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Parto in casa, tutto quello che devi sapere

Di Valentina Murelli
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27 Novembre 2017
Non sono moltissime (si stima 500-1000 l'anno), ma alcune donne scelgono, anche in Italia, di partorire a domicilio. La Società italiana di neonatologia la considera una scelta rischiosa, mentre le Linee guida inglesi sul parto ritengono che, in particolari condizioni, non sia più rischiosa di un parto in ospedale. Vediamo di quali condizioni si tratta, e come funzionano le cose nel nostro paese.

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Quando si parla di gravidanza e parto, uno degli argomenti più controversi è senza dubbio il parto in casa. Divide gli esperti (medici e ostetriche) e divide anche le donne, tra chi non vuole neppure sentirne parlare e chi immagina la casa come il luogo più intimo e rispettoso in cui mettere al mondo il proprio bambino.


Di sicuro è un tema di cui si parla molto, anche se è poco conosciuto e gravato da molti pregiudizi. Vediamo di fare un po' di chiarezza.

 

Nascite a domicilio, quante sono in Italia
Diciamolo subito: un dato preciso su quante siano le nascite in casa nel nostro paese non ce l'abbiamo. "Manca un registro ufficiale" conferma l'ostetrica Marta Campiotti, presidentessa dell'Associazione nazionale ostetriche per il parto a domicilio e in casa di maternità.

 

Anche i dati dei Cedap, i certificati di assistenza al parto, sono spesso incompleti. “In molte regioni non prevedono una voce specifica per il parto in casa o in casa di maternità, così i dati mancano oppure arrivano da situazioni molto diverse. Perché un conto è parlare di un parto a domicilio programmato e assistito da ostetriche, un altro conto di un parto precipitoso, non programmato, che avviene in condizioni di emergenza, magari neanche a casa ma in auto".

 

L'ultimo rapporto sui Cedap del Ministero della salute dichiara che nel 2014 sarebbero stati meno di uno su mille - cioè circa 500 in tutto - i bambini nati al di fuori di strutture ospedaliere pubbliche o private. Ma è sicuramente un numero sottostimato. Secondo Campiotti, nel 2017 le sole ostetriche affiliate alla sua associazione (la più grande in Italia) avrebbero assistito circa 800 nascite a casa. Alle quali vanno aggiunte le nascite assistite da specialiste di altre associazioni, come l'Olpi, o senza affiliazioni particolari.

 

Chi preferisce partorire a casa
A tracciare un primo identikit delle mamme italiane che preferiscono partorire tra le mura domestiche sono i risultati di un'indagine condotta in collaborazione tra l'Associazione ostetriche per il parto a domicilio e il Laboratorio per la salute materno-infantile dell'Istituto Mario Negri di Milano, guidato da Maurizio Bonati.

 

"Abbiamo analizzato i dati di circa 600 donne in gravidanza seguite dalle ostetriche dell'associazione tra il 2014 e il 2016: di queste, 443 hanno effettivamente partorito a casa o (alcune) in casa maternità" afferma la ricercatrice Rita Campi. "Confrontando le loro caratteristiche con quelle di donne che hanno partorito in ospedale, abbiamo visto che hanno in genere un livello di istruzione più elevato e abitano soprattutto al Centro Nord, in particolare in Emilia, Piemonte e Marche. Regioni che offrono la possibilità di rimborsi e hanno un buon numero di ostetriche specializzate appunto nel parto a domicilio".

 

A spingere queste donne a rimanere a casa sono stati soprattutto un forte desiderio di intimità e la voglia di naturalità. Oppure una precedente esperienza negativa in ospedale.

 

Posizione del parto, trasferimenti in ospedale e taglio del cordone
I dati resi disponibili dall'Associazione raccontano però anche molto altro. Per esempio, che per nessuna delle 443 donne seguite è stato necessario un trasferimento d'urgenza in ospedale durante il travaglio e il parto. "Sette di loro sono state ricoverate dopo il parto, come pure 11 neonati, ma non ci sono stati eventi avversi, cioè casi di mortalità materna o neonatale" afferma Campiotti. Che sottolinea tuttavia la necessità di continuare con una capillare raccolta dati per avere un'idea ancora più precisa della situazione.

 

Solo il 17% delle donne seguite ha partorito in posizione sdraiata: molte hanno preferito una posizione carponi (il 36%) o accovacciata (27%). Il cordone non è mai stato tagliato immediatamente dopo la nascita: in metà dei casi il taglio è avvenuto entro un'ora, in un quarto dei casi entro 12 ore (mini lotus birth) e nel restante quarto si è scelta la pratica del lotus birth, che consiste nel lasciare il cordone attaccato alla placenta fino a che si stacca da solo.

 

Parto in caso, ma è sicuro o no?
Il terreno dello scontro tra sostenitori e detrattori del parto in casa riguarda la sicurezza, per mamma e bambino. L'opposizione più netta alle nascite a domicilio oggi viene da molti ginecologi ma soprattutto dai neonatologi della Società italiana di neonatologia (SIN), che in un comunicato del 2016 l'hanno definita una "scelta a rischio".

 

 "Anche nelle condizioni ideali - si legge nel comunicato - non è possibile escluderela possibilità che si presentino complicazioni che metterebbero a rischio la salute di mamma e bambino e che implicherebbero un necessario ed immediato trasferimento in ospedale, anch’esso di per sé rischioso". Inoltre, occorre considerare che esisterebbe un aumento del rischio di patologie neonatali rispetto a un parto programmato in ospedale.

 

Come specificato nel documento, la SIN condivide la posizione dell'American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG), che nella sua ultima dichiarazione in proposito, aggiornata ad aprile 2017, conclude di "ritenere ospedali e centri nascita accreditati come il luogo più sicuro per partorire". Allo stesso tempo, però, sottolinea che il rispetto di alcune condizioni permette di rendere più favorevole l'esito del parto a domicilio. In particolare:

 

  • selezione appropriata delle donne "candidate";
  • assistenza da parte di ostetriche specializzate;
  • distanza adeguata dall'ospedale.

"Nonostante alcune battute, il parto in casa oggi non è certo quello delle nostre bisnonne" afferma l'antropologa Patrizia Quattrocchi, che ormai da alcuni anni si occupa di parto extra-ospedaliero. “Oggi le ostetriche che assistono hanno competenze e abilità acquisite in percorsi universitari e lavorano in sicurezza, seguendo linee guida precise basate su evidenze scientifiche e collaborando con medici e strutture sanitarie". Come dire: in casa sì, ma non per questo abbandonato a sé stesso.

 

Anche secondo Maurizio Bonati, direttore del Laboratorio per la salute materno-infantile dell'Istituto Mario Negri di Milano, non è il caso di polarizzare lo scontro: "Ormai molti studi documentano che nelle donne senza fattori di rischio, seguite in modo appropriato durante la gravidanza e con assistenza appropriata durante il travaglio, il parto e nelle ore successive, il rischio di partorire a casa o in casa di maternità è simile a quello di partorire in ospedale".

 

Il riferimento è per esempio alle Linee guida del NICE, l'istituto britannico per l'eccellenza clinica, pubblicate nel 2014 e aggiornate nel 2017, o a una revisione sistematica della Cochrane Collaboration, secondo la quale non ci sono, al momento, dati sufficienti per consigliare il parto in ospedale rispetto a quello in casa (o viceversa), sempre per donne a basso rischio.

 

Ovviamente, "rischio simile tra casa e ospedale" non vuol dire che non c'è nessuno rischio, ma che quello che c'è è indipendente dal luogo del parto e dipende invece da altri fattori, come la preparazione del personale o la rete allargata di supporto, che deve prevedere un ospedale in grado di fornire un'assistenza adeguata.

 

Campiotti lo spiega con una metafora: "Chiedersi se il parto in casa sia sicuro o meno è come chiedersi se sia sicuro andare in macchina. Dipende. Se ci si mette al volante senza patente e si viaggia a velocità folle senza rispettare i segnali stradali chiaramente non lo è. Se si prende la patente, si rispetta il codice della strada, non si parla al cellulare e così via, diventa un'attività con un rischio minimo e accettabile. Perché ricordiamoci che il rischio zero non esiste per nessuna attività umana".

 

Cosa dicono le Linee guida inglesi
Le Linee guida del NICE britannico sono indubbiamente il punto di riferimento per qualunque sostenitore del parto in casa e dicono che questo luogo può essere considerato sicuro quanto l'ospedale per donne che abbiano già partorito e siano a basso rischio di complicazioni. In questi casi non ci sono differenze rispetto agli esiti neonatali, mentre per la mamma diminuiscono le procedure mediche invasive come come episiotomia, taglio cesareo o utilizzo di ventosa.

 

Se invece si tratta del primo parto, la nascita a domicilio è associata a un aumento del rischio di complicazioni per il neonato. Vero che parliamo di rischi assoluti comunque molto bassi, ma è un dato di cui la donna deve essere informata e che deve tenere in considerazione nel momento in cui decide dove partorire.

 

Una questione di libera scelta
Secondo Patrizia Quattrocchi non ha senso contrapporre in modo ideologico modelli differenti, ma bisogna chiamare in causa il diritto alla libera scelta.

“Ci sono donne che non potrebbero mai partorire in casa, e donne che, pur potendo, sicuramente non vorrebbero farlo e ritengono il parto in ospedale il più consono alle proprie aspettative ed esigenze. Ebbene, così sia, ovviamente nel rispetto dei loro tempi, delle loro necessità e della loro fisiologia. Allo stesso tempo, sarebbe assurdo proporre il parto a domicilio a tutte le donne".  

 

Certo, resta il fatto che, al di là di eventuali pregiudizi ideologici, la scelta nel nostro paese, in questo momento, è solo relativamente libera. Perché non basta dire che secondo la letteratura scientifica internazionale "si può fare". Ci vogliono le condizioni per farlo, e non sempre queste sussistono, che si tratti di disponibilità di personale formato (al Sud le ostetriche specializzate nel parto a domicilio sono pochissime) o di disponibilità economica (il parto in casa costa e sono poche le regioni che lo rimborsano). 

 

Come funziona in Italia
Per una donna che desideri partorire in casa, in Italia, esistono oggi due possibilità principali (una, la prima, ancora limitata a pochissime realtà). Eccole:

 

1. Parto assistito da un'ostetrica ospedaliera - si può fare a Torino, appoggiandosi all'Ospedale Sant'Anna, o a Reggio Emilia (Ospedale di Santa Maria Nuova) - oppure da un'ostetrica del consultorio, a Modena e Parma. In entrambi i casi i costi sono a carico del Servizio sanitario nazionale.

 

2. Parto assistito da un'ostetrica libera professionista. I costi sono a carico della donna, ma in alcune regioni sono previsti dei rimborsi, fino all'80% della spesa e spesso fino a un massimo di 1000 euro. Succede in Emilia Romagna, Piemonte, Lazio, Marche e nelle province di Trento e Bolzano. Il Consiglio regionale della Calabria sta deliberando una legge in proposito: ha appena superato il vaglio della Commissione sanità, ora deve passare quello della Commissione bilancio. L'approvazione definitiva è attesa per l'inizio del 2018.

 

Parto in casa, quanto costa?
In Italia, un parto a domicilio costa in media 2300-2500 euro. "Ma attenzione - precisa Quattrocchi - parliamo appunto solo di parto". Il post-parto va conteggiato a parte (alcune ostetriche offrono un "pacchetto puerpuerio") e lo stesso vale per le singole visite durante la gravidanza, se si desidera farsi seguire da un'ostetrica privata. Del resto si tratta di libere professioniste, ciascuna con un suo tariffario (non ne esiste uno di categoria): in genere i costi delle varie fasi dell'assistenza vengono chiariti nei primissimi incontri, in modo che la donna sappia esattamente a cosa va incontro.  

 

Chi può farlo
L'Associazione presieduta da Campiotti ha stilato delle Linee guida per il travaglio e parto fisiologico a domicilio e in casa di maternità. "Sono ispirate a quelle inglesi, ma anche alle Linee guida per la gravidanza fisiologica e a quelle sul taglio cesareo del nostro Istituto superiore di sanità" afferma l'ostetrica. Linee guida analoghe sono proposte dalle varie regioni che menzionano la possibilità di parto a casa.

 

Requisiti fondamentali per partorire in casa in sicurezza sono una gravidanza fisiologica, cioè a basso rischio, e l'insorgenza del travaglio al momento "giusto", cioè tra 37 e 41+6 settimane. La mamma non deve avere febbre né pressione alta. Il feto deve essere singolo, con presentazione cefalica e battito cardiaco senza alterazioni.

 

Sono quindi escluse dalla possibilità di partorire a casa le donne con gravidanze gemellari e quelle con bambini in posizioni differenti dalla cefalica. E ancora, bisogna andare in ospedale in caso di:

  • malattie croniche materne, come cardiopatie o epilessia;
  • diabete gestazionale, specie se trattato con insulina;
  • malformazioni uterine;
  • obesità;
  • pre-eclampsia;
  • patologia fetale, come per esempio grave ritardo di crescita o, al contrario, macrosomia, malformazioni.

Parto in casa, le tappe
"Nel caso si tratti di un parto che sarà seguito da un'ostetrica libera professionista - o meglio ancora da due ostetriche, come suggeriscono le Linee guida dell'Associazione - la cosa ideale da fare è pensarci per tempo, per prendere contatto con la professionista il prima possibile" suggerisce Marta Campiotti. In ogni caso, meglio non andare oltre le 28-32 settimane di gravidanza.

 

Le ostetriche che assistono i parti in casa non devono essere iscritte ad albi particolari: come tutte le ostetriche, devono essere iscritti ai collegi ostetrici provinciali e possono essere socie di particolari associazioni (ovviamente questo non è obbligatorio). Importante verificare che abbiano fatto dei corsi specifici sulla gestione delle emergenze a domicilio: "Le nostre associate lo fanno ogni due anni" afferma Campiotti.

 

La presa in carico definitiva, con la firma di un documento che impegna l'ostetrica o le ostetriche alla reperibilità, avviene in genere un paio di settimane prima del termine. Solo alla fine, infatti, si vede se davvero sta andando tutto bene e non ci sono ostacoli.

 

Quando scatta l'ora X, l'ostetrica arriva: "Spesso alla prima fase del parto assiste una sola e la seconda arriva quando si avvicina la fase espulsiva, ma si possono anche prendere accordi differenti" spiega Campiotti.

 

Scegliere di partorire a casa significa privilegiare un ambiente intimo, discreto, "naturale" e familiare. L'ostetrica, dunque, tende a intervenire il meno possibile: se non ci sono condizioni particolari, per esempio, le visite ostetriche vengono fatte ogni tre, quattro ore, non di più.

 

Subito dopo la nascita, il bambino viene coperto e posto sul petto della mamma, in contatto pelle a pelle. Il cordone non viene tagliato subito: in genere dopo un'ora circa, o anche più tardi. Intanto avviene il secondamento, cioè l'espulsione della placenta. "In genere rimaniamo con mamma e neonato per circa tre-cinque ore dopo il parto, controllando pressione e frequenza cardiaca della mamma, la perdita di sangue, il fatto che faccia pipì e l'attaccamento del bambino" afferma Campiotti. E nel frattempo viene avvisato il pediatra, che arriverà a visitare il bambino in genere 10-12 ore dopo il parto.

 

Ma non è finita: l'ostetrica torna a vedere mamma e bambino ogni giorno per i primi 3-5 giorni dopo il parto, e ancora un paio di volte fino ad arrivare a 10 giorni dal parto. In queste visite si valutano sia parametri clinici della mamma e del neonato (compreso il calo fisiologico, la ripresa del peso, l'emissione di meconio e urine), sia gli aspetti emotivi e "gestionali" dei primi giorni insieme. Inoltre, due giorni dopo la nascita l'ostetrica effettua al neonato il test per lo screening delle malattie metaboliche, raccogliendo una goccia di sangue che viene inviata ai laboratori di riferimento.

 

E se c'è un'emergenza?
Le Linee guida del NICE dicono chiaramente che, in caso di gravidanza a basso rischio, l'evento parto è in genere molto sicuro, sia per la mamma sia per il bambino.

 

Però è inutile nascondersi dietro a un dito: "in genere" non significa "sempre" e la possibilità che qualcosa vada storto c'è. Accade in ospedale (lo ricordano periodicamente tragici fatti di cronaca), e può accadere anche a casa.

 

Campiotti, però insiste nel sottolineare che - in caso di adeguata assistenza - non ci sono particolari rischi aggiuntivi nel partorire a casa. "Non è solo questione di formazione delle ostetriche, ma anche del fatto che lavoriamo in team. Quando comincia il travaglio, allertiamo il nostro ospedale di riferimento, che comunque non deve mai essere a più di 30-40 minuti di distanza dall'abitazione. E se dobbiamo aspettare un'ambulanza, sappiamo come gestire l'emergenza nel frattempo".

 

Non solo casa o ospedale: case di maternità e centri nascita
Anche se in Italia non sono ancora molto diffuse, ci sono altre due possibilità per le donne che non desiderano un classico parto ospedaliero, ma neppure se la sentono di rimanere tra le mura domestiche: sono le case di maternità e i centri nascita.

Le case di maternità sono strutture gestite completamente da ostetriche. Non sono strutture sanitarie, dunque non sono legate a un ospedale né dal punto di vista amministrativo né da quello fisico. Vengono mantenute le stesse caratteristiche di intimità e di salvaguardia della fisiologia che si hanno nel parto a domicilio. Secondo Marta Campiotti potrebbero rappresentare il futuro, più ancora della nascita in casa. In Italia non ce ne sono molte, eccole:
- La via lattea a Milano;
- Montallegro in provincia di Varese;
La quercia in provincia di Como;
- Prima luce a Torino
- Il nido a Bologna;
- La casa di Caterina a Trieste;
- Zoe e Il nido a Roma.

I centri nascita (o case del parto) sono invece strutture intra-ospedaliere. "Sono sempre gestiti da ostetriche - precisa Patrizia Quattrocchi - ma sono poste fisicamente all'interno di un ospedale, e dunque dipendenti, anche simbolicamente, dall'approccio medico". SI trovano:
- Ospedale San Martino di Genova;
- Ospedale Careggi di Firenze (Centro nascita La margherita);
- Ospedale Sant'Anna di Torino;
- Ospedale San Luca di Trecenta (Rovigo);
- Ospedale di Cittiglio (Varese);
- Ospedale Valduce di Como;
- Ospedale universitario di Modena.

 

(Credit foto: Anathea / Flickr)