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Cisti dei plessi corioidei del feto: cos'è e cosa fare

di Francesca Capriati - 06.09.2021 - Scrivici

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Fonte: shutterstock
Cisti dei plessi corioidei del feto: cosa sono, cosa fare se non si riassorbono e quali sono le conseguenze della cisti dei plessi coriodei in gravidanza

Cisti dei plessi corioidei del feto

Una cisti del plesso corioideo è un accumulo di liquido che si trova nella sezione coroide del cervello del feto. Secondo le stime, circa il 2% delle gravidanze viene interessata dalla formazione di queste cisti, solitamente nel secondo trimestre. Ma di cosa si tratta e quali sono le conseguenze?

In questo articolo

Cisti dei plessi corioidei, cosa sono

Il plesso corioideo è costituito da una rete di cellule e vasi sanguigni che si trovano nei ventricoli, degli spazi del cervello pieni di liquido. Ogni plesso (sono 4) è deputato alla produzione del liquido cerebrospinale (liquor). Quando si forma il plesso coroideo, può capitare che una piccola bolla di liquido si stacchi formando una cisti.

Generalmente le cisti di questo tipo vengono diagnosticate durante un'ecografia e non sono considerate sempre anormali o pericolose. La maggior parte delle cisti si assorbe spontaneamente senza richiedere alcun tipo di intervento. Gli studi condotti su bambini con una cisti del plesso coroideo rilevabile che si è risolta non hanno mostrato problemi cognitivi successivamente: avevano comportamenti, abilità motorie e funzioni cognitive in linea con quelli dei bambini senza disabilità.

Cisti dei plessi corioidei: se non si riassorbono?

Non c'è modo di trattare una cisti del plesso corioideo. Come abbiamo detto nella maggior parte dei casi le cisti si riassorbono spontaneamente, ma potrebbe destare preoccupazione una cisti di grandi dimensioni e il medico potrebbe procedere con un'ecografia più dettagliata ed altri esami.

Non ci sono evidenze che dimostrino che la presenza di queste piccole cisti durante lo sviluppo fetale sia associato a disturbi cognitivi o autismo, ovviamente la situazione va monitorata al fine di confermare il riassorbimento della ciste e l'assenza di condizioni genetiche che hanno tra le loro manifestazioni più comuni proprio la presenza di cisti dei plessi corioidei.

E' il caso della trisomia 18, o sindrome di Edwards.

Cos'è la trisomia 18

I bambini con trisomia 18 (una condizione genetica rara che interessa 1 neonato su 3000) hanno una copia in più del cromosoma numero 18, le possibilità di sopravvivenza per questi bambini sono molto basse (la maggior parte di essi non viene mai alla luce) e hanno spesso gravi disabilità intellettive e problemi ad organi come cuore, reni e cervello.

Un terzo dei bambini nati con la trisomia 18 ha una cisti del plesso corioideo rilevabile ed è per questo che i medici preferiscono sempre approfondire le cause e lo sviluppo delle cisti.

L'amniocentesi è un esame diagnostico in grado di rilevare la trisomia 18 nel secondo trimestre di gravidanza.

Come funziona l'amniocentesi?

Sotto controllo ecografico, il medico preleverà un piccolo campione di liquido amniotico che verrà analizzato in laboratorio al fine di individuare segni di problemi genetici.

Anche il test dell'alfa fetoproteina (AFP) può escludere la possibilità che un bambino abbia la trisomia 18: l'esame analizza i livelli della proteina presente nel sangue della madre e consente di individuare problemi come Sindrome di Down e Trisomia 18.

Il test AFP viene in genere eseguito tra la 15esima e la 20esima settimana di gravidanza. Il valore del risultato va interpretato associandolo ai risultati di altri due esami: gonadotropina corionica umana ed estriolo non coniugato.  

A differenza dell'amniocentesi, non ci sono rischi aggiuntivi che derivano dall'esecuzione del test, ma attenzione, non si tratta di un esame prenatale diagnostico bensì di uno screening che offre un risultato probabilistico: ciò vuol dire che non garantisce una diagnosi vera e propria di anomalia nel feto, ma soltanto un calcolo della percentuale di rischio che il bambino abbia dei problemi o dei difetti alla nascita.  

Nel caso in cui i risultati del test siano sospetti o anomalie, il ginecologo potrebbe richiedere un ulteriore approfondimento con l'amniocentesi.

Fonti

 

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