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Ha figli o pensa di averne? Le domande scomode (e illegali) al colloquio di lavoro

di Zelia Pastore - 11.11.2019 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Non ha niente a che vedere con le competenze professionali, eppure la vita familiare è un argomento spesso preso in considerazioni dai datori di lavoro. Cristina Polga, esperta di orientamento professionale, ci aiuta a capire come rispondere

Un colloquio di lavoro dovrebbe concentrarsi fondamentalmente su un solo elemento: il lavoro. Succede, invece, che i responsabili delle risorse umane o i datori di lavoro allarghino il raggio, in fase di colloquio, alla sfera familiare e personale della candidata, in particolare con la fatidica domanda sulla presenza (o sul progetto futuro) dei figli, troppo spesso considerati come un ostacolo alla carriera. È bene sapere che ci sono dei limiti ben chiari, stabiliti dalla legge oltre che dalla sensibilità e dal buon senso. Ne parliamo con Cristina Polga, esperta di orientamento professionale.

COLLOQUIO DI LAVORO: LE DOMANDE ILLEGALI

Chiedere se si vuole avere figli, in fase di colloquio, non è legale. “Si tratta – chiarisce Cristina Polga – di una discriminazione. I riferimenti legislativi non mancano, dall’articolo 37 della Costituzione

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione

All’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell'assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore.

"Sulla stessa linea anche l’articolo 27 del Codice delle pari opportunità (decreto legislativo 198 del 2006), che specifica molto chiaramente come la discriminazione sia vietata anche se attuata attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza. Non bisogna avere paura di citare, educatamente, questi riferimenti”.

COLLOQUIO DI LAVORO: LE DOMANDE TRABOCCHETTO IN CUI E' FACILE IMBATTERSI

Purtroppo, nonostante gli espliciti divieti legislativi, capita molto spesso di trovarsi in simili situazioni. “Ho seguito una ragazza – racconta l’esperta - che svolge una professione tecnica, tipicamente considerata maschile: ad ogni colloquio veniva messa alle strette sulla questione dei figli. Questa domanda la metteva così in difficoltà che alla fine, per la tensione, si bruciava il colloquio da sola. La responsabilità era di chi glielo chiedeva ovviamente, ma ormai era talmente esausta da non riuscire a portare a temine il colloquio. Occorre quindi arrivare preparati ed essere ben consapevoli del proprio valore e dei propri diritti”.

COLLOQUIO DI LAVORO: SE SI ARRIVA IN DOLCE ATTESA

Per chi dovesse sostenere un colloquio in dolce attesa, non c’è l’obbligo di far sapere la propria condizione: la Cassazione in una recente pronuncia (sentenza 13692/2015), ha confermato la propria posizione (Cassazione, sentenza 9864/2002) secondo cui una donna incinta non è tenuta a comunicare prima dell’assunzione il proprio stato di gravidanza. “Il consiglio però è essere chiari perché una mancata comunicazione può minare la fiducia nella nuova risorsa e le basi della nascente collaborazione”.

COLLOQUIO DI LAVORO: DOMANDE E RISPOSTE

Per arrivare il più preparate possibile, ecco i consigli dell’esperta.

  • I figli non c’entrano. Punto di partenza è proprio la consapevolezza delle leggi e del fatto che i figli non c’entrano con il lavoro. “Prima di tutto – spiega Polga - io consiglio sempre di interiorizzare la consapevolezza che avere un figlio non è un problema: è bene averlo chiaro".
  • La trasparenza prima di tutto. “In secondo luogo, io sono dell’avviso che la sincerità paga sempre: mai nascondere la presenza e neppure il desiderio, o il progetto, di un figlio. Meglio dichiararlo subito, spiegando pacatamente, ad esempio, che si ha un figlio che va all’asilo e che si dispone di una rete sociale per gestirlo senza problemi: io, nel curriculum, ho scritto che ho due figli. Avere figli è una forza, non un vincolo”.
  • Parliamo di quello che so fare. “Piuttosto che parlare di questioni personali, ricordiamoci che è importante spostare la conversazione sulle competenze: questo è più facile per una professionista di 35-40 anni, che deve assolutamente puntare tutto sulle propria professionalità, ma anche una ragazza giovane può mettere in luce i suoi punti di forza".
  • Scegliamo bene a chi dare il nostro talento. "Non dimentichiamo che le aziende cercano talenti, e non sono solo loro a scegliere: anche noi possiamo valutare se mettere a disposizione il nostro talento, e per chi. Se ci troviamo in una situazione in cui la presenza dei figli diventa una variabile così importante, potremmo anche essere noi a dire di no; pensiamoci, prima di accettare condizioni che non garantiscono pienamente il rispetto dei diritti”.

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