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Vitamina D in gravidanza: bisogna assumere integratori? Dipende

Di Valentina Murelli
vitaminadgravidanza

22 Aprile 2013 | Aggiornato il 11 Novembre 2016
La vitamina D è importante per l'assorbimento del calcio e la formazione dello scheletro del feto e sembra avere anche un ruolo antinfiammatorio. Donne a rischio di carenza dovrebbero assumere un integratore, mentre per le situazioni fisiologiche l'Organizzazione mondiale della sanità lo sconsiglia.

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A che cosa serve la vitamina D?
La vitamina D è fondamentale per l'assorbimento del calcio e dunque per la salute delle ossa e, in caso di gravidanza, per la mineralizzazione dello scheletro del feto.

 

Come si legge nel Consensus sulla vitamina D in età pediatrica, elaborato nel 2015 nel corso del congresso della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (SIPPS), una carenza di vitamina D durante la gravidanza "può alterare il normale meccanismo di preservazione dello scheletro materno e impedire la corretta formazione dello scheletro fetale, ed anche dei denti".

 

In effetti, uno studio canadese del 2014 ha mostrato un'associazione tra bassi livelli di vitamina D in gravidanza e aumento del rischio di carie nei bambini.

 

Ma non è tutto. "Negli ultimi 5-10 anni, sempre più studi indicano per questa molecola anche un importante ruolo antinfiammatorio" afferma Angela Spadafranca, biologa nutrizionista del team Nutrimamma del Centro internazionale per lo studio della composizione corporea di Milano. "Questo suggerisce che la vitamina D possa svolgere un'azione protettiva nei confronti di alcune malattie della gravidanza, come il diabete gestazionale e la preeclampsia".

 

In realtà, da questo punto di vista non ci sono ancora risultati definitivi. Da un lato, è vero che alcuni studi mostrano un'associazione tra bassi livelli di vitamina D in gravidanza e un aumento del rischio di diabete gestazionale, preeclampsia, ma anche di parto pretermine, basso peso alla nascita e infezioni materne (per esempio vaginosi batteriche). "Allo stesso modo - aggiunge Spadafranca - alcune indagini suggeriscono che donne che ricevono un'integrazione di vitamina D sono meno soggette a questi rischi".

 

Dall'altro lato, però, è altrettanto vero che non tutti gli studi mostrano queste associazioni, al punto che una revisione complessiva della letteratura condotta nel 2014 da un gruppo di ricerca inglese ha concluso che per quanto i dati a disposizione sembrino indicare un effetto dei livelli di vitamina D su alcuni esiti neonatali, si tratta ancora di dati limitati.

 

Uun'altra revisione pubblicata ancora più recente (2016) dalla Cochrane Collaboration conclude che effettivamente alcuni studi sembrano indicare una riduzione del rischio di preeclampsia, basso peso alla nascita e parto pretermine in caso di supplementazione con sola vitamina D. Allo stesso tempo, però, sottolinea che il rischio di parto prematuro aumenta se la vitamina D è assunta in combinazione con il calcio. "Quello che è certo è che siamo in un ambito di studio molto recente, e che vale sicuramente la pena approfondire la questione" commenta Spadafranca.  

 

Dove si trova la vitamina D?
Le principali fonti alimentari di vitamina D sono relativamente poche: il tuorlo dell'uovo - "se ne possono mangiare un paio una o due volte alla settimana" consiglia la nutrizionista - alcuni pesci particolarmente grassi come salmone o sgombro - "da consumare una volta alla settimana, mentre altre due o tre volte si possono mangiare pesci più magri" - formaggi grassi, "anche questi da consumare una volta alla settimana".

 

 

Va detto però che l'assunzione di vitamina D che si può avere con la dieta è abbastanza limitata. Il grosso di questa vitamina viene prodotto dall'organismo stesso, dietro attivazione promossa dall'esposizione alla luce solare. "Per questo è fondamentale passare del tempo all'aria aperta" sottolinea Spadafranca. Il che non significa per forza prendere il sole in spiaggia: basta una bella passeggiata all'aperto, ogni giorno.

 

Quanta ne serve?
Secondo l'ultima revisione dei LARN, i livelli di assunzione dei nutrienti di riferimento per la popolazione italiana, in gravidanza si consiglia un'assunzione di 15 microgrammi al giorno, pari a 600 Unità internazionali (UI). Il valore considera sia l'apporto alimentare, sia quello derivato dall'esposizione alla luce solare.

 

Il livello massimo tollerabile di assunzione, sempre per le donne incinte, è invece di 100 microgrammi al giorno, pari a 4000 UI. Fino a questa soglia siamo sicuri che non ci siano effetti dannosi per la mamma e per il bambino.

 

Certo, è difficile sapere quanta se ne assume davvero ogni giorno. In alcune situazioni può essere utile andare a vedere quanta vitamina D c'è effettivamente in circolo nell'organismo (è un semplice esame del sangue). "Si considerano nella norma valori di vitamina D, o meglio di 25-idrossivitamina D, la forma cercata, pari a 20-30 nanogrammi per millilitro di sangue" spiega Spadafranca. Al di sotto di questa soglia si parla di carenza o ipovitaminosi, che diventa grave sotto i 10 nanogrammi per ml.

 

Va detto però che nessun organismo scientifico o sanitario ritiene al momento necessario uno screening a tappeto dei valori di vitamina D in tutte le donne in gravidanza.

 

Chi è a rischio di carenza di vitamina D?
Alcune categorie di persone sono particolarmente a rischio di sviluppare una carenza di vitamina D. Per esempio:

  • persone con elevata pigmentazione cutanea (pelle scura o molto scura);
  • persone che si espongono poco al sole, per esempio perché fanno una vita molto sedentaria e ritirata, o perché indossano abiti e veli molto coprenti;
  • persone obese;
  • persone che assumono farmaci in grado di interferire con il metabolismo della vitamina D.

Oltre a questi, altri fattori di rischio per la carenza di vitamina D durante la gravidanza sono:

Su quanto sia diffusa la carenza di vitamina D tra le donne italiane in gravidanza, purtroppo non ci sono molti dati a disposizione. Solo due studi hanno valutato la questione. Il primo, condotto nel 2010 su un campione molto piccolo - 24 donne a termine - ha trovato un deficit di vitamina praticamente in tutte. Il secondo, più recente, condotto in Piemonte su un gruppo di circa 500 donne (comprese 200 immigrate), ha trovato livelli piuttosto bassi di vitamina in poco più del 40% del campione e livelli chiaramente carenti nel 18% delle italiane e in quasi il 50% delle immigrate.

 

Durante la gravidanza bisogna assumere un integratore di vitamina D?
Bisogna distinguere tre situazioni differenti.

 

1. Donne a rischio di carenza di vitamina D
Stiamo parlando di donne:

  • con elevata pigmentazione cutanea: le Linee guida del Ministero della salute sulla gravidanza fisiologica parlano in modo specifico di "donne del sudest asiatico, africane, caraibiche e di origini mediorientali";
  • che si espongono raramente al sole;
  • che hanno un'alimentazione molto povera di vitamina D (per esempio vegetariana o vegana);
  • obese.

In questi casi c'è un certo accordo internazionale nel suggerire la supplementazione di vitamina D,  vale a dire l'assunzione di un integratore alimentare con questa vitamina. Per quanto riguarda le quantità, un documento ufficiale del Royal College of Obstetrician and Gynaecologists inglese, parla di almeno 1000 UI di vitamina D al giorno, mentre la società tedesca di nutrizione raccomanda 800 UI al giorno e il Consensus italiano della SIPPS 1000/2000 UI al giorno. E, ancora, le ultime raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità per un'esperienza positiva della gravidanza raccomandano una supplementazione con 200 UI al giorno per donne con documentata carenza della vitamina.

 

2. Donne a rischio di preeclampsia
Qui la situazione è un po' meno chiara. Il documento inglese consiglia l'assunzione di almeno 800 UI al giorno di vitamina D, in combinazione con il calcio, per le donne a rischio preeclampsia, e il Consensus italiano si pone sulla stessa linea, suggerendo però una supplementazione più elevata (1000/2000 UI).

 

3. Donne con gravidanza fisiologica, senza particolari fattori di rischio per la carenza di vitamina D
Anche in questo caso non ci sono indicazioni univoche: Organizzazione mondiale della sanità, Linee guida del ministero della salute e Aifa, Agenzia italiana del farmaco, affermano che, in base ai dati disponibili, non ci sono prove per indicare a tutte le donne incinte di prendere un integratore di vitamina D.

 

Viceversa, alcune società scientifiche consigliano la supplementazione: 400 UI al giorno per l'RCOG inglese e 600 UI al giorno per il Consensus italiano.

 

Del resto, è molto probabile che molte donne incinte assumano già, magari senza saperlo, della vitamina D, che è una delle componenti degli integratori multivitaminici spesso usati in gravidanza. "L'indicazione per tutte è di assumere acido folico, ma alcuni produttori hanno combinato questa sostanza ad altre, come il ferro e appunto la vitamina D" spiega Spadafranca. In questi prodotti, il contenuto di vitamina D è in genere di 10 microgrammi, pari a 400 UI: in pratica, quasi il 70% dei livelli di assunzione raccomandati.

 

Che fare, allora, in questa situazione così incerta e in divenire? Di sicuro, parlarne con il proprio medico, per valutare insieme il rischio personale di carenza di vitamina D e le possibili situazioni. "A meno di non  trovarsi in una situazione di grave carenza, l'invito è comunque a stare tranquille" precisa Spadafranca. "Se si sta assumendo un integratore classico, bisogna essere rassicurate sul fatto che comunque non si rischia un sovradosaggio di vitamina". Insomma, male non fa. "Se invece non lo si sta assumendo, non bisogna preoccuparsi troppo di mettere a rischio, in questo modo, la salute propria o del proprio bambino. Bene però preoccuparsi della qualità della dieta e di passare del tempo all'aria aperta!".

 

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