchiamo di fare tutti i cambiamenti possibili per creare il futuro migliore per i nostri figli. Io ho messo da parte temporaneamente la mia attività professionale, ma l'ho fatto senza sacrificio, una scelta spontanea e naturale. Ognuno di noi cerca di ritagliarsi i propri spazi e anche quelli di coppia, senza sentirsi in colpa, perché sappiamo benissimo che la felicità dei nostri figli dipende dalla nostra. Da noi vige la regola del: "il primo che deve fare una cosa la fa". Non c'è chi si sveglia la notte e chi deve cambiare il bimbo: lo facciamo entrambi. Tutti fanno tutto, tutti sono importanti e tutti sono responsabili nella nostra famiglia».

 

 

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  1. «C'è chi si sente papà quando prende in braccio il bimbo per la prima volta e magari si perde completamente la parte precedente, della gravidanza. Invece l'uomo dovrebbe esternare le sue emozioni da subito indossando il cosiddetto "giubbotto dell'emotività". Questo serve come "fase di transizione" per farsi trovare pronti all'arrivo di un figlio».
  2. «Non bisogna credere di essere dei baby sitter, dei sostituti panchinari delle madri: i padri NON aiutano, ma fanno il loro mestiere, che è quello di essere presenti».
  3. «Voglio anche sostenere i padri che hanno un cognome diverso dai propri figli. Occorre sempre viversi la paternità a 360 gradi, senza avere nessun tipo di pregiudizio o remora verso ciò che si può fare».
  4. «Infine, non bisogna limitarsi sul proprio stile genitoriale. Chi resta a casa con i figli spesso è convinto di avere la verità assoluta su di loro. Invece, è l'alternanza di stili diversi che fa bene al bambino. Occorre sperimentare».
  5. «Ricordarsi che il miglior master che si può fare è quello di genitore: le qualità che si sviluppano sono anche quelle richieste sul mondo del lavoro».

 

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