Aborto

Morte in utero: le emozioni di una mamma per il suo bimbo mai nato

morteinutero
05 Novembre 2018
Si intitola “Se tu vai via porti il mio cuore con te” di Leggereditore, ed è un libro bellissimo che si legge tutto d’un fiato, perché parla di amore e dolore, due Sentimenti con la S maiuscola, che a tutti, nel bene o nel male, capita di provare durante la vita. Soprattutto ad una futura mamma che mamma non lo è mai diventata. La giornalista Silvia Gianatti, autrice del romanzo, ricostruendo la storia vera capitata ad una sua amica, descrive con tanta dolcezza e tanto rispetto il difficile percorso per rialzarsi e ricominciare dopo aver perso un bambino all’ottavo mese di  gravidanza
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Morte in utero, morte endouterina fetale, natimortalità, mortalità fetale tardiva, aborto tardivo, morte perinatale: non c’è neanche un termine unico per definire un fenomeno di cui nessuno vuol parlare. Perché fa troppo male parlarne, perché per scaramanzia ogni futura mamma tiene lontano da sé questo brutto pensiero. Perché nell’immaginario comune l’aborto è quello che si verifica nel primo trimestre di gravidanza, dopodiché si pensa di aver fatto il giro di boa e di navigare in acque sicure.

E invece purtroppo le statistiche, riportate nel libro e tratte da Oggiscienza.it, dicono che “Nel 2015 in Italia circa 1600 bambini, quattro ogni giorno, sono morti prima di nascere, nel terzo trimestre di gravidanza. Quattro famiglie – una ogni 350 in attesa – hanno affrontato ogni giorno l’evento tragico e inaspettato della morte in utero, insieme ad altre 7200 famiglie nel mondo. Nel solo 2015 due milioni e 600 000 bambini sono morti così e la metà di loro durante il parto, a un soffio dalla luce, dalla possibilità di essere accolti vivi tra le braccia di mamma e papà”.

Come affrontare, attraversare, elaborare e superare un dolore così grande?

Libro aborto
| foto: Leggereditore

L’autrice non dà una ‘ricetta magica’, perché non c’è. Con il suo romanzo vuol semplicemente ripercorrere la storia di un bimbo che, all’ottavo mese di vita nella pancia della sua mamma, ha smesso di vivere senza un perché ‘scientifico’. E la storia della sua mamma Valeria, a partire dai suoi sogni di ragazza, il suo innamoramento per l’uomo con cui costruire una nuova famiglia, i progetti fatti insieme, le aspettative per quella vita che stava crescendo dentro di lei, fino allo scontro con la dura realtà e la fatica di convivere con i suoi sentimenti di stupore, dolore, rabbia, delusione.


Con la stessa delicatezza e lo stesso rispetto usato da Silvia Gianatti, cerchiamo di raccontare il libro attraverso alcune riflessioni contenute tra le sue pagine, nelle quali ognuno di noi si può ritrovare. Perché, dice l’autrice, “si tratta di un libro catartico, che oltre al dolore racconta la capacità di rialzarsi e ricominciare”.

 

Parlarne, parlarne, parlarne


E un dolore che non si può tenere dentro, ma bisogna trovare il modo di farlo uscire fuori. Il romanzo è scritto sotto forma di diario, che, racconta la protagonista, la sua psicoterapeuta le ha suggerito di scrivere, per dar voce ai suoi sentimenti, per buttar fuori quel che era rimasto intrappolato dentro il suo cuore.  Anche se agli inizi non è facile.

“Che senso ha scriverti? Davvero, che senso ha?
La dottoressa dice che devo buttare tutto il male che ho dentro.
Se lo facessi, non rimarrebbe più nulla di me.”

Farsi aiutare

Parlarne con il partner, con una persona di cui ci si fida, ma anche con un esperto, che sa come affrontare la situazione.  A volte infatti si rischia di fare o dire cose che possono ferire ancor di più o dare l’impressione di non capire affatto quel che si prova. La conclusione del libro è affidata non a caso a Claudia Ravaldi, psichiatra e madre, fondatrice di Ciao Lapo Onlus,  associazione nata per offrire sostegno ai cosiddetti ‘genitori interrotti’.

 

Claudia, che ha vissuto l’esperienza sulla propria pelle, spiega infatti che “occorre tempo, occorrono strumenti personali, sociali, culturali, occorre la forza per chiedere aiuto e la forza per accettarlo”. E occorre che vengano messe in atto tutte le strategie per elaborare quel che è un vero e proprio lutto, non solo una ‘brutta esperienza’.  

“Smettetela di dire frasi di circostanza. È meglio il silenzio. Non ci sono parole che mi possono aiutare.”

Non colpevolizzarsi


Quando succede un evento così tragico la prima domanda che ci si pone è: dove ho sbagliato? Che cosa ho fatto? Forse potevo evitarlo? Alcune volte ci sono cause mediche, ma spesso non si riesce a prevedere o prevenire: "Ogni ecografia è stata perfetta, gli esami sono sempre stati regolari. Mi dispiace, ma non ho sbagliato nulla. E non hai sbagliato neanche tu” dice la ginecologa nel libro.

“Mi chiedo se tutto questo non sia una punizione.
Un modo per dirmi che non si può avere tutto.
Che il mio tempo di felicità è esaurito.
Cos’ho fatto di sbagliato?
… E se avessi potuto salvarti?"

Un argomento tabù


L’aborto sembra essere solo quello del primo trimestre e invece, quando si incomincia a parlarne,  vien fuori che ognuno ha un’amica o una conoscente a cui è capitato. Se non se ne parla è perché nessuno vuol sapere, ma, dice la mamma nel suo diario, è una cosa ancor più dolorosa perché non puoi far finta di niente o non raccontarlo, perché tutti hanno visto la pancia, tutti sapevano e tutti, se non sono stati informati di quel che è successo, ti faranno la terribile domanda: è nato? E a quel punto l’unico desiderio sarebbe quello di sparire, non uscire più di casa, per non essere costrette a rispondere, a raccontare com’è andata davvero.

“Non dico che perderlo all’inizio sia facile, ma se ancora non lo sa nessuno almeno lo puoi evitare. Se arrivi a otto mesi lo sanno. E glielo devi spiegare. Non chiedetemi niente. State zitti.

Farne un altro subito?


Nella pratica clinica si riscontra che dopo un aborto si è più fertili, forse perché c’è una situazione ormonale favorevole al concepimento. Sui tempi da attendere prima di provare ad avere un altro bambino non ci sono consigli validi per tutti: c’è chi potrebbe viverlo come un ‘tradimento’ al figlio perso, chi come una via d’uscita per ricominciare a vivere, per imporsi di andare avanti 

”Stia tranquilla. L’utero ha buona memoria.
Rimarrà incinta di nuovo, di solito ci vogliono tre mesi.
Come se tu che non sei nato non fossi mai esistito davvero.
Io non voglio un altro figlio. Io voglio te.” 

Darsi tempo, facendo quel che ci si sente di fare

Ognuno dà i suoi consigli, ma il consiglio migliore è quello di prendersi il tempo per fare quel che si pensa possa far stare meglio. Tempo per piangere, per stare in silenzio con i propri pensieri, per elaborare il proprio lutto.

“A volte sento ancora i movimenti nella pancia.
Per un attimo è come se non me lo ricordassi.
Appoggio la mano sul ventre.
E non c’è niente.”

Ottenere supporto in ospedale


La protagonista del libro lo dice in più punti: in genere gli ospedali non sono organizzati per questo tipo di eventi e ci si ritrova a dover partorire – perché dopo una certa età gestazionale il figlio va partorito esattamente come se fosse vivo – nello stesso reparto in cui ci sono altre donne che stringono felici il loro neonato tra le braccia. È una crudeltà che andrebbe evitata. La donna, la coppia non devono essere lasciate sole con il loro dolore.

“Spiegatemelo bene. Prendeteci per mano. Diteci che cosa ci sta succedendo. Aiutateci. Aiutatemi.”

Non escludere il papà


Valeria nei primi tempi esclude dalla sua vita il compagno, perché non si sente compresa, perché sa che anche lui prova dolore ma non sa consolarlo, perché rifiuta di ricominciare a vivere ed è quasi infastidita dai suoi tentativi di risollevarsi e risollevarla. Perché crede che lo sappia solo lei cosa vuol dire veramente.

“Lo so che è rotto anche il suo cuore.
Ma io non posso ripararlo.
Lui non lo sa che cosa vuol dire averti avuto dentro per otto mesi.
O forse sì?”

Ricominciare, insieme


Man mano che scorrono le pagine del libro, Valeria un po’ per volta ricomincia a vedere qualche spiraglio di luce. Grazie alla psicologa, che l’ha guidata nel suo percorso di attraversamento e accettazione del dolore. Grazie al diario, che le fa ritrovare un dialogo con il suo bambino e con se stessa. Grazie alla mamma, che le sta accanto senza chiederle niente. Grazie all’associazione Ciao Lapo, dove trova altri ‘genitori interrotti’ e si sente meno sola. E grazie al suo compagno, che con tanto amore e pazienza la aspetta e rispetta i suoi silenzi, le sue assenze, il suo buio. Fino a quando si ritrovano come coppia. Profondamente cambiati ma di nuovo uniti. Nel dolore e nell’amore.

“Siamo di nuovo noi, completamente cambiati. Insieme. Provando a non avere paura. O ad accettare che l’avremo per sempre”