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Parto in casa e parto in ospedale: sicurezza a confronto in un nuovo studio internazionale

Di Valentina Murelli
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12 Agosto 2019
In paesi ad alto reddito, il parto in casa per donne a basso rischio non sembra comportare più rischi per il bebè rispetto a quello in ospedale, soprattutto se si tratta di un'opzione ben strutturata nell'ambito del servizio sanitario
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La questione parto in casa è sempre controversa. In vari paesi del mondo un numero crescente di donne – per quanto si tratti di un numero ancora piccolo – decide di mettere al mondo i figli a casa propria, ma non sempre questa possibilità è vista di buon occhio da operatori sanitari e società scientifiche, preoccupati dei possibili rischi per mamma e bambino.

 

Uno studio internazionale pubblicato a fine luglio sulla rivsta EClinicalMedicine sembra offrire una lettura rassicurante del fenomeno, almeno per quanto riguarda paesi ad alto reddito e soprattutto laddove il parto in casa venga assistito da ostetriche formate appositamente e ben integrate in un servizio sanitario pronto a intervenire in caso di emergenza. E, ovviamente, sempre nel caso di gravidanze classificate come a basso rischio.

 

Lo studio consiste in realtà di una revisione critica e rianalisi di altri studi pubblicati in passato sull'argomento: in tutto 14, per un totale di circa 500 mila parti in casa (o, meglio, parti che nelle intenzioni delle donne dovevano avvenire in casa, anche se poi l'insorgere di qualche emergenza medica ha comportato un trasferimento in ospedale). Nella maggioranza dei paesi coinvolti – Olanda, Inghilterra, Islanda, Canada, Stati Uniti e Nuova Zelanda – il parto in casa è ormai considerato ben integrato nel percorso nascita tradizionalmente previsto dal servizio sanitario, mentre in altri – Norvegia, Svezia, Giappone e Australia – le ostetriche che lo assistono operano in condizioni di minore integrazione. La revisione è stata coordinata dalla canadese Eileen Hutton e in parte finanziata dall'Association of Ontario Midwives (Associazione delle ostetriche dell'Ontario, una delle province canadesi).

 

Le autrici non hanno trovato alcuna differenza rispetto a eventi di mortalità perinatale e neonatale tra donne a basso rischio che avevano deciso di partorire a casa e donne a basso rischio che avevano deciso di partorire in ospedale, indipendentemente dal numero di parti precedenti. Nessuna differenza anche rispetto ad altre possibili complicazioni neonatali (per esempio un basso indice di Apgar, la necessità di rianimazione neonatale o la necessità di ricovero del bambino in una terapia intensiva neonatale), soprattutto nelle situazioni assistite da ostetriche formate e ben integrate nel servizio sanitario, in grado di effettuare interventi d'emergenza e con facile accesso a un sistema di trasporto neonatale e a un ospedale con terapia intensiva.

 

La conclusione? Che nei paesi ad alto reddito e con un'assistenza specializzata e ben organizzata, il parto in casa per le donne a basso rischio appare sicuro per il bebè quanto quello in ospedale.

 

"Le prove in questo senso sono ormai molto convincenti" sostiene la professoressa Hannah Dahlen, direttrice della scuola di infermieristica e ostetricia della Western University di Sidney, in un commento allo studio pubblicato sulla rivista Lancet. Anzi, Dahlen arriva addirittura a rovesciare il ragionamento e ad affermare che "forse è giunto il momento di chiedersi se il parto in ospedale continui a essere la scelta più sicura e sostenibile per le donne a basso rischio per i paesi sviluppati".

 

Ma attenzione: se i dati raccolti da Hutton e colleghi sembrano abbastanza solidi per le situazioni nelle quali l'assistenza al parto in casa è ben strutturata, altrettanto non si può dire per quelli in cui ancora non lo è. In questo caso servono  più studi per chiarire meglio la situazione.