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Citomegalovirus (CMV): come leggere i risultati del test

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20 Novembre 2013 | Aggiornato il 11 Febbraio 2015
Sono due i valori riportati nel referto del laboratorio di analisi per il test del Citomegalovirus: le IgG e le IgM
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Il Citomegalovirus (CMV) è un virus che provoca un’infezione di per sé banale, dai sintomi molto generici, tanto che spesso non ci si accorge nemmeno di averla avuta.

Se ci si ammala per la prima volta in gravidanza, la probabilità che il bebè sia contagiato è molto bassa ma, se questo avviene, i rischi per il nascituro potrebbero essere seri, soprattutto se l'infezione è avvnuta nella prima metà della gravidanza. Per capire se si è già contratta in passato o se vi è un’infezione in corso, si fa un esame del sangue, che ricerca la presenza due tipi di anticorpi, detti immunoglobuline: le IgG e le IgM. (Leggi anche: citomegalovirus e gravidanza)

Che cosa sono le IgG e le IgM

Le IgM sono gli anticorpi che si producono nella fase acuta della malattia, quindi sono rilevabili da subito; restano attivi per tutta la durata dell’infezione, dopodiché i valori scendono progressivamente, ma la loro presenza continuerà ad essere rilevata nel sangue ancora per 3-4 mesi circa (anche se a volte ci sono casi di persistenza della IgM).

Le IgG si iniziano a produrre solo 1-2 settimane dopo che è avvenuta l’infezione, ma resteranno presenti nel’organismo per tutta la vita, come ‘memoria’ dell’infezione avvenuta, e per questo saranno sempre rilevabili nel sangue.

Che cosa c’è scritto nel referto

Nel referto del test del CMV sono riportati sia i valori di IgM che di IgG, con un risultato espresso i numeri. Accanto al risultato, sono indicati i valori di riferimento utilizzati dal laboratorio: se si è al di sotto di quel valore di riferimento, il risultato è negativo; se si è al di sopra, il risultato è positivo.

“Ogni laboratorio analisi utilizza i propri parametri di riferimento, quindi non si può indicare in modo assoluto quale sia il limite numerico al di sotto o al di sopra del quale il test sia negativo o positivo. Per questo, per esser certe della correttezza dell’interpretazione, è indispensabile far vedere il referto al ginecologo” puntualizza Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e Professore dell'Università di Milano.

Ecco quali sono i possibili esiti del test:

 

- IgM e IgG entrambe negative (cioè inferiori ai valori di riferimento indicati dal laboratorio): vuol dire che la donna non ha mai contratto l’infezione. Questo significa che dovrebbe prestare attenzione a certe norme igieniche di prevenzione, soprattutto se ha contatti frequenti con bambini piccoli, più soggetti ad ammalarsi.

- IgM negative e IgG Positive: vuol dire che la donna ha già contratto il Citomegalovirus in passato ma non ha un’infezione in corso. “È il caso più rassicurante” spiega la professoressa Cetin. “Questo perché, se anche la donna dovesse infettarsi nuovamente, si tratterebbe di un’infezione secondaria, che è molto meno pericolosa rispetto a quella primaria (cioè contratta per la prima volta in gravidanza)”.

- IgM positive e IgG negative: sta ad indicare che la donna non ha mai contratto l’infezione in passato ma l’infezione è adesso in corso. “È un’evenienza davvero rara, poiché significherebbe che si è fatto l’esame proprio nel momento iniziale dell’infezione, quando le IgG non hanno ancora fatto in tempo ad attivarsi” evidenzia la ginecologa. “Ma è anche l’evenienza più rischiosa, poiché vuol dire che si tratta di un’infezione molto recente. Va sottolineato, tuttavia, che se le IgM risultano positive è sempre necessario ripetere un secondo test di conferma in un centro specializzato”

- IgM positive e IgG positive: vuol dire che l’infezione c’è stata e potrebbe essere ancora in atto, così come potrebbe significare che è avvenuta fino a 3-4 mesi prima, visto che, come abbiamo detto, le IgM impiegano 3-4 mesi prima di diventare negative. “In tal caso, è indispensabile cercare di sapere con la maggior precisione possibile quando si è contratta la malattia” sottolinea Irene Cetin “e questo è possibile con un esame chiamato test di avidità: può darsi infatti che l’infezione risalga al periodo del preconcepimento e quindi si può stare tranquille. In caso contrario, un’amniocentesi consentirà di sapere se l’infezione è passata al bambino”.

 

Fonte per questo articolo: consulenza di Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e Professore dell'Università di Milano.

 

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