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HIV in gravidanza: tutto quello che bisogna fare per evitare rischi a mamma e bebè

di Valentina Murelli - 28.06.2021 - Scrivici

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Fonte: shutterstock
Anche le donne con HIV possono coronare il sogno di diventare madri. È molto importante, però, partire con la malattia sotto controllo e con la carica virale nel sangue azzerata

Sì, una donna con HIV può avere figli, e se la malattia è tenuta sotto controllo con le terapie antiretrovirali, a parte qualche esame in più, la sua gravidanza non sarà poi molto diversa da quella di una donna sana, senza l'infezione. Se fino a non molto tempo fa, per via dell'alto tasso di trasmissione materno-fetale, la maggior parte delle coppie rinunciava a una possibile gravidanza, oggi la situazione è ben diversa. Grazie alle terapie antiretrovirali oggi è possibile "tenere a bada" l'HIV, riducendo così anche il problema della trasmissione verticale dell'infezione dalla madre al figlio. Ce ne parla il Prof. Guido Menato, Direttore dell'Unità Complessa di Ginecologia e Ostetricia 2U dell'Ospedale Sant'Anna di Torino.

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HIV in gravidanza: come partire con il piede giusto

Se il messaggio generale è positivo, però, non significa che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. Il rischio principale per una donna sieropositiva è quello di trasmettere l'infezione al feto, "ma se l'infezione è ben controllata e la viremia (carica di virus nel sangue) è nulla questo rischio è molto basso: inferiore all'1%" afferma il Prof. Menato. Se non si seguono le cure mediche, invece, il rischio di trasmissione fetale di HIV si aggira attorno al 20%

Prerequisito essenziale perché tutto vada nel migliore dei modi è dunque partire da una condizione in cui la malattia è già sotto controllo, il che implica una pianificazione della gravidanza stessa. Invece, secondo i dati raccolti dall'Istituto Superiore di Sanità circa metà delle gravidanze nelle donne con HIV risulta non pianificata.

Purtroppo, poi, ancora oggi un buon numero di donne in dolce attesa, il 20% circa, scopre di essere positiva all'HIV proprio durante la gravidanza stessa. È chiaro che si tratta di una condizione non ottimale, sia dal punto di vista psicologico, sia perché all'inizio la gestione della terapia può risultare complicata.

Quindi, per chi sa di essere sieropositiva l'ideale è cominciare a pensare a una gravidanza solo quando il trattamento antiretrovirale è a regime, la carica virale è negativa e lo stato immunologico generale è buono: condizione necessaria per affrontare al meglio un momento "impegnativo" come è appunto l'attesa di un bambino, anche dal punto di vista immunitario. "È inoltre molto importante per la salute del feto che la mamma non fumi e non faccia uso di stupefacenti perché allora sì che i rischi per il nascituro sono elevati" precisa Menato.

Per tutte le altre donne, il consiglio è di effettuare il test dell'HIV prima di cominciare a cercare una gravidanza, come raccomandato anche dalle Linee guida per la gravidanza fisiologica del Ministero della Salute, perché scoprire dopo un'eventuale sieropositività è peggio.

Mai interrompere la terapia

Se il test per l'HIV dovesse risultare positivo, l'impegno con i trattamenti deve continuare. "Per evitare i problemi legati all'HIV, la donna deve seguire con costanza la terapia antiretrovirale per tutta la gravidanza" spiega Menato, che rassicura sugli eventuali rischi per il feto di molti di questi farmaci. "I dati disponibili dicono che quelli più noti e in uso da più tempo non dovrebbero comportare particolari rischi malformativi". Se la donna sta usando farmaci immessi nel mercato più recentemente, sui quali si hanno meno informazioni, l'infettivologo potrebbe indicare un cambio di terapia. "Va detto, però, che la terapia antiretrovirale aumenta il rischio di complicazioni come la rottura prematura delle membrane, il basso peso alla nascita e il diabete gestazionale".

Se è l’uomo a essere positivo all’HIV?

Se il vostro partner è positivo all'HIV è necessario che:

  • continui ad assumere i farmaci antiretrovirali prescritti, al fine di raggiungere e mantenere una carica virale non rilevabile tale da rendere pressoché nullo il rischio di trasmissione sessuale alla donna HIV-negativa;
  • voi e il vostro partner adottiate comportamenti tali da ridurre al minimo il rischio di trasmissione dell'HIV dall'uomo positivo alla donna negativa durante la gravidanza e l'allattamento.

Il percorso della gravidanza

Secondo le Linee guida del Ministero della salute sull'utilizzo della terapia antiretrovirale e la gestione delle persone con infezione da HIV, la donna incinta sieropositiva dovrebbe essere seguita da un'équipe multidisciplinare composta da ginecologo, infettivologo, pediatra, ma anche psicologo, assistente sociale, mediatore culturale (nella maggioranza dei casi si tratta di donne di origine straniera), più eventualmente esperti di associazioni di persone con HIV.
La gravidanza viene per definizione classificata come a rischio, dunque dovrebbe essere seguita in un centro di secondo livello. "In pratica si programmano controlli periodici, a cadenza mensile, per verificare la carica virale e lo stato immunologico, ma anche per assicurarci che la crescita fetale sia regolare" spiega Menato. "Inoltre, proprio perché i farmaci antiretrovirali potrebbero comportare un lieve aumento del rischio di alcune complicazioni ostetriche come parto preterminediabete gestazionale e colestasi gravidica, si effettuano controlli periodici anche su questi fronti".


Se la malattia è sotto controllo, però, in genere non si verificano più complicazioni di quanto accada nel resto delle donne incinte.

Occhio alle vaccinazioni


Sempre in fase preconcezionale è anche molto importante valutare lo stato rispetto ad altre malattie infettive come rosolia, varicella, morbillo, toxoplasmosi e citomegalovirus, cioè verificare, tramite appositi test, se si è immuni o meno. Questo perché sono malattie che, se contratte in gravidanza da donne sieropositive sono ancora più pericolose rispetto a quanto già lo siano per le donne non sieropositive. Se non si è immuni, ove possibile occorre programmare le opportune vaccinazioni prima di avviare la ricerca di una gravidanza. Per toxoplasmosi e citomegalovirus bisogna invece informare le donne 'negative' sui comportamenti da adottare per evitare il rischio di contagio in gravidanza.

E a proposito di vaccinazioni, se la gravidanza parte anche in caso di sieropositività bisogna mettere in conto quelle consigliate dal Ministero della Salute per tutte le donne incinte, e cioè anti-influenzale e anti-pertosse.

Il parto

"Se la carica virale si mantiene azzerata fino a tre settimane prima del parto e lo stato immunologico è buono, oggi è considerato possibile anche il parto per via vaginale, che veniva invece sconsigliato fino a qualche anno fa" spiega Menato. A patto, ovviamente, che non ci siano altre complicazioni ostetriche che rendono più opportuno il cesareo. Secondo le nuove linee guida della European AIDS Clinical Society, nelle donne in cui la carica virale è superiore a 50 copie/ml tra la settimana 34 e la 36, è consigliabile programmare un parto cesareo alla 38esima settimana di gravidanza perché la rottura delle membrane espone a un rischio maggiore di trasmissione dell'infezione.

"L'importante è evitare la trasmissione verticale dell'HIV dalla madre al bambino e questo può succedere se non si segue la terapia antiretrovirale in modo regolare o se, nonostante la terapia, la carica virale non è abbastanza ridotta" precisa il Prof. Menato.

Meglio, per ora, il latte artificiale


Per quanto riguarda l'allattamento al seno, questo è attualmente controindicato, almeno nei paesi sviluppati dove le alternative (cioè il latte formulato) sono sicure e sostenibili dal punto di vista economico. L'allattamento al seno, infatti, può comportare la trasmissione dell'HIV non solo tramite il latte materno, ma anche attraverso le piccole ferite/lesioni che possono comparire sui capezzoli durante l'allattamento.

Dopo la nascita: come si sa se il bambino è positivo?

In passato per sapere se il neonato fosse positivo o meno all'infezione bisognava attendere circa 15-18 mesi. Oggi, invece, è possibile effettuare la diagnosi già nei primi mesi di vita del piccolino, potendo così iniziare precocemente la terapia antiretrovirale.

Fonti utilizzate:

  • Consulenza del Prof. Guido Menato, Direttore dell'Unità Complessa di Ginecologia e Ostetricia 2U dell'Ospedale Sant'Anna di Torino;
  • Ministero della Salute e Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, Linee guida italiane sull'utilizzo della terapia antiretrovirale e la gestione diagnostico-clinica delle persone con infezione da HIV-1, 2017;
  • European AIDS Clincal Society, Guidelines, 2020;
  • British HIV Association (BHIVA), Management of HIV in Pregnancy and Postpartum Clinical Practice Guidelines, 2019;
  • Ministero della Salute, Linee guida per la gravidanza fisiologica, 2011.

Revisionato da Francesca De Ruvo

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