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Nomi bambini, consigli per la scelta e per guidare i piccoli all'accettazione

di Sara De Giorgi - 29.06.2020 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Esistono buone dritte cui attenersi nella decisione del nome del bebè? È possibile guidare i piccoli all'accettazione dei propri nomi? Abbiamo chiesto di più alla pedagogista Lucilla Targetti, autrice de Il Grande Libro dei nomi (Porto Seguro Editore), racconto che affronta il tema dell'identità e del senso di appartenenza attraverso il percorso della protagonista, una bambina che si chiama Giorgia, alla ricerca di un nome nuovo.

Quanta importanza ha la scelta del nome del bambino per la sua vita futura? Quali sono le buone dritte cui attenersi nella decisione del nome? Inoltre, come percepisce un bambino il proprio nome? È possibile guidare i piccoli all'accettazione dei propri nomi?

A questi e ad altri interrogativi ha risposto la pedagogista Lucilla Targetti, autrice de Il Grande Libro dei nomi (Porto Seguro Editore, con illustrazioni di Beatrice Pieralli). Il libro è un racconto che affronta il tema dell'identità e del senso di appartenenza attraverso il percorso della protagonista, una bambina che si chiama Giorgia, alla ricerca di un nome nuovo. Un racconto delicato, proponibile dai 3 anni di età.

Lucilla Targetti ci ha spiegato cosa può significare per un bambino il proprio nome, anche in relazione alla costruzione della sua identità, e ha offerto ai genitori che leggono Nostrofiglio.it alcuni suggerimenti per la scelta del nome del bebè che sta per nascere.

La trama de "Il grande libro dei nomi"

Una sera, prima di dormire, Giorgia inizia un dialogo intimo con la mamma, per sapere da dove vengono i nomi e il perché della scelta del suo, per poi, con delicatezza, confessare di non essere molto soddisfatta del suo nome. Cercando di non ferire la mamma, Giorgia le chiede di poterlo cambiare e, dopo uno scambio emozionato con lei, la bimba inizia un percorso alla ricerca di un altro nome che le possa piacere di più.

La ricerca però si rivela molto più complessa di quanto sembri. Giorgia prova diversi nomi facendo scambi con le compagne o ispirandosi ad altro, indossando nomi diversi proprio come dei vestiti, ma continua a rimanere insoddisfatta dei suoi tentativi fino a quando viene a sapere che in un'antica libreria del paese è custodito Il grande libro dei nomi, nel quale sono raccolti i nomi di tutto il mondo. Giorgia si reca in libreria e, in un'atmosfera un po' magica, generata da una dolce melodia della libraia musicista e dal mistero del libro dei nomi, sfoglia pagina per pagina e... finalmente trova la risposta che tanto cercava. 

Come percepisce un bambino il proprio nome?

«La percezione del proprio nome è strettamente legata alla percezione di sé e della propria immagine. Nei primi due anni di vita il neonato impara a conoscere il suo corpo e a riconoscere la propria immagine. Un bambino di circa un anno è molto attratto dalla propria immagine nello specchio, ma non capisce che il volto che vede gli appartiene.

Questo avverrà tra i 18 e i 24 mesi. Sappiamo invece che in linea di massima l'età in cui il bambino inizia ad associare i suoni agli oggetti corrispondenti è intorno ai 7 mesi e che quindi i bambini riconoscono il proprio nome già a pochi mesi di vita. Questo soprattutto se il bambino viene chiamato spesso ed al suo nome viene associato anche un tono particolare di voce», spiega Lucilla Targetti.

Che ruolo ha il nome nel percorso di appropriazione e di sviluppo dell’identità del bambino?

«L'identità è un autoritratto composto da molti pezzi e la costruzione di questo autoritratto è un processo che dura nel tempo a partire dalla nascita, con l'attaccamento, con lo sviluppo del senso del sé, con l'indipendenza nell'infanzia, con gli interrogativi dell'adolescenza, per arrivare addirittura fino alla terza età.

Il nome è strettamente legato al concetto di "identità". Il nome è l'espressione sociale della persona e costituisce un elemento di unicità che identifica l'individuo, lo differenzia e lo rende riconoscibile. Il nome dunque è un forte segno distintivo di sé, perciò dare un nome al proprio figlio o figlia significa iniziare a gettare le basi di un'identità in cui un giorno lui (o lei) si potrà riconoscere e non è un gesto per niente neutro. Jung, nel suo Libro Rosso, scriveva: "Il tuo nome è la tua essenza"».

Perché cercare un nome nuovo? Ciò implica una non accettazione di quello già esistente?

«Già dai 4 anni i bambini iniziano a rivolgere tante domande ai genitori anche sul senso della vita e sulle proprie origini. All'ingresso della scuola primaria l'aumento delle relazioni sociali con i pari li porta a paragonarsi sempre di più con gli altri. Iniziano a notare le differenze rispetto a ciò che sanno o non sanno fare in confronto agli altri. Giorgia si pone esattamente le domande che si trovano nel racconto.

Giorgia è curiosa e vuole sapere, si confronta con le amiche e le sembra che il suo nome sia meno bello. È anche probabile che dietro a questa insoddisfazione si celi in lei il pensiero che alcune amiche sono più popolari e simpatiche di altre. Da qui nasce la sua richiesta di cambiare nome.

Il percorso di accettazione di sé è un processo graduale che non procede in maniera lineare e scontata. Giorgia, nella sua ingenuità e semplicità, ha bisogno di appropriarsi di aspetti che riguardano la sua identità e l'immagine che ha di sé e, rispetto al suo nome, lo fa concretamente, provando nomi diversi, per poi alla fine, grazie alla possibilità di sperimentarsi, accettare veramente il suo».

Come possono i genitori aiutare i bambini ad accettare il proprio nome e quindi a sviluppare un’identità?

«I genitori hanno un ruolo fondamentale nel percorso di accettazione di sé, proprio perché i bambini, imparano a riconoscere il loro valore e ad accettare sé stessi nella misura in cui sentono quanto valore rivestono nella vita di chi gli sta vicino. Un bambino piccolo e non solo, per potersi accogliere ed amare, necessita più che mai di sentirsi amato e desiderato, accolto e voluto dai propri genitori.

Nel primo anno di vita soprattutto, il bambino impara a conoscere e riconoscere sé stesso, il suo corpo e anche il suo nome attraverso le mani dell'adulto che di lui si prende cura, perché il piccolo sente e riconosce se stesso attraverso gli altri. Kesrftin Uvnas Moberg, fisiologa, esperta mondiale dell'ossitocina, ribadisce che "Il modo in cui veniamo al mondo e in cui veniamo alimentati e accuditi nei primi mesi e anni di vita determina un imprinting affettivo che servirà da matrice per le relazioni di tutta la vita".

Riconoscere il bambino e riconoscere il suo nome sono cose strettamente collegate tra loro. Quando il bambino è molto piccolo, i gesti affettuosi, che passano dal contatto e dalla cura con il suo corpo, gli permettono di sentirsi e percepirsi e di vivere l'esperienza del corpo in tutte le sue parti e del suo nome, cominciando a riconoscerlo e a identificarsi in questo.

L'uso della voce, dello sguardo, del tatto, l'ascolto attento da parte dei genitori, così come anche il tempo che gli viene dedicato sono strumenti fondamentali per accoglierlo e per farlo sentire accettato. Questo crea le basi per una buona accettazione di sé anche futura. Poi il tempo del gioco è un'ottima opportunità per rinforzare il senso di sicurezza del bambino e assecondare i suoi bisogni di attenzione e di riconoscimento.

Importante è dare valore al nome, apprezzandolo anche attraverso la lettura di storie e racconti, in cui il bambino possa identificarsi e sentirsi amato. Le storie hanno sempre un elevato valore simbolico e arrivano direttamente ai bambini senza troppe spiegazioni. I messaggi delle storie sono diretti e parlano da soli. Esistono in commercio molti racconti che sono dialoghi intimi con il proprio bambino: cito quelli dell'autrice Emma Dodd, che sono adatti sia a piccolissimi sia a bimbi più grandicelli.

Con i bambini più grandi, oltre alla lettura, occorre dare spazio e ascolto ai loro dubbi e alle loro incertezze, guidandoli con presenza e costanza al rinforzo della stima di sé e della loro unicità, apprezzando via via i punti di forza che emergono dalla loro personalità e dalla loro curiosità.

Come accade nel racconto Il grande libro dei nomi la mamma accoglie i dubbi di Giorgia relativi al suo nome, le fa sentire tutto l'amore che sta dietro alla scelta del suo nome, pur lasciandole però la libertà di scegliere nomi diversi, vivendo una sua personale esperienza di ricerca, proprio come accade nelle fiabe, dove il protagonista compie delle sfide che lo portano a ritrovare se stesso e a superare le proprie difficoltà.

Siamo spesso abituati a usare la forma "Mi chiamo..." per presentarci. Proviamo invece a usare di più "Io sono..." con il nome a seguire: ha senza dubbio una valenza più potente di connessione alla propria identità ed essenza», ha chiarito la pedagogista.

Consigli per aiutare i genitori a scegliere consapevolmente il nome per il bebè

  1. «Innanzitutto non avere fretta di trovare il nome giusto. Il tempo dell'attesa è un tempo lungo che, se vissuto con serenità da entrambi i genitori, fa sì che arrivi la giusta ispirazione.
  2. Evitare, se possibile, di utilizzare nomi già compromessi o carichi di significato, che potrebbero pesare sul bambino o generare aspettative che non sono troppo naturali. A volte sono dati nomi legati a personaggi famosi, della storia o dello spettacolo, oppure di parenti non più in vita che hanno ricoperto ruoli particolari. Meglio quindi evitare nomi che possono condizionare in maniera non troppo favorevole il futuro nascituro.
  3. Una buona idea per ampliare il panorama di scelta è consultare libri di nomi con relativi significati. Infatti, anche il significato riveste un ruolo importante e va tenuto in considerazione.
  4. Riporto, infine, le parole della mamma del mio racconto, che, alla domanda della bambina "Da dove vengono i nomi?", risponde "I nomi vengono da lontano e a un certo punto senti che è quello giusto, come è successo a me, quando ti ho vista per la prima volta". È bene ricordare che il nome ha a che fare con le proprie origini, con le radici familiari che vengono da lontano. L'attesa è un periodo in cui i genitori si preparano in tutti i sensi ad accogliere un dono, che è il proprio figlio, e a passare anche questo senso di "identità familiare". Il nome è frutto anche di una lunga attesa, di una preparazione e di una maturazione genitoriale. È un forte segno di appartenenza familiare».

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