Gestione del dolore

Epidurale, la faccio o no? Due opinioni a confronto

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02 Maggio 2012 | Aggiornato il 18 Gennaio 2019
"Non dobbiamo trasformare la donna in un’eroina o in una vittima: se il dolore produce sofferenza ingestibile, non c’è motivo per non trattarlo". Parola di Gianfranco Camilletti, anestesista. A cui risponde Marta Campiotti, ostetrica: "Il parto? Come una salita in cima a un monte: se ci si va in funivia il percorso è più comodo, ma si perde il gusto della passeggiata"
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Se il dolore produce sofferenza e non lo si controlla più, non c’è motivo per non trattarlo

"Il parto non è una malattia e non va medicalizzato a tutti i costi, ma non per questo dobbiamo trasformare la donna in un’eroina o in una vittima: nel momento in cui il dolore produce sofferenza e non si controlla più, non c’è alcun motivo per non trattarlo”. Parola di Gianfranco Camilletti, dirigente medico del reparto di anestesia e rianimazione pediatrica presso gli Ospedali riuniti di Ancona.

 

“L’esperienza del dolore nel travaglio di parto è soggettiva ed è influenzata da numerosi fattori - spiega Camilletti - quali le diverse situazioni culturali e religiose, la storia personale, le precedenti esperienze, le condizioni psicofisiche correlate alla durata del travaglio, allo stato di benessere, alla preparazione fisica, al vissuto della gravidanza, al rapporto di coppia, allo stato lavorativo, alle aspettative future, alla presenza o meno di una rete di sostegno, oltre che  allo stato assistenziale in travaglio".


"Non è detto dunque che la stessa quantità di dolore crei lo stesso tipo di sofferenza in ogni partoriente: ci sono donne che riescono per così dire ad estraniarsi, altre talmente concentrate sul dolore da percepirlo come insopportabile. In tal caso il rischio è di andare in iperventilazione, ossia avere una respirazione così affannosa e superficiale da provocare una riduzione del flusso placentare, oltre a poter causare cali di pressione alla mamma".


"Riuscire ad attenuare il dolore significa una migliore respirazione, che migliora di riflesso la circolazione placentare, ed un maggior rilassamento muscolare che aiuta a dilatare i tessuti, favorendo la discesa del bambino. Senza considerare che rendere più sopportabile il dolore consente di vivere il travaglio con più serenità. Ben venga l'epidurale, dunque, se aiuta in questo senso".

 

Il parto: l'occasione della vita da vivere in tutte le sue componenti


"Potremmo paragonare il parto alla salita in cima ad un monte: ci si può andare a piedi o con la funivia. Con la funivia ovviamente il percorso è molto più comodo, ma si perde il gusto della passeggiata, del fermarsi a riprendere fiato ed ammirare il panorama, si perde la soddisfazione di essere riuscite con le proprie gambe ad arrivare fino alla fine". In questo caso a parlare è invece Marta Campiotti, ostetrica libera professionista della Casa Maternità Montallegro di Induno Olona (Varese), presidentessa dell'Associazione nazionale ostetriche per il parto a domicilio e in casa di maternità.

 

“Prima di chiedersi se fare o no l’epidurale, bisogna valutare qual è la propria motivazione di fronte al parto - dice l'ostetrica Campiotti - se si pensa a questo evento solo come un’esperienza faticosa, da far passare più in fretta e nel modo meno doloroso possibile, o piuttosto lo si considera un’esperienza importante da vivere in tutte le sue componenti".


"In questo senso il parto può essere visto come l’occasione della vita, in cui il corpo ha l’opportunità di misurarsi con se stesso, mettere alla prova le proprie risorse. Vivere il parto dopo nove mesi di gravidanza permette di dar voce a tutto quel che si è affrontato durante l’attesa, di ‘chiudere il cerchio’ con un momento quasi catartico. Ed è proprio dal contatto intenso col proprio bambino che parte l’energia del parto o, per meglio dire, l’empowerment, che dà fiducia nelle proprie capacità e la convinzione di potercela fare".


"Come per scalare una montagna bisogna equipaggiarsi a dovere, per godere appieno del proprio parto è importante crearsi tutte le condizioni perché sia vissuto come una bella esperienza: cercare il posto migliore dove partorire, affidarsi ad una buona ostetrica, scegliere la persona che vogliamo accanto, ma soprattutto cercare di vivere un travaglio più naturale e meno medicalizzato possibile".

 


"Il parto accelerato con ossitocina, il parto indotto, il travaglio in posizioni obbligate: tutto questo rende l’esperienza estremamente dolorosa. Potersi mettere nella posizione che si desidera, rispettare i ritmi naturali di discesa del bambino, godersi le pause fisiologiche, che permettono di riposarsi e di riprendere fiato, tutto questo facilita un buon parto! Le contrazioni sono dolorose, è vero, ma il dolore a sua volta stimola la produzione di endorfine, che sono ormoni morfinosimili, una sorta di anestetico naturale, che fa perdere il senso del tempo e riduce la percezione del dolore fisico".


"Considero l’epidurale una buona possibilità per quelle poche donne che non riescono in nessun modo a controllare il dolore e che hanno problemi a sentire il proprio corpo che si trasforma, che sin dalle prime contrazioni provano grande paura e un senso di non potercela fare, quelle che avrebbero richiesto il cesareo senza un motivo medico. In tutti gli altri casi sarebbe più utile preparare le donne a vivere, fisicamente e psicologicamente, il momento del parto, sostenerle durante il travaglio, rassicurandole quando tutto è fisiologico, aiutarle a superare la paura, che è paura del dolore ma anche paura dell’ignoto”.