I PUNTI

6 punti per relazionarsi al bambino malato

Di Alice Dutto
18 Luglio 2016
Sono 6 i punti della Carta Comportamentale, voluta dalla Fondazione Giancarlo Quarta Onlus e stilata da un pool di 100 professionisti, per relazionarsi nel modo migliore ai piccoli pazienti malati e alle loro famiglie. Scopriamoli insieme.
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1. LA PREMESSA
La relazione è un atto medico e, in quanto tale, necessita di percorsi formativi e di aggiornamento.
Data questa premessa, si individua la necessità di istituire programmi formativi specifici dedicati agli operatori sanitari per gestire i processi di proiezione e identificazione con il bambino e i genitori. “I contenuti della formazione dovranno riguardare prioritariamente le modalità di ascolto e le strategie relazionali in situazioni 'critiche'”. Il risultato si otterrà quando gli operatori sapranno rispondere “in modo autentico e personalizzato ai bisogni relazionali dei bambini e dei loro genitori”.

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2. DIRE LA VERITÀ
Il bambino ha bisogno di sapere quale sia la sua condizione. Per questo “è essenziale non nascondere la verità e avere un’accorta gestione della sua quantità e qualità”. Per raggiungere questo obiettivo è bene dare le informazioni, sempre vere, in modo graduale e comprensibile per i piccoli. “Nel caso del bambino è necessario quindi utilizzare il linguaggio metaforico e i codici propri dell’infanzia”. Dall'altra parte, per i genitori “è fondamentale comprendere le circostanze che stanno affrontando, fino a divenire, sulla base delle loro possibilità cognitive ed emotive, consapevoli della situazione di cura”.

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3. AUMENTARE LA FIDUCIA
Perché la famiglia e il bambino possano fidarsi del personale sanitario “è necessario prospettare un percorso di cura positivamente caratterizzato da assistenza e sostegno”.
Come prima cosa, è bene evitare che i familiari si allontanino dal bambino malato nel luogo di cura, per “evitare i vissuti di solitudine”, che è causa di sofferenza per tutti. “Non esistono basi scientifiche che giustifichino questi distacchi, al contrario ci sono molte evidenze dell’utilità della presenza dei genitori”.
Un altro punto importante è quello di creare un rapporto di fiducia verso il medico, le terapie e il percorso di cura.

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4. SORRIDERE IL PIÙ POSSIBILE
Questo non vuol dire fare i clown, ma piuttosto adottare un approccio “caldo” per “creare uno spazio di massimizzazione della 'felicità' possibile. La speranza sentita, vera e autentica, è una risorsa fondamentale per il bambino e i suoi cari nel processo di cura”.
Anche se la situazione fosse molto difficile, è vitale dare spazio alla speranza: “un modo per migliorare la qualità della vita del bambino e dei genitori”.
Speranza, però, non vuol dire illusione, ma piuttosto uno sguardo empatico per comprendere il bambino più in profondità. Uno sguardo che sarà efficace solo se autentico. “Per adottare tale sguardo è fondamentale imparare a gestire la propria 'ansia', infatti, sia per gli operatori sanitari che per i genitori è facile il rischio di identificazione con le fragilità del bambino, che può diventare soggetto condizionato dalle proiezioni degli adulti”.

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5. ASCOLTARE
Il bambino ha bisogno di essere ascoltato, di condividere le proprie emozioni e la sua storia. “È necessario, per esempio, non sottovalutare la sofferenza che sembra lieve, o addirittura banale: il bambino non soffre secondo le categorie degli adulti. O ancora, è importante prestare attenzione ai bambini che non parlano e a quelli per i quali va o sembra andare tutto troppo bene. Attraverso i suoi linguaggi il bambino, infatti, comunica l’essenziale di sé e spesso non ripete: è fondamentale prestare la massima attenzione e annotare ciò che il bambino dice, anche in modo apparentemente casuale”.
Compito degli operatori sarà quello di creare, con pazienza, le condizioni adatte per il bambino affinché possa esprimersi manifestando le proprie emozioni.

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6. AIUTARE A DECIDERE
“La presa in carico del bambino e dei suoi cari deve essere totale, deve includere anche gli aspetti relazionali che portano a definire scelte e ad attuarle”. I genitori che hanno un bimbo malato devono prendere costantemente delle decisioni spesso complesse. “Per soddisfare il bisogno di decidere, che può essere molto articolato, è necessario che il medico adotti un vero e proprio percorso di guida. Tale percorso prevede la progressiva soddisfazione dei bisogni relazionali che la situazione impone, anche attraverso la revisione di quanto già fatto, evidenziando i progressi raggiunti e proponendo soluzioni per quanto ancora da risolvere”. L'obiettivo è quello di creare consapevolezza e fiducia, speranza e condivisione, per permettere ai genitori di effettuare scelte autonome.

1. LA PREMESSA
La relazione è un atto medico e, in quanto tale, necessita di percorsi formativi e di aggiornamento.
Data questa premessa, si individua la necessità di istituire programmi formativi specifici dedicati agli operatori sanitari per gestire i processi di proiezione e identificazione con il bambino e i genitori. “I contenuti della formazione dovranno riguardare prioritariamente le modalità di ascolto e le strategie relazionali in situazioni 'critiche'”. Il risultato si otterrà quando gli operatori sapranno rispondere “in modo autentico e personalizzato ai bisogni relazionali dei bambini e dei loro genitori”.
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