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Placenta ritenuta post parto: cos’è e quali sono i rischi

di Elena Berti - 15.10.2021 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Placenta ritenuta nel post parto: i sintomi e i rischi dei residui di placenta nell'utero dopo il secondamento, come curare la placenta ritenuta

Placenta ritenuta post parto: cos’è e quali sono i rischi

Subito dopo il parto, la donna dovrebbe espellere la placenta: questa fase si chiama secondamento e solitamente avviene senza difficoltà. Altre volte, invece, richiede qualche manovra in più da parte dell'ostetrica e, raramente, del ginecologo. In rari casi, però, la placenta non viene espulsa del tutto e si parla di placenta ritenuta. Di cosa si tratta e che rischi comporta?

In questo articolo

Che cos’è il secondamento

Il secondamento è la fase finale del parto e consiste nell'espulsione della placenta e di altri annessi fetali, come membrane e liquido amniotico, dopo l'uscita del bambino. Il più delle volte il secondamento avviene in maniera naturale: dopo l'espulsione del bambino, segue anche tutto il resto. Altre volte, invece, è richiesto un intervento manuale, in particolare quando la placenta ha aderito all'utero, e può essere una manovra dolorosa, seppur necessaria. I medici intervengono quando la placenta non si stacca naturalmente, grazie alle contrazioni, dall'utero: questo può avvenire con l'aiuto di ossitocina, che favorisce le contrazioni uterine, oppure manualmente, con l'intervento del ginecologo o, nei casi più gravi (e molto rari), tramite operazione in sala, sotto anestesia. 

Cos’è la placenta ritenuta

Si parla di placenta ritenuta quando parte della placenta o delle membrare restano nell'utero. Nei rari casi in cui avviene - succede nel 2% dei parti - il team medico mette in pratica alcuni accorgimenti che dovrebbero favorire la completa espulsione degli annessi fetali, tramite manovre e riposizionamenti della neomamma. Ma cosa succede se i medici non si accorgono che dei resti di placenta sono rimasti all'interno dell'utero?

Le cause della placenta ritenuta

Durante il secondamento, l'ostetrica, a volte in collaborazione col ginecologo, valuta lo stato della placenta: se appare integra non c'è motivo di pensare che non sia andato a buon fine. Quando questo non succede i motivi potrebbero essere diversi: 

  • mancato secondamento: la placenta non viene espulsa entro il tempo previsto, cioè massimo un'ora
  • secondamento incompleto: la placenta viene espulsa ma non è integra
  • incarceramento della placenta: la prima parte del secondamento procede regolarmente, cioè la placenta si stacca dall'utero, ma poi si blocca nel segmento uterino inferiore

Si ha placenta ritenuta, quindi, quando la placenta non viene espulsa completamente a causa di un'incapacità dell'utero di contrarsi in maniera adeguata (per questo si fa ricorso spesso all'ossitocina), quando il cordone ombelicale si rompe, oppure quando la placenta risulta accreta, cioè addentrata nello strato miometrale sottostante e non riesce quindi a staccarsi dall'utero. 

I sintomi della placenta ritenuta

Se i medici non si accorgono dei residui di placenta rimasti nell'utero, solitamente si formano delle perdite di sangue emorragiche che l'utero, incapace di contrarsi come dovrebbe, non riesce ad arrestare. In caso di tachicardia, tachipnea (cioè respiro alterato) e forte dolore addominale e pelvico i medici eseguiranno una visita o un'ecografia per valutare se si tratti di placenta ritenuta e intervenire.

I rischi della placenta ritenuta

Una placenta espulsa in maniera incompleta può provocare conseguenze anche gravi per la neomamma, che va incontro a dolori, emorragie e infezioni. Basti pensare che in alcuni paesi in via di sviluppo è ancora tra le cause di morte più frequenti tra le partorienti. 

Come intervenire in caso di placenta ritenuta

Nella maggior parte dei casi, l'équipe medica si accorge della placenta ritenuta già durante il secondamento, o subito dopo, o perché questa non è integra, come dicevamo, o perché è in atto un'emorragia. Solitamente basta intervenire con la somministrazione di farmaci per favorire le contrazioni uterine, volte ad espellere completamente gli annessi fetali, o con manovre manuali interne per eliminare i residui. Quando nonostante queste accortezze restano comunque dei residui in utero, si passa alla revisione della cavità uterina, conosciuta col nome comune di raschiamento, una pratica che di solito si svolge sotto anestesia locale o generale con l'aiuto di strumenti medici, praticata da un ginecologo. Una volta ripulita la cavità uterina potrebbero essere necessari dei punti di sutura interni.  

La placenta ritenuta è un'eventualità rara che colpisce pochissime mamme e non deve preoccupare: ostetriche e ginecologi sono in grado di valutare lo stato della placenta durante il secondamento e intervenire subito senza complicazioni. Qualora non si accorgessero di eventuali residui all'interno dell'utero, saranno i sintomi della neomamma ad allertare i medici, che interverranno tempestivamente. 

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