PARLARE AL BAMBINO NELLA PANCIA

Parlare al bimbo nel pancione: una coccola che fa bene

Di Zelia Pastore
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28 Novembre 2016
Iniziare un dialogo con il piccino quando ancora è nella pancia della mamma non è solo un modo dolce per stabilire un contatto con lui, ma anche una pratica utile per stabilire un primo legame nella futura famiglia.
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Cantargli una ninna nanna, fargli sentire la voce sia della mamma che del papà, raccontargli una fiaba pensata apposta per lui: il bimbo ancora dentro il pancione sente questo ed altro. Si perchè parlare al piccolo quando è ancora nell’utero materno è una coccola non solo tenera ma che si rivela anche molto utile nel costituire quello che sarà il legame tra il piccolo e i genitori una volta venuto al mondo. Ce lo spiega Cristina Fiore di Anep, formatrice, counselor, Prenatal Tutor e responsabile dell’area discipline PsicoPedagiche del centro studi "Bene con Sé Bene Insieme".

 

 

L’educazione prenatale

«Culturalmente si pensa alla gravidanza come una diade mamma-bambino, ma non è solo così: il nascituro si inserisce in una storia familiare che prevede papà, nonni, fratellini zii», illustra Cristina Fiore. «È bene iniziare a pensare il bonding prenatale, fatto di dialogo e carezze, tra tutta “la famiglia in attesa” e il piccolo, non solo con la madre ma attraverso di lei con l’ambiente che lo circonda». Come mai è utile approcciarsi al dialogo nel pancione in questo modo? «Perché il bambino è un individuo, non un “pezzo” di qualcuno dei due genitori, e ha le sue caratteristiche specifiche». L’educazione prenatale aiuta i futuri neogenitori proprio in questa comprensione: «E’ un tipo di educazione che prevede il prendersi carico dei 9 mesi prima del parto - l’endogestazione - e dei 9 mesi dopo - l’ esogestazione. Quello che promuoviamo come educatori prenatali è aiutare la creazione di un rapporto tra quel bambino in particolare e quella famiglia specifica, la sua».

 

 

Giochi e ninne-nanne

Per favorire il legame del bimbo nella pancia con la sua nuova famiglia, gli educatori prenatali propongono tante attività, da cui i neogenitori possono trarre utili spunti. «Si può partire dal nome, che è ciò che porta il bambino nel mondo» racconta Cristina Fiore. «Noi proponiamo tanti laboratori su questo tema, come far disegnare ai genitori lo stemma della famiglia per aiutare mamma e papà a capire che caratteristiche vogliono “regalare” al piccolo». Per favorire un contatto tattile e sonoro, c’è il gioco del “cullamento” del bambino: il papà si siede dietro alla mamma e le mette le mani sulla pancia, poi entrambi si dondolano per cullare il nascituro. «Si può iniziare a cantare una ninna nanna al proprio figlio, magari quella che la nonna cantava a noi: così quando uscirà fuori, avrà già nelle orecchie una melodia nota».

 

 

Dialoghi e favole

Quando una madre parla al proprio bimbo nella pancia a volte può avere l’impressione che lui non la senta: niente di più sbagliato. «Il piccino ancora nell’utero materno apprende una serie di parole e al suono di queste si tranquillizza. La cosa bella è che questa pratica può già attivare processi di apprendimento. Attenzione però: l’ottica non è di creare piccoli geni ma di attivare una relazione». Durante la giornata quindi le mamme possono e devono sentirsi libere di raccontare quello che succede loro al proprio pargolo, e lo stesso devono fare i papà quando tornano la sera a casa: «Quello che potrebbe turbare i piccoli infatti non è subire degli stress ma sentirsi rifiutati da una mamma che si sente solo “contenitore” del bimbo», sottolinea Cristina Fiore. Un’attività molto creativa che si propone nei corsi di educazione prenatale è quella di creare delle favole “su misura” per il nascituro: qui trovate alcuni esempi.