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Test del Dna fetale (NIPT)

di Angela Bisceglia - 23.06.2022 - Scrivici

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Fonte: shutterstock
Dna fetale: il test del dna fetale (NIPT) è un esame di screening prenatale, per valutare il rischio che il feto sia affetto da alcune patologie cromosomiche

Dna fetale

Il test del DNA fetale (in inglese NIP Test, Non Invasive Prental Test) si esegue a partire da un semplice prelievo di sangue della mamma in attesa, allo scopo di individuare precocemente il rischio che il feto sia affetto da anomalie cromosomiche come le trisomie 21 (sindrome di Down) 13 e 18. Si tratta di un test di "screening", che a differenza di un test "diagnostico" come l'amniocentesi o la villocentesi (tecniche di indagine invasive), permette di esprimere una predizione di basso rischio o alto rischio.

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Test del DNA fetale

Non può considerarsi sostitutivo di indagini invasive come villocentesi e amniocentesi perché questi esami danno risposte più esaustive su un numero maggiore di condizioni. In caso di esito positivo al test del DNA fetale, inoltre, il risultato va confermato con una metodica invasiva.

Test Dna fetale costo

Uno dei limiti del test del DNA fetale sta nel costo, spesso non accessibile a tutte le famiglie: le cifre odierne oscillano tra 300 e 700 euro. Nonostante le indicazioni del Consiglio Superiore di Sanità, il Sistema Sanitario Nazionale non include ancora il test fra gli esami gratuiti offerti alle donne in gravidanza. Qualcosa però, pare si stia muovendo. Ad esempio in Toscana, il test del DNA fetale viene ora offerto gratuitamente alle categorie esenti da ticket, e a prezzo dimezzato alle donne che hanno effettuato il test combinato e hanno un referto di rischio compreso tra 1/301 e 1/1000.

DNA fetale quando farlo

Può essere effettuato con un semplice prelievo di sangue a partire dalla decima settimana di gravidanza, non prima poiché la quantità di DNA fetale presente nel sangue materno potrebbe risultare insufficiente e il suo principale vantaggio è che si tratta di un esame assolutamente non invasivo, che quindi non comporta pericoli per la mamma e il bambino. Rispetto alla stima del rischio di sindrome di Down, al momento il test del DNA fetale rappresenta l'esame di screening più accurato.

L'esito dell'esame viene solitamente comunicato nell'arco di una o due settimane.

Come funziona l’esame del DNA fetale

Come dice il nome, il test del DNA fetale analizza il DNA del feto, denominato cell free DNA (cfDNA), presente nel siero materno. In laboratorio il DNA fetale viene isolato da quello materno e replicato al fine di poter effettuare l'analisi.

Secondo le Linee Guida SIEOG (Società Italiana di Ecografia Ostetrico Ginecologica) e di altre importanti Società Scientifiche, è fondamentale che l'esame venga preceduto da un'ecografia, possibilmente con la misurazione della translucenza nucale (dunque tra la 11ª e la 13ª settimana). Nel caso in cui si riscontrasse una translucenza nucale aumentata oppure malformazioni fetali maggiori, è consigliato intervenire con una procedura diagnostica invasiva (amniocentesi o villocentesi), mentre l'esecuzione del test del DNA fetale non sarebbe indicata.

Che cosa permette di scoprire il test del DNA fetale

Sono possibili diversi impieghi. I primi utilizzi, nel tempo, hanno riguardato la diagnosi molto precoce, già a 8-9 settimane, del fattore Rh fetale (implicato nel fenomeno di incompatibilità materno-fetale) o del sesso del nascituro, utile in caso di rischio di malattie legate al sesso.

Negli ultimi anni il test del DNA fetale si è diffuso sempre più come esame di screening per le anomalie cromosomiche, in particolare la trisomia 21 (responsabile della sindrome di Down), le trisomie 13 (sindrome di Patau) e 18 (sindrome di Edwards) e, eventualmente, le anomalie dei cromosomi sessuali. Attenzione, però: parliamo di screening e non di diagnosi! Significa che il test non certifica la presenza o l'assenza della malattia, ma valuta il rischio che il feto ne sia affetto.

Quanto è attendibile il test del DNA fetale per lo screening di anomalie cromosomiche?

Dipende dall'anomalia considerata. Nel caso della sindrome di Down, l'attendibilità è ormai molto alta: superiore al 99%, con falsi positivi molto rari. Lo confermano tutti i dati scientifici a disposizione, tra cui la più recente revisione della letteratura disponibile, pubblicata dal gruppo di Kypros Nicolaides del King's College Hospital di Londra, uno dei massimi esperti mondiali di screening prenatale.

Questi dati non dicono solo che il test è molto affidabile: dicono anche che - sempre rispetto alla sindrome di Down - la sua attendibilità è superiore a quella del test di screening tradizionale (il classico duotest che combina la misurazione per ecografia della translucenza nucale con i valori di alcuni parametri biochimici della mamma). Per quanto riguarda le altre anomalie cromosomiche, come le trisomie 18 o 13, invece, l'attendibilità si attesta rispettivamente al 96% e al 91% (Linee Guida Ministeriali)

"Attenzione, però.  Se il test fornisce un risultato positivo, le società scientifiche raccomandano di confermarlo con un esame tradizionale come amniocentesi o villocentesi, prima di valutare una possibile interruzione di gravidanza" sottolinea Faustina Lalatta, responsabile di Genetica Medica presso l'ospedale Humanitas di Milano. In altre parole: se il feto è malato, la probabilità che questo tipo di test lo riconosca è altissima, ma se non lo è, può comunque succedere che il test dia un risultato positivo (falso): ecco perché i positivi sono sempre da confermare con tecniche invasive.

Il test del DNA fetale per lo screening di altre anomalie

Negli ultimi anni, alcune aziende hanno cominciato a proporre test del DNA fetale anche per lo screening di altre condizioni, per esempio piccole alterazioni dei cromosomi come microdelezioni (mancanza di piccole porzioni del cromosoma).

Tuttavia, per il momento, le principali Società Scientifiche non incoraggiano il ricorso a questo tipo di analisi, non ancora sufficientemente validate. Come spiegato anche in un documento informativo redatto dall'IRCCS Burlo Garofolo di Trieste, il test del DNA fetale è stato validato su un considerevole numero di campioni solo e unicamente per la trisomia 21, 13 e 18. I risultati ottenuti per altre anomalie genetiche sono quindi di dubbia affidabilità.

Il test del DNA fetale può sostituire amniocentesi o villocentesi?

Secondo la maggior parte degli esperti, il test del DNA fetale è un'opportunità in più per quanto riguarda lo screening prenatale, soprattutto perché si tratta di un test non invasivo e oramai molto preciso.

Non manderà però "in pensione" strumenti diagnostici come l'amniocentesi e la villocentesi.

Amniocentesi e villocentesi, oltre a dare risultati definitivi (cioè diagnosi e non stime di rischio), permettono di dare uno sguardo all'insieme dei cromosomi fetali. Così, se ci sono altre anomalie rispetto a quelle cercate, amniocentesi e villocentesi permettono di identificarle, mentre non è detto che questo accada con il test del DNA fetale.

Rispetto al test di screening classico, come il bitest, può darsi che in futuro l'analisi del DNA fetale possa soppiantarlo, anche se va detto che alcuni dei parametri biochimici indagati nel duotest possano fornire informazioni generali sull'andamento della gravidanza che non hanno necessariamente a che fare con la stima del rischio della sindrome di Down. In altre parole, possono fornire informazioni in più.

Cos'è l'amniocentesi

Con un prelievo e l'analisi di una piccola quantità di liquido amniotico si può costruire la mappa cromosomica del feto ed individuare eventuali anomalie cromosomiche. E' un esame diagnostico ma invasivo.

  • L'amniocentesi si effettua durante il quarto mese di gravidanza, a partire dalla 15-esima e, preferibilmente, entro la la 18-esima settimana.

Cos'è la villocentesi

E' un esame di diagnosi prenatale invasiva e precoce che permette di scoprire eventuali anomalie fetali cromosomiche o malattie genetiche. Consiste nel prelievo dei villi coriali al fine di analizzare frammenti del cosiddetto tessuto coriale, dal quale poi si svilupperà la placenta.

  • La villocentesi si effettua tra le 11 e le 13-14 settimane.

Chi dovrebbe fare il test del DNA fetale

Non ci sono linee guida precise in proposito. "Il test del DNA fetale da sangue materno può essere utilizzato dalle future mamme che non presentano particolari fattori di rischio e desiderano sapere quanto è probabile che il loro feto sia affetto da una delle trisomie più diffuse, senza esporsi al rischio di aborto dato da villocentesi ed amniocentesi" dice Faustina Lalatta.

"Se invece la futura mamma ha già fattori di rischio, come un precedente figlio affetto da una patologia cromosomica, o l'indicazione di un rischio aumentato di anomalie fetali da parte di un test di screening classico, la coppia dovrà valutare se è più opportuno rivolgersi direttamente a un esame invasivo oppure fare un passaggio intermedio con il test del DNA fetale".

Oltre ai casi citati dalla Dott. ssa Lalatta, ce ne sono altri in cui il test è consigliato:

  • Per le future mamme con più di 35 anni d'età;
  • Per gravidanze singole in cui è preferibile evitare le metodiche invasive (precedenti interruzioni spontanee di gravidanza, rischio di aborto, fecondazione assistita);
  • Donne con familiarità a malattie genetiche.

Si tenga presente, infine, che il test è più attendibile in caso di gravidanze singole, mentre nel caso dei gemelli pone dei problemi perché, pur identificando un'eventuale trisomia, non è in grado di attribuire il dato patologico al gemello corrispondente.

Fonti per questo articolo:

Revisionato da Francesca Capriati

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