Maternità difficili

Mamme straniere: storie di maternità difficili

Di Valentina Murelli
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10 Luglio 2019 | Aggiornato il 11 Luglio 2019
Barriere linguistiche, mancanza di una rete familiare e sociale di sostegno, difficoltà di accesso ai sistemi di cura. Sono le difficoltà principale che vivono le mamme straniere nel nostro paese. Difficoltà concrete, che si accompagnano spesso a un forte senso di isolamento e solitudine.
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Immaginate di aspettare un bambino in un paese straniero. Un paese di cui non conoscete la lingua né tantomeno l'organizzazione del sistema sanitario e con tradizioni, costumi, visioni della vita e del mondo profondamente differenti dalle vostre. Immaginate di non avere accanto nessuno, a parte il padre del bambino (quando c'è): niente mamma, zie, sorelle o amiche intime. Immaginate le visite in ospedale da sole, magari senza nessuno che vi spieghi bene cosa dovete fare e cosa dovete aspettarvi (no, non sempre ci sono mediatori linguistici e culturali per fare questo lavoro), il travaglio e il parto con medici e ostetriche che vi dicono cose che non capite, il ritorno a casa senza reti di sostegno sociali ed economiche.

 

Be', in realtà nessuna donna immaginerebbe di vivere così i mesi dell'attesa, il parto, la nuova vita con un bambino. Eppure è esattamente quello che accade a molte delle donne straniere che vivono in Italia. Lo riassume bene un paragrafo dell'ultimo rapporto di Save the Children sulla maternità nel nostro paese (Le equilibriste 2019), sottolineando le tre criticità principali che devono affrontare queste donne:

  • barriere linguistiche;
  • mancanza di una rete familiare di sostegno;
  • difficoltà di accesso ai sistemi di cura e di welfare.

 

Le mamme straniere in Italia, qualche dato


Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, circa 91 mila bambini nati nel 2018 in Italia hanno una mamma straniera (il 20,3% del totale, uno su cinque). “Non sappiamo però quale sia lo stato preciso di queste madri, cioè quante di loro siano stabilmente residenti o abbiano un permesso di soggiorno ed eventualmente di quale tipo” spiega la coordinatrice del rapporto di Save the Children Antonella Inverno, precisando che “è molto difficile recuperare dati dal Ministero dell'Interno”.  

 

Sappiamo però che sono mamme tendenzialmente giovani: l'età media al primo parto è di 28,9 anni, tre anni e mezzo in meno rispetto alle italiane, per cui c'è una maggior propensione ad avere un secondo figlio.

 

Al di là di questo, tracciare un identikit generale della "mamma straniera in Italia" è praticamente impossibile, perché sono donne che provengono da paesi e tradizioni culturali differenti (Albania, Marocco e Ucraina sono i paesi in cima alla classifica per provenienza di donne con cittadinanza extra-Ue, ma ovviamente non mancano immigrate dall'Africa sub-sahariana, dall'America latina, dalle Filippine ecc.) e perché arrivano in Italia per motivi diversi, che si riflettono in differenti condizioni di vita nel nostro paese.

 

Le donne dei paesi arabi, per esempio, arrivano in genere per ricongiungimento familiare con il marito, che sta già lavorando in Italia, e tendono a fare una vita molto ritirata: escono poco di casa, faticano a imparare l'italiano, rimangono a lungo completamente spaesate. Le donne filippine, sudamericane o dell'Europa dell'Est, invece, vengono spesso da sole in cerca di lavoro, magari lasciando nei paesi d'origine altri figli. Sono più attive, più esposte alla lingua, un po' meno disorientate. E purtroppo c'è anche chi arriva in seguito a tratta per sfruttamento, come accade a molte ragazze dell'Africa subsahariana, per esempio nigeriane, costrette qui alla prostituzione.

 

"Qualunque sia la provenienza, però, ci sono due elementi che accomunano queste donne quando si trovano ad affrontare una maternità nel nostro paese" spiega Karina Scorzelli, mediatrice linguistico-culturale e presidentessa della cooperativa sociale milanese Crinali, che lavora in collaborazione con ospedali e consultori sul sostegno per donne e bambini stranieri e la formazione per operatori sanitari. "La solitudine, con un grande senso di vuoto e isolamento, e la difficoltà di accesso ai servizi sanitari". Con conseguenze importanti sul piano della salute.

 

 

Prima visita in ritardo

 

Sempre il documento di Save the Children racconta che le donne straniere effettuano la prima visita in gravidanza più tardi rispetto alle italiane. Circa una su dieci la fa oltre il terzo mese (mentre le italiane che vanno dal medico così tardi sono una una venti).

 

Questo ritardo può dipendere da varie ragioni, per esempio l'arrivo in Italia a gravidanza già inoltrata, come accade spesso per le donne arabe, o abitudini differenti rispetto all'assistenza medica in questo periodo. “In molti dei paesi d'origine delle donne che incontriamo non si fanno tutti gli esami e le visite previsti dal percorso nascita in Italia e i concetti stessi di prevenzione o di diagnosi prenatale sono poco conosciuti” spiega la psicologa Sonia Viale, dell'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (INMP) di Roma.

 

In più c'è la questione della difficoltà di accesso ai servizi, a partire dalle barriere linguistiche. Spiega Antonella Inverno: “È vero che l'accesso al servizio sanitario è garantito anche in assenza di permesso di soggiorno. Anzi, per le donne incinte c'è la possibilità di ottenere un permesso per cure mediche valido fino ai sei mesi di vita del bambino, ma per molte donne che non sono ben integrate, che non parlano l'italiano o che sono completamente dipendenti da un marito che rimane fuori casa tutto il giorno per lavorare, questo accesso non è affatto scontato”.

 

Ostilità e razzismo

 

“Non solo” aggiunge Inverno. “Con il crescente clima di ostilità che si è creato nel nostro paese verso gli stranieri, è inevitabile che ci sia un maggior timore da parte loro a rivolgersi alle istituzioni. Oggi una donna straniera ci pensa due volte prima di andare in consultorio o in ospedale”. Dove purtroppo non mancano episodi di razzismo.

 

“La nostra esperienza racconta di un crescendo di casi a partire dall'attacco alle Torri Gemelle, nel settembre 2001” afferma Scorzelli. “Da un lato sono molti i servizi che tentano di investire in questo senso e gli operatori che richiedono più strumenti per interagire in modo efficace con le donne immigrate. Dall'altro, però, ostilità e razzismo si toccano con mano e a farne le spese non sono solo le pazienti, ma le stesse mediatrici culturali, sempre meno considerate”.

 

Mamme straniere: la visita ideale

Per la loro maternità, le donne straniere si rivolgono in prevalenza alle strutture pubbliche (73% contro il 25,3% delle italiane), in particolare ai consultori (42,5% versus 10,6%), ma non sempre si tratta di un incontro facile. “Da un lato ci sono donne che spesso non parlano italiano e non sanno come orientarsi in un sistema sanitario profondamente diverso da quello al quale sono abituate. Dall’altro ci sono servizi talvolta poco accoglienti, non sempre pronti a interagire con pazienti che magari non rispondono in modo immediato alle richieste e indicazioni degli operatori” afferma Sonia Viale dell'INMP.

Eppure, il modo per far funzionare le cose esiste. Fondamentale è il ruolo della mediazione linguistico-culturale, che permette concretamente il dialogo tra operatori sanitari e pazienti. “Dialogo - precisa Viale - che deve essere improntato all’ascolto, unica chiave che può aprire tutte le porte, al rispetto, all’accompagnamento e che così diventa parte integrante della cura”.

Viale cita come esempio il caso del taglio cesareo, che per molte donne straniere è un intervento profondamente lesivo della loro identità femminile, perché vissuto come accusa di non essere capaci di partorire un figlio. "E' necessario creare una dimensione di dialogo e ascolto anche in sala parto, dove in genere le mediatrici non ci sono, per far capire a quelle mamme che quel cesareo è necessario per non mettere in pericolo la loro vita o quella del bambino".

Poi naturalmente ci sono aspetti pratici da tenere in considerazione: "Nei nostri ambulatori facciamo in modo che mediatrici e ginecologhe siano donne e che il contatto con il corpo sia sempre improntato al massimo rispetto, con spiegazioni dettagliate su cosa si sta facendo e perché, in modo che non venga vissuto come una prevaricazione.

Se questo percorso funziona - chiarisce Viale - il risultato non è solo la soddisfazione della paziente, ma anche un grande risparmio di tempo e denaro, perché si evita che le donne vaghino da un servizio all’altro o vadano per niente al pronto soccorso (il che per altro vale sempre, non solo per le donne straniere).

 


Gravidanze “complicate”


Il ritardo alla prima visita in gravidanza non è solo un dato statistico: è una condizione che può avere ripercussioni importanti sulla salute della donna e del suo bambino. Il primo effetto evidente è che spesso rende impossibile partecipare alla diagnosi prenatale. Ora, è vero che per ragioni culturali e religiose molte donne straniere non contemplano comunque la possibilità di un aborto terapeutico in caso di malformazioni o malattie genetiche del feto (che in alcune popolazioni sono più frequenti per la tradizione dei matrimoni tra consanguinei), ma è altrettanto vero che non è così per tutte e che il mancato accesso per tempo ai servizi rappresenta una limitazione delle possibilità.

 

Non solo. "Arrivare dal medico quando la gravidanza è già avanzata o comunque oltre il primo trimestre può anche significare ritardare l'avvio di terapie preziose per la sua tutela, per esempio in caso di diabete o di pressione alta, che sono condizioni piuttosto frequenti in molte donne immigrate, sia per ragioni genetiche sia per uno stile di vita non sempre salutare” afferma la ginecologa Parvaneh Hassibi, responsabile del Centro di ascolto e soccorso donna dell'Ospedale San Carlo di Milano, che ha un ambulatorio dedicato proprio alle donne immigrate e ai loro bambini. E naturalmente è un'occasione persa in termini di prevenzione.

 

Hassibi cita per esempio la questione dell'aumento di peso in gravidanza, che dovrebbe essere contenuto (e meglio ancora sarebbe evitare di partire già in condizioni di sovrappeso e obesità). “Però capita spesso di incontrare donne che prendono peso in modo eccessivo. Nel caso delle donne arabe, per esempio, questo accade perché la convinzione culturale è ancora quella che 'bisogna mangiare per due' (come è stato anche per noi fino a pochissimo tempo fa, NdR), ma anche perché nel nostro paese tendono a fare una vita molto ritirata, con pochissimo movimento, e perché alcune abitudini alimentari le espongono a un maggior rischio di ingrassare. Succede per esempio con le celebrazioni del Ramadan, che prevedono di digiunare durante il giorno e mangiare solo dopo il tramonto. Ma durante la notte il metabolismo (già rallentato dalla gravidanza) è ancora più lento e dunque si ingrassa di più”.

 

 

Mortalità neonatale e infantile: più alta per i bimbi della mamme straniere
C'è un dato che colpisce nell'ultimo rapporto Istat sulla salute riproduttiva in Italia, riferito al 2018, ed è il tasso più elevato di mortalità neonatale e infantile per i bimbi di mamme straniere rispetto a quelli di mamme italiane. Nel periodo 2013-2015, il tasso di mortalità infantile è stato di 4,1 per mille per i cittadini stranieri e di 2,1 per mille per gli italiani.

In parte, questo dipende da un tasso più elevato di mortalità per malformazioni congenite, quasi doppio rispetto a quello che si registra per i bambini italiani: un dato che può essere spiegato con il minor ricorso all'aborto terapeutico (2,1% nel 2015, contro il 4,5% delle italiane), il quale a sua volta dipende sia da ragioni culturali e religiose sia, probabilmente, da un minor accesso alle strutture sanitarie e ai servizi di diagnosi prenatale.

La malformazioni congenite, comunque, non spiegano da sole il divario che c'è tra le mortalità infantili di cittadini stranieri e italiani. Anche le malattie emorragiche ed ematologiche sono più frequenti nei neonati di origine straniera, in genere per motivi genetici e l'analisi dei dati su periodi di tempo più lunghi chiama in causa anche fattori esterni. Per esempio: l'Istat riporta un picco di mortalità infantile nel 2009, che è stato generale ma più evidente soprattutto per gli stranieri. “Questo picco – si legge – è presente anche in altri paesi europei (per esempio in Grecia) e da diversi studiosi è stato imputato alla crisi economica e ai tagli alla sanità pubblica”.

D'altra parte è un dato di fatto che le donne straniere si rivolgono prevalentemente a strutture pubbliche e consultori, che non sempre riescono a garantire tutti i servizi di cui avrebbero bisogno. “La rete dei consultori pubblici è in grande sofferenza – spiega Antonella Inverno – e la carenza di personale non sempre permette di offrire un'assistenza davvero adeguata per tutto l'arco della gravidanza”. Il risultato è che condizioni che potrebbero essere gestite con un'assistenza più assidua si trasformano in tragedie.

 

Il grande vuoto


Ma al di là dei dati e delle condizioni mediche, come vivono esattamente la loro maternità le donne straniere che si trovano nel nostro paese? Quali sono le loro storie? Quali le preoccupazioni e le difficoltà? In che modo possono superarle?

 

Lo abbiamo anticipato: un aspetto comune a molte è il grande senso di vuoto e solitudine, perché si trovano da sole, senza la famiglia di origine e gli amici, a vivere questo momento così importante della vita. Vale per le donne arabe, che arrivano per ricongiungersi al marito ma si trovano prive di quella famiglia e di quella comunità che nelle loro tradizioni hanno un ruolo importantissimo di accudimento della donna incinta e della neomamma.

 

Ma vale anche per donne di altri paesi, come l'America Latina, le Filippine, l'Europa dell'Est, arrivate da sole per lavorare, spesso senza documenti. "Qui magari trovano un compagno, ma se rimangono incinte può succedere che lui le abbandoni: è una condizione che vediamo piuttosto di frequente nei nostri incontri" racconta Karina Scorzelli. Che prosegue: "Per queste donne,

l'unica fonte di sostentamento è il loro lavoro, ma devono per forza lasciarlo per un periodo: per il parto ma soprattutto per l'accudimento del neonato, visto che senza permesso di soggiorno (ma spesso anche quando il permesso c'è, in barba alle disposizioni di legge) diventa impossibile accedere al nido e usufruire di altre prestazioni sociali come il bonus bebè o il bonus mamma domani”.

 

A molte di noi potrebbe sembrare assurdo che donne che si trovano già in situazioni tanto difficili si complichino ulteriormente la vita con una gravidanza, ma non sarebbe corretto giudicare secondo la nostra visione del mondo. “Il fatto è che entrano in gioco altre visioni e altre rappresentazioni culturali di cosa voglia dire diventare madre, che non sempre riusciamo a comprendere” spiega Scorzelli.

 

Per esempio: oggi più che mai le donne occidentali sono abituate a pianificare e controllare tutto, a pensare alla maternità come a qualcosa che deve essere realizzato solo dopo altre conquiste come la stabilità economica. “In altre culture - precisa la presidentessa di Crinali - ci si affida di più al caso, all'idea che in qualche modo 'ci si arrangerà' e le gravidanze non si cercano: arrivano e basta. La maternità è vissuta come una componente inscindibile dell'essere donna, non necessariamente legata a una pianificazione precisa della crescita dei figli. Che del resto in molte culture sono considerati figli non solo della famiglia nucleare, ma della famiglia allargata o della comunità intera”.

 

E ancora, ci sono culture nelle quali la maternità viene vissuta come un momento di potenza, di forza, dunque viene accolta positivamente – in modo che a noi sembra paradossale – anche quando le condizioni di vita sono davvero terribili. “Penso alle donne e ragazze nigeriane vittime di tratta” dice Scorzelli. “Per loro, diventare madri può essere un modo per trovare le risorse necessarie a ridare un senso alla propria vita”.

 

Gli aiuti necessari

 

Resta il fatto che quando una donna diventa madre ha sempre bisogno di un grande supporto, che per molte straniere è ancora più difficile da trovare di quanto non lo sia anche per le italiane.

 

"Servono aiuti materiali - spiega Scorzelli - e per fortuna molti centri si fanno carico di raccogliere e offrire vestiti, passeggini e tutto l'occorrente per un neonato, ma servono soprattutto aiuti di altro tipo, che incoraggino le donne a tenersi in contatto con i servizi, a fare gruppo e ad avere fiducia nelle loro risorse e competenze".

 

Già, perché succede anche questo: poiché sono sole e disorientate e non ritrovano nel nostro paese atteggiamenti e tradizioni ai quali sono abituate, finisce che non sanno più come muoversi. "Invece è importate che sappiano che sono perfettamente in grado di crescere un bambino. Anche se per lo svezzamento preparano pappe con mais o avena anziché con il semolino".