Gravidanza

Le donne preferiscono il parto naturale, ma poi scelgono il cesareo

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08 Settembre 2011
Da un sondaggio condotto dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna emerge che l'80% delle intervistate (in tutto mille) vorrebbe un parto vaginale. L'Italia però resta tra i primi Paesi a livello mondiale per il ricorso al cesareo (40% dei parti). Come mai? Che cosa dovrebbe considerare la futura mamma per fare una scelta consapevole? Leggi le opinioni degli esperti
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Decisamente meglio il parto naturale. Però poi scelgono il cesareo: è questa la conclusione emersa dal sondaggio “Naturale o cesareo? Il parto che divide”, condotto su mille intervistate (metà con figli e metà senza) dall’Osservatorio nazionale sulla salute (Onda), insieme all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) e al settimanale Io Donna, presentato ieri a Milano.

PARTO NATURALE, ANZI NO CESAREO

L’80% delle donne intervistate ha dichiarato che preferirebbe il parto naturale per non perdere le prime ore di vita del bambino, per rimanere meno in ospedale e per avere un più veloce recupero post parto.

Tra gli altri motivi indicati vi sono anche: la fiducia di poter sopportare il dolore, il fatto che non rimanga nessuna cicatrice, il desiderio di far assistere il papà al parto e meno difficoltà ad allattare (nelle due ore dopo il cesareo il neonato deve stare nell’incubatrice e quindi non può essere attaccato subito al seno).

Tra le ragioni che invece fanno preferire al 20% delle intervistate il parto cesareo in pole position è la “troppa” paura del dolore. Seguono a ruota: la possibilità di programmare il parto, di riprendere più facilmente la vita sessuale (in realtà studi dicono che non ci sono differenze tra i due tipi di parto), il bimbo soffre meno (anche su questo fronte non si rilevano differenze tra parto naturale e cesareo), il cesareo è più sicuro per la salute della donna (in realtà non ci sono prove, anzi il cesareo può avere più complicanze nel post).

Questa è la teoria. Nella realtà l’Italia resta ai primi posti delle classifiche mondiali per il tasso di tagli cesarei che sono circa il 40% dei parti (ai livelli europei troviamo però la provincia di Bolzano con poco più del 20%, maglia nerissima invece alla Campania con il 60%), contro le raccomandazioni Oms del 15%.

La tendenza all’aumento dei tagli cesarei, va detto, non è solo italiana ma mondiale (dati Ocse 2006). Inoltre si consideri che in alcuni Paesi africani, come per esempio l’Etiopia, il tasso di cesareo è pari all’1-2% dei parti, ma certo non segnala un’eccellenza. Le donne in quei Paesi non hanno accesso alle strutture sanitarie e infatti i tassi di mortalità e morbilità (cioè di malattie) sono molto elevati.

CESAREO, UNA SCELTA DA TENERE SOTTO CONTROLLO

Ma perché in Italia la percentuale di cesarei è così alta? Secondo l’osservatorio Onda, oltre a problemi medici (parto gemellare, podalico, placenta previa …), il ricorso è frequente per diversi motivi. In particolare, perché comporta meno rischi per il medico, perché sono le stesse donne a chiederlo, perché c’è poca informazione (ginecologi e ostetriche dovrebbero dare più informazione sui rischi per esempio) e perché in molti ospedali l’epidurale è ancora un’utopia.

“Nel scegliere il parto cesareo rispetto al naturale – sottolinea Francesca Merzagora, presidente di Onda – la donna è spesso inconsapevole dei rischi e delle controindicazioni che, quale atto chirurgico, esso comporta. Il taglio cesareo non è dunque soltanto indice di una popolazione femminile che tende a partorire oltre i 40 anni, ma segnala una patologia del sistema che va corretta per invertire la tendenza al cesareo quando si può evitare o in presenza di condizioni non idonee.”

In questo senso – prosegue Merzagora – va vista con favore la decisione del ministro della salute Ferruccio Fazio “di razionalizzare e ridurre progressivamente i punti nascita con meno di mille parti” dove si ricorre di più al cesareo perché sono meno attrezzati a gestire i problemi della salute del bambino dopo il parto.

“I risultati del sondaggio confermano che interventi già proposti in passato, come il garantire l’accesso all’epidurale a tutte le donne, potrebbero contribuire a limitare il numero dei cesarei non giustificati da ragioni mediche”, aggiunge Mario Merialdi, coordinatore dell’Unità di salute materna e perinatale Oms.

Tra i fattori da considerare per spiegare la scelta finale del cesareo “vanno considerati i cambiamenti di costume avvenuti negli ultimi 20 o 30 anni”, dice inoltre Massimo Candiani, primario di ginecologia e ostetricia della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor. “Oggi le donne, rispetto al passato, si avviano alla maternità verso i 40 anni, con conseguenti difficoltà fisiologiche e biologiche che un parto in età matura porta con se. Si amplia così la gamma di donne con endometriosi, fibromi uterini o che ricorrono alla fecondazione assistita, che già di per se è un motivo per ricorrere al cesareo”.

“Valutare caso per caso, fare più informazione e monitorare le strutture ospedaliere”: è questa la ricetta di Candiani per diminuire il ricorso al cesareo. E aggiunge: “Nei Paesi nordici il problema del dolore è stato superato anche con il supporto psicologico.”

Sulla stessa lunghezza d’onda Annamaria Marconi, primario di ginecologia al San Paolo di Milano, secondo la quale sarebbe importante ridurre soprattutto “la quota dei primi cesarei”.

“Ci deve essere più dialogo tra ginecologo e donna incinta. Il discorso da fare è questo: è una donna giovane che per ragioni di comodo sceglie il parto cesareo oppure è una puerpera di 40 anni che per rimanere incinta è ricorsa alla fecondazione assitita? Un’altra cosa da fare è spiegare quali sono i rischi del cesareo se poi si vuole una seconda gravidanza”.

Anche il primario del San Paolo invoca più epidurali, ma anche un rapporto 1:1 con l’ostetrica e suggerisce di creare un ambiente più intimo e accogliente negli ospedali.

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Per altre info: sezione Parto

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