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Principesse e principi azzurri: consigli per liberarsi di miti tossici

Di Sara De Giorgi
principeazzurro
05 Novembre 2019
I principi azzurri? Non sono reali. La conferma di ciò arriva dallo scrittore e psicologo Giulio Cesare Giacobbe, autore del libro Il principe azzurro non esiste (Roi Edizioni), nel quale, con il suo tipico tono provocatorio, affronta uno dei miti più “tossici” del mondo occidentale: quello del principe azzurro. Lo abbiamo intervistato per voi.
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«Il principe azzurro non esiste». Quante volte amici, parenti e genitori hanno pronunciato questa frase? Sicuramente troppe!

 

La conferma di questo concetto arriva finalmente dal libro scritto dallo psicologo e professore Giulio Cesare Giacobbe e denominato Il principe azzurro non esiste (Roi Edizioni), nel quale l'autore, con il suo tipico tono provocatorio e pungente, affronta uno dei miti più intramontabili e più “tossici” del mondo occidentale: quello del principe azzurro.

 

In particolare, Giacobbe parte dalle origini del mito del principe azzurro e arriva a spiegare alcune teorie di psicologia evolutiva, gettando luce in modo originale sulle dinamiche di coppia e sulle loro contraddizioni. Attraverso dialoghi immaginari tra principi e principesse ideali e dialoghi reali rubati durante i suoi viaggi, lo psicologo dimostra come questo mito abbia fatto più danni che altro. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa in più.

 

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Il libro “Il principe azzurro non esiste”

 

Il professore Giacobbe ha spiegato che l'idea del libro è nata dopo circa trent'anni di attività come psicoterapeuta, durante i quali ha incontrato spesso donne di 30, 40 o 50 anni che credevano ancora al principe azzurro.

 

«Non solo, ma credendo in qualcosa che non esiste, queste donne si scontravano continuamente con disillusioni, o meglio, delusioni, accusando gli uomini di non aver soddisfatto le aspettative che loro stesse in effetti non avevano mai manifestato. Agli uomini davano una colpa che fondamentalmente era la loro, per aver creduto ad un mito e non aver visto la realtà».

 

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Perché il mito del principe azzurro è uno dei più "tossici" e intramontabili del mondo occidentale?

 

«La richiesta di assistenza da parte delle donne corrisponde a un reale bisogno, il quale però attiene all'età infantile. È normale che un'adolescente senta il bisogno di un maschio che la protegga: ciò fa parte di un quadro evolutivo della natura. Di solito il maschio protettivo è il padre».

 

«Però, nel caso in cui il padre non abbia assunto a questo compito o la fanciulla sia costretta ad allontanarsi dal padre (sia pur protettivo), lei continuerà la ricerca di una figura protettiva che assolva i compiti del padre, protraendo in età avanzata questo bisogno. Tale bisogno, quando è infantile, è legittimo. Ma non è più legittimo, bensì patologico nell'età adulta».

 

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Allora come è possibile affrontare un percorso di maturazione evolutiva che porti ad una serena vita di coppia?

 

«Il modo per superare questo bisogno è semplicemente crescere, diventare adulta. Una donna adulta non ha bisogno di un uomo che la protegga a tutti i costi. Il problema è che nella nostra società attuale, basata su consumismo e capitalismo, riuscire a crescere è difficilissimo».

 

«Ed è difficile che una donna riesca a diventare economicamente indipendente prima dei 20 anni. Se questo non avviene, la donna protrae il suo infantilismo dal punto di vista psicologico oltre i 20 anni, fino ai 30 o ai 40 e anche oltre. Invece, avrebbe dovuto superare il bisogno di un protettore con la crescita».

 

Quali sono le cause di questi falsi miti?

 

«Nell'immediato dopoguerra, quando si era molto poveri, tutti erano costretti ad andare a lavorare a 14 anni e c'erano pochissime donne-bambine e uomini-bambini. Lo stesso accade nelle società povere attuali: è difficile trovare bambini non "adulti" già a 13, 14, 15 anni. E lo stesso vale per le bambine».

 

«La nostra società invece permette di essere mantenuti dai genitori fino ai 20, ai 30 anni e persino oltre e ciò impedisce di diventare adulti. Diventare adulti significa saper affrontare da soli i problemi della vita. Occorre mettere in piedi innanzitutto un'indipendenza economica, poi un'indipendenza affettiva. Sì, bisogna lasciare la famiglia, andare a lavorare, rendersi indipendenti affettivamente ed economicamente. Ma lo fanno pochissimi, nella nostra società. Per questo l'infantilismo è diventata la regola».

 

«Inoltre, è stata creata un'industria di consumo per "adolescenti" che non avrebbe senso in una società sana. Gli adolescenti non dovrebbero essere consumatori, il mercato dovrebbe essere rivolto alla soddisfazione di bisogni di adulti. Oggi, invece,  l'industria è indirizzata a fornire beni superflui non solo ad adolescenti, ma anche a bambini di pochi anni. Tutta la società è orientata, quindi, a un "mantenimento dell'età infantile" fino a tarda età: ciò porta ad avere guasti sul piano psicologico. Io, come psicologo terapueta, ho visto una vera e propria galleria di "bambini" di 30, 40 anni e oltre davvero incredibile: queste persone non sono in grado di affrontare più nessuna difficoltà seria e sono arrivati i cosiddetti "attacchi di panico", che oggi sono la regola».

 

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Consigli pratici per educare le bambine a diventare donne consapevoli e in grado di vivere relazioni sane

 

«Io offro un unico importante consiglio: è quello più difficile da attuare. Occorre avviare al lavoro bambini e bambine prima dei 20 anni, cioè metterli nelle condizioni di diventare economicamente indipendenti, di staccarsi dalla famiglia e di diventare adulti.

CIò significa non tenere più i figli in casa per farli laureare e per far loro prendere titoli di studio che oggi non danno più un lavoro certo».

 

«Bisogna avere il coraggio di preparare i nostri figli a un mestiere, dando loro una base per una situazione economicamente solida che dura per la vita intera. Parlo anche di mestieri tecnici: dal falegname all'idraulico, dal saldatore al sarto o all'elettrotecnico.

Attualmente un mestiere per le mani consente di avere situazione molto redditizia».

 

«C'è solo una soluzione, dunque, secondo me: mettere i figli nella condizione di rendersi economicamente e affettivamente indipendenti, insegnando loro a volersi bene e a stimarsi, senza dover dipendere sempre da qualcuno che deve a tutti i costi assisterli, mantenerli, proteggerli».

 

 

«Il principe azzurro ha rovinato la vita delle donne più del colera, della tubercolosi e della poliomielite messi insieme. Intere generazioni femminili hanno immolato la loro vita nell’attesa e nella consumazione di un rapporto con un fantasma inafferrabile, che spesso si è rivelato essere un cialtrone, inaffidabile ed egoista». G. C. Giacobbe

 

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