Separazione

Separarsi bene grazie alla pratica collaborativa

separazione
30 Ottobre 2017
Un amore che finisce. Già è difficile separarsi, ancora di più quando nei casi estremi si arriva a parlarsi tramite avvocati aspettando la sentenza del tribunale. Un modo per separarsi in modo sereno e veloce c'è ed è la pratica collaborativa. Scopriamo come funziona, la durata, i costi e se è per tutti.
Facebook Twitter More

Un matrimonio che non funziona più. Il pensiero va ai figli, ma anche alla separazione e a quanto potrebbe diventare lunga e faticosa. La fine di una relazione è sempre un momento molto difficile e che porta sofferenza un po' a tutti. La situazione poi si complica ancora di più quando rabbia, rivalsa e vendetta si mettono in mezzo.

 

Da qualche anno però si sta affermando un nuovo modo per separasi. E' una pratica che viene dagli Usa e che si chiama pratica collaborativa.

Questo metodo mette in primo piano i figli, quando ci sono, e cerca un punto di accordo tra i due ex coniugi grazie a un team di esperti interdisciplinari. Lo scopo è individuare le soluzioni più vantaggiose per ex partner e figli nella separazione, senza delegare a un giudice la decisione sul futuro della propria famiglia, ma trovando ciascuno la propria.

 

Abbiamo incontrato Armando Cecatiello, avvocato matrimonialista e collaborativo del Foro di Milano e formatore Aiadc (Associazione italiana Professionisti Collaborativi) in occasione della presentazione del suo libro appena pubblicato "Separarsi bene con la pratica collaborativa" edizioni red! e abbiamo chiarito insieme a lui come funziona questo metodo.

 

Gli accordi della separazione sono decisi dalle parti

"Ritengo che la pratica collaborativa sia il modo migliore per separarsi" commenta l'avvocato. "Dalla mia esperienza posso dire che il successo è tale per cui, gli accordi che vengono presi insieme dalle parti rimangono negli anni". 

Questo grazie al punto di forza di questo tipo di separazione. Gli accordi non vengono imposti da un giudice, ma "vengono decisi dalle parti - chiarisce l'avvocato Cecatiello. - La famiglia viene prima e chi meglio di una coppia che si è scelta può trovare la soluzione ai propri problemi? Quello che riusciamo a fare noi è ripristinare il dialogo tra le parti perché siano loro stessi a trovare la soluzione".

 

Quando scelgono di adottare la pratica collaborativa, gli ex partner si impegnano a trovare un accordo accettabile per tutti senza dover ricorrere al tribunale. E devono essere entrambi rappresentati da un avvocato collaborativo (un avvocato formato in tal senso). 

 

Come funziona la pratica collaborativa

Si parte con uno dei due ex coniugi che decide di rivolgersi a un avvocato collaborativo.

Si fa una prima riunione a quattro (con anche l'altro ex partner che si è rivolto a un avvocato collaborativo).

In questa prima riunione i due professionisti chiariscono le parti fondamentali del procedimento, le regole e gli obblighi di riservatezza e segretezza riguardo a ciò che accade nelle riunioni.

Viene chiarito che tutte le informazioni e trattative devono essere condotte in modo corretto e trasparente.

Si passa poi all'accordo di partecipazione. Si firma un accordo che segna ufficialmente l'inizio del procedimento collaborativo.

Sottoscrivendolo, le parti si impegnano a cooperare in buona fede e lealtà con lo scopo di raggiungere un'intesa che regoli i loro futuri rapporti e stabilendo le condizioni di separazione, di divorzio e di collocamento di eventuali minori.

 

Le parti prendono atto che "la pratica collaborativa è un metodo non contenzioso per la soluzione dei conflitti improntato ai principi della buona fede, della correttezza, della trasparenza e della riservatezza. Nella pratica collaborativa le parti sono protagoniste del procedimento e sono responsabili delle decisioni che verranno prese". Quindi si impegnano a "giungere a una soluzione concordata che soddisfi gli interessi di entrambi e quelli dei figli".

 

Per garantire la correttezza del procedimento, se una delle due parti dovesse rinunciare alla pratica collaborativa e decidesse di ricorrere al tribunale, non potrà chiedere all'avvocato collaborativo di assisterla in tribunale.

 

Dopo la prima riunione, ne seguono delle altre di negoziazione che coinvolgono entrambe le parti, gli avvocati e, se necessario, dei professionisti per aiutare a risolvere il conflitto. Nel corso delle riunioni vengono individuati interessi, possibili problemi, desideri, mettendo al centro i figli. E' sempre possibile per le parti avere dei momenti privati con i propri avvocati. Com'è anche possibile sospendere la riunione, quando il carico emotivo diventa eccessivo.

 

Una volta raggiunto l'accordo, questo viene formalizzato. A seconda dei casi, "viene depositato in tribunale un ricorso congiunto di separazione oppure, con le nuove formule, presso il sindico o il pubblico ministero" specifica l'avvocato.

 

Avvocati collaborativi, ma anche altri esperti

Oltre ai due avvocati collaborativi, uno per partner, le parti possono avvalersi anche di altri esperti, dei professionisti neutrali, che insieme agli avvocati lavorano per individuare le soluzioni migliori e per rendere più efficaci le scelte compiute. In particolare le figure che possono rientrare nel team collaborativo sono l'esperto delle relazioni (per favorire la comunicazione tra le parti), l'esperto per i minori (per dare voce ai figli e che, con l'autorizzazione del genitore, può parlare direttamente con il bambino per capirne il punto di vista) e l'esperto finanziario "che può fare l'analisi di quelli che sono i costi di gestione di una famiglia o se ci sono soluzioni alternative al conflitto" conclude Cecatiello.

 

A differenza dell'avvocato, che rapprensenta il suo cliente, questi esperti collaborativi sono neutrali e lavorano nell'interesse di entrambe le parti. Non è necessario che nel procedimento vengano chiamate tutte e tre le figure. Ogni caso è a sé.

 

Che cosa c’è di diverso rispetto a una trattativa tradizionale?

"Le parti devano comportarsi correttamente e hanno l’obbligo di trasparenza - chiarisce l'avvocato. - Non si può nascondere nulla all’altra parte. Sia dal punto di visto patrimoniale che altre informazioni [come per esempio un tradimento - ndr]. C'è obbligo di trasparenza, di riservatezza e obbligo del mandato limitato. Se la pratica non dovesse andare a buon fine, lo stesso avvocato non può difendere il cliente. Questo crea un clima di serenità e fecondo per trovare soluzioni".

 

Non sempre si può ricorrere alla pratica collaborativa

No, non sempre si può ricorre a questa pratica. Di sicuro "non si può fare in casi di violenza, anche di violenza domestica. Come anche nel caso in cui una delle due parti sia sotto scacco o sotto ricatto" specifica l'avvocato.

E' comunque l'avvocato collaborativo a valutare se la parte è in grado di sostenere la pratica.

 

Quanto dura la pratica collaborativa? E i costi?

"Il procedimento collaborativo ha la durata che serve alle parti" risponde l'avvocato. Ci sono ex coppie che hanno bisogno di più tempo per ricominciare a imparare a comunicare e altre che sono molto più rapide. "Il tempo dipende da loro, dato che questo procedimento fa in modo che siano le parti stesse a trovare una soluzione. Gli avvocati non forzano la mano, non danno la soluzione. E siccome è un procedimento su misura delle parti, può durare un mese come può durare cinque mesi. Comunque non ha niente a che vedere con il procedimento giudiziale". E' più veloce con costi più ridotti. "Se si paragona a un procedimento giudiziale è più conveniente. Se la separazione è consensuale, è pari" conclude Cecatiello.

 

Sull'autore del libro "Separarsi bene con la pratica collaborativa"


Armando Cecatiello è un avvocato matrimonialista del Foro di Milano e da oltre vent'anni si occupa di separazioni e divorzi in ambito giudiziale e stragiudiziale. E' specializzato in pratica collaborativa ed è un formatore Aiadc (Associazione Italiana Professionisti Collaborativi). Ha pubblicato anche il libro "I miei genitori si dividono. E io? Separarsi e divorziare tutelando se stessi e figli", edizione red!