Giornata mondiale dell'Aids

HIV e AIDS: avere un figlio è possibile

Di Valentina Murelli
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30 Novembre 2018
Le terapie antiretrovirali oggi permettono alle persone con HIV di condurre una vita relativamente normale. E se c'è il desiderio di un figlio, può essere esaudito. Ecco come fare.
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L'infezione da parte del virus HIV non può ancora essere completamente debellata, ma le terapie antiretrovirali disponibili oggi permettono di tenerla sotto controllo, riducendo il rischio di sviluppare l'Aids, la malattia del sistema immunitario causata dall'HIV.

 

Questo significa che donne e uomini sieropositivi – cioè infettati da HIV - possono vivere una vita relativamente normale, coronando anche l'eventuale desiderio di un figlio. Varie strategie permettono infatti di ridurre al minimo il rischio di contagio tra partner o del bambino stesso.

 

Come evitare il passaggio del virus da mamma sieropositiva a bambino


Durante la gravidanza il virus dell'HIV può effettivamente essere trasmesso da una madre con infezione al feto, ed è questo il problema principale per queste gravidanze.

 

Il rischio che ciò accada, però, è molto basso – inferiore all'1% - se l'infezione della mamma è ben controllata e la carica di virus nel suo sangue risulta praticamente nulla. “Perché questo sia possibile occorre che la donna segua con costanza una terapia antiretrovirale, che prevede in genere l'assunzione di tre diversi farmaci” spiega Beatrice Tassis, ginecologa esperta di malattie infettive in gravidanza presso la Clinica Mangiagalli di Milano.

 

L'ideale è arrivare alla gravidanza già in condizioni di controllo dell'infezione, con una carica virale negativa e un buono stato immunologico, necessario per affrontare un momento 'impegnativo' come è appunto l'attesa di un bambino, anche dal punto di vista immunitario.

 

“È inoltre molto importante che in fase pre-concezionale venga valutato lo stato della donna rispetto ad altre malattie infettive come rosolia, varicella, morbillo, toxoplasmosi e citomegalovirus, che se contratte in gravidanza sono ancora più pericolose rispetto a quanto già lo siano per le donne non sieropositive e i loro bambini” sottolinea Tassis. “Se occorre, vanno programmate le opportune vaccinazioni prima di avviare la ricerca di una gravidanza. Per toxoplasmosi e citomegalovirus bisogna invece informare le donne 'negative' sui comportamenti da adottare per evitare il rischio di contagio in gravidanza”. 

 

A test positivo, l'impegno deve continuare. “La terapia antiretrovirale andrà seguita per tutta la gravidanza” precisa la ginecologa Giulia Masuelli, responsabile dell'ambulatorio di malattie infettive in gravidanza dell'Ospedale Sant'Anna di Torino. “I dati disponibili dicono che i più noti tra questi farmaci, quelli in uso da più tempo, non dovrebbero comportare particolari rischi malformativi. Se la donna sta usando farmaci più nuovi, sui quali abbiamo meno informazioni, probabilmente l'infettivologo indicherà un cambio di terapia”.

 

“Se la carica virale si mantiene nulla oggi è considerato possibile anche il parto per via vaginale, che veniva invece sconsigliato fino a qualche anno fa, a favore del cesareo” spiega Masuelli. “A patto, ovviamente, che non ci siano altre complicazioni ostetriche che rendono opportuno il cesareo per altri motivi”. Per quanto riguarda l'allattamento al seno, è attualmente controindicato, anche se non è escluso che in futuro le indicazioni possano cambiare.

 

Ma come si fa a evitare il rischio di contagio tra partner durante il concepimento, se solo uno dei due è sieropositivo (coppie sierodiscordanti)? Vediamo.

 

Cosa fare se la donna è sieropositiva e l'uomo no


Partiamo dal presupposto che il rischio di trasmissione dell'infezione da parte di una persona – uomo o donna – che segue una terapia antiretrovirale e ha una carica virale nel sangue negativa è molto basso. “Dunque, in questo caso il concepimento può essere cercato per vie naturali se si seguono altre due strategie di sicurezza: limitare i rapporti al momento più fertile e prevedere un trattamento di profilassi pre-espositiva per il partner senza infezione” spiega Tassis.

Altrimenti, due alternative sicure per evitare il rischio di contagio all'uomo, nel caso in cui sia solo la donna a essere sieropositiva sono l'inseminazione intrauterina in un centro di Pma di primo livello o l'autoinseminazione direttamente a casa, per esempio con una siringa senza ago.

 

Cosa fare se l'uomo è sieropositivo e la donna no


Il problema in questo caso è il rischio di trasmissione dell'infezione dall'uomo alla donna, per via sessuale. Una volta contagiata, la donna potrebbe a sua volta trasmetterla al feto o al neonato.

 

Anche in questo caso vale quanto detto sopra: se la carica virale dell'uomo è negativa si può cercare il concepimento per via naturale, limitando i rapporti al momento dell'ovulazione e prevedendo una profilassi pre-espositiva per la donna. Se invece la carica virale è positiva (cioè ci sono particelle di virus circolanti nel sangue) il modo più sicuro per ridurre al minimo il rischio di contagio è un percorso di Pma che preveda uno speciale trattamento (si parla di 'lavaggio') del liquido seminale, proprio per allontanare le particelle virali.

 

“In genere, lo sperma così trattato viene utilizzato per procedure di fecondazione in vitro con ICSI, iniezione intracitoplasmatica di sperma” spiega Francesca Ciociola, ginecologa presso il Centro di Pma dell'Ospedale Santa Margherita di Cortona (Arezzo), uno dei pochi in Italia che offre questo tipo di percorso: qui un elenco completo.

 

“Il problema è soprattutto di tipo tecnico e organizzativo” afferma il professor Alberto Revelli, responsabile del Centro di Pma dell'Ospedale Sant'Anna di Torino, da poco attivo anche su questo fronte. “Per evitare qualunque rischio di esposizione a contagio, per quanto remota e improbabile, servono macchinari e contenitori dedicati per il materiale biologico contaminato da HIV, differenti da quelli per materiale biologico non contaminato. Non tutti i centri sono attrezzati per garantire questa separazione delle linee di lavoro”.

 

Il ricorso a questi centri specializzati è necessario anche nel caso in cui la coppia, oltre ad avere un problema di HIV, abbia anche un problema di infertilità. “D'altra parte si tratta di un disturbo piuttosto comune: può succedere che in una coppia infertile ci sia anche un partner con HIV” spiega Revelli.

 

Cosa fare se entrambi i partner sono sieropositivi


Di nuovo, anche in questo caso in genere la coppia può provare a concepire naturalmente. Se i partner fossero portatori di ceppi differenti di virus andrà valutato il da farsi, anche in base allo stato dell'infezione: se l'uomo avesse una carica positiva per un ceppo differente da quello della donna potrebbe essere consigliabile il lavaggio del liquido seminale e la Pma.

 

Altre fonti per questo articolo: Materiale informativo della Lega italiana per la lotta contro l'Aids; Articolo dei Centri per il controllo delle malattie americani; Linee guida sull'utilizzo della terapia antiretrovirale e la gestione delle persone con infezione da HIV del Ministero della salute.