Gestione del dolore

Epidurale: l’opinione critica

Di Valentina Murelli
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17 Gennaio 2019
Sì all'epidurale per ragioni mediche, no come strumento di routine per la gestione del dolore. E sì a un'ostetrica per ogni partoriente. Potrebbe essere questo il motto di Verena Schmid, ostetrica esperta di strategie non mediche di gestione del dolore, parto in casa e salutogenesi.
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“L’epidurale è una logica conseguenza della progressiva medicalizzazione della nascita”. Parola di Verena Schimd

, nota ostetrica che per prima, alla fine degli anni settanta, ha riportato in Italia l'idea di parto in casa e nel 1995 ha fondato a Firenze la Scuola elementaLe di arte ostetrica.

 

Schmid è inoltre docente internazionale di salutogenesi e ha scritto diversi libri sul parto naturale: tra gli ultimi Voglia di parto, metodi per gestire le doglie e ridurre il dolore del parto naturale e Il parto in casa e in casa maternità (entrambi Terra Nuova Edizioni).

 

Verena Schmid, il suo nome è associato da sempre all'idea di parto naturale, intimo, molto lontano da approcci medicalizzati. Qual è il suo punto di vista sull’epidurale?


Che l'epidurale sia una procedura medica invasiva è un dato di fatto ben noto. Questo significa che, come tutte le procedure mediche, ha potenziali effetti collaterali negativi, come il rischio di mal di testa per la mamma o quello di una minore reattività del bambino al momento della nascita o di un maggior ricorso a ossitocina sintetica e a parto operativo, specialmente se sono stati usati dosaggi elevati di farmaci.

 

Ora: ci sono situazioni in cui i vantaggi del ricorso all'epidurale sono superiori a questi potenziali effetti collaterali negativi, ma questo accade quanto viene applicata proprio come una terapia specifica per rispondere a una condizione medica precisa. Per esempio: se c'è una distocia (un parto particolarmente difficile), con una forte tensione e contrattura della donna, l'epidurale ne permette un rilassamento che aiuta la progressione del parto e l'ossigenazione del bambino.

 

Non credo però che dovrebbe essere proposta come risposta automatica, quasi meccanica, alla questione del dolore nel parto, che può essere affrontata con altre strategie, prive di effetti collaterali negativi.

 

Dunque sì all'epidurale come terapia in condizioni specifiche, no all'epidurale come strumento di routine per la gestione del dolore. E però il dolore del parto esiste, è intenso: perché non dare alle donne un'opportunità in più per superarlo?


Come dicevo, ci sono rischi di effetti collaterali e c'è un'interferenza con le risorse fisiologiche di cui hanno bisogno mamma e bambino non solo durante il parto, ma anche dopo la nascita. Per questo io lo ritengo uno strumento utile soprattutto in presenza di condizioni mediche o di particolari situazioni di stress della mamma. Allo stesso tempo, penso che in un parto davvero fisiologico non si dovrebbe arrivare a situazioni di stress così forte da bloccare il parto stesso. Penso che dovrebbe essere compito di chi accompagna la donna nel parto evitare queste situazioni.

 

Quando il parto è davvero fisiologico si parla di eustress, stress “buono”: significa che c'è una alternanza tra lo stress (il dolore) della contrazione e il rilassamento della pausa tra due contrazioni successive. Se questa è la condizione, credo che i benefici dell'epidurale non valgano i suoi rischi.

 

Nel suo libro Voglia di parto lei propone varie strategie per la gestione non medicalizzata del dolore del parto. Di quali strategie si tratta?


Per cominciare va detto che una strategia fondamentale sarebbe l'assistenza one-to-one da parte di un'ostetrica, secondo la massima un'ostetrica per ogni partoriente, che sappia accompagnare e sostenere la donna in questo momento della vita, possibilmente in un ambiente intimo e tranquillo, dove le donne possano partorire con i proprio tempi e ritmi, senza interventi medici a meno che non siano strettamente necessari.

 

Molti dati mostrano chiaramente che dove c'è questa assistenza c'è anche meno richiesta di analgesia epidurale. Però sappiamo che le ostetriche negli ospedali sono poche, che non sempre questo è possibile e così via. Quindi servono anche altre strategie, che aiutino la donna a promuovere e potenziare quelle risorse endogene che la possono aiutare ad affrontare meglio il travaglio.

 

Per esempio?


Strategie semplici come l'immersione in acqua – ma attenzione, dovrebbe essere calda nella prima metà del travaglio per rilassare i muscoli e poi sempre più fresca (arrivando sotto i 35° C) a mano a mano che il travaglio progredisce e aumenta il lavoro del corpo – la possibilità di fare movimento e cambiare posizione, i massaggi anche sui punti riflessi, la gestione della voce. Sono utili anche tecniche come la TENS e l'iniezione di acqua sterile. Tra l'altro, sono tutte strategie che potrebbero essere usate con profitto anche da donne che magari hanno volontariamente scelto l'epidurale ma per varie ragioni non riescono a ottenerla subito (per esempio perché l'anestesista non è immediatamente disponibile).

 

 

Sono strategie alla portata di tutte? Si possono trovare applicate anche negli ospedali pubblici?


In molti casi sì, sono alla portata di tutte e molte ostetriche cominciano ad illustrarle anche nei corsi preparto degli ospedali. Poi ovviamente dipende dalle singole strategie: per l'immersione in acqua, per esempio, occorre che l'ospedale possieda una vasca, un'informazione che si può reperire facilmente nella carta dei servizi o contattando l'ospedale stesso.