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Gravidanza ed endometriosi, cosa c'è da sapere

di Sara De Giorgi - 04.04.2024 - Scrivici

endometriosi
Fonte: Shutterstock
Endometriosi e gravidanza: cosa c'è da sapere? È possibile restare incinte con questa patologia? Quali sono i rischi? Abbiamo intervistato sul delicato tema dell'endometriosi la dottoressa Michela Monica e abbiamo raccolto alcune testimonianze.

In questo articolo

Quali sono i sintomi dell'endometriosi? È possibile, avendo questa patologia, portare avanti una gravidanza? Quali sono i rischi?

L'endometriosi è una patologia ginecologica infiammatoria cronica che, oltre a creare un forte disagio fisico, coinvolge anche la sfera psicologica femminile. Coinvolge il 10-15% della popolazione femminile in età fertile ed influenza in maniera significativa la quotidianità, dai dolori provocati dalla diffusione del tessuto endometriale al rapporto tra la malattia e le difficoltà nel concepire una gravidanza (dal 30% al 50%).

Abbiamo intervistato sul delicato tema dell'endometriosi la dottoressa Michela Monica, laureata e specializzata in Ginecologia e Ostetricia all'Università degli studi di Parma. Dal 2015 la dottoressa Michela Monica lavora presso UOC Ginecologia e Ostetricia del medesimo Ospedale. Si occupa di diagnostica ecografica delle patologie ginecologiche ed in particolare collabora al Centro Endometriosi, realtà attiva dal 2014 con organizzazione multidisciplinare e facente parte della rete Regionale per la gestione e il trattamento delle pazienti con endometriosi.  

Riportiamo, infine, anche alcune testimonianze di volontarie dell'associazione A.P.E. (Associazione Progetto Endometriosi), che da 18 anni lavora per formare il personale medico e paramedico con l'obiettivo di diminuire il ritardo diagnostico (in media di 8 anni) e per sostenere le donne che ne soffrono. Ricordiamo che marzo è il mese della consapevolezza sull'endometriosi.

Endometriosi, cos'è e quali sono i sintomi?

«L'endometriosi è una patologia infiammatoria cronica, caratterizzata dalla presenza di tessuto simile a quello endometriale, la mucosa interna dell'utero, al di fuori dell'utero stesso (ectopico). L'impianto e la crescita di questo tessuto ectopico è dipendente dagli estrogeni. 

Questo è il motivo per cui la diagnosi avviene nella vita riproduttiva della donna con espressioni diverse per ciascuna e per cui la sintomatologia compare mensilmente con la mestruazione: così come l'endometrio dell'utero si sfalda e sanguina, così anche si comporta il tessuto ectopico con un sanguinamento nella sede della lesione e conseguente dolore sito-specifico e reazione infiammatoria pelvica mensile.

A lungo andare il dolore ciclico e ripetuto può causare una sensibilizzazione dei neuroni che trasportano il messaggio del dolore con progressiva comparsa di dolore cronico e coinvolgimento di zone non interessate direttamente dalla patologia.

L'esatta prevalenza dell'endometriosi è sconosciuta e si stima che dal 2 al 10% della popolazione generale femminile ne sia affetta, percentuale che aumenta al 50% nel gruppo delle donne con infertilità.

Sebbene non tutte le donne con endometriosi mostrino sintomatologia e non ci sia diretta correlazione tra estensione della malattia e sintomi, il dolore con la mestruazione (dismenorrea), il dolore pelvico profondo coi rapporti (dispareunia), il dolore alla defecazione e l'infertilità sono i quadri di presentazione più frequenti. 

C'è ancora tanto bisogno di sensibilizzare sul tema endometriosi ed è necessaria la formazione del personale sanitario per poter ridurre i tempi di diagnosi, vista la sintomatologia spesso sfumata. L'A.P.E. (Associazione Progetto Endometriosi), che ha la sede nazionale a Parma, città dove vivo e lavoro, organizza ogni anno un corso di alta formazione sulle tecniche ecografiche per diagnosticare l'endometriosi. I migliori specialisti insegnano ai ginecologi, provenienti da diverse parti d'Italia, le tecniche fondamentali per ridurre il ritardo diagnostico, che va dai 5 agli 8 anni, ed intervenire nel più breve tempo possibile per individuare i giusti percorsi di cura con un approccio multidisciplinare», specifica la dottoressa Michela Monica.

Dott.ssa Michela Monica

Si può rimanere incinta con l’endometriosi?

«Per rispondere a questa domanda bisogna valutare il quadro di ciascuna donna affetta.

Le modalità con cui l'endometriosi può condizionare la fertilità sono molteplici:

  • riduzione della qualità degli ovociti con difficoltà alla ovulazione e fertilizzazione; 
  • nelle localizzazioni profonde, distorsione dell'anatomia pelvica con aderenze tra utero-ovaie e tube, che rendono difficoltoso l'incontro dei gameti ed il trasporto del prodotto del concepimento in utero;
  • ridotta capacità di annidamento del prodotto del concepimento a livello uterino nei quadri di adenomiosi severa.

Ricordiamo sempre che la capacità riproduttiva è una questione di coppia quindi devono essere ricercati eventuali fattori maschili di infertilità».

Gravidanza naturale con l’endometriosi: è possibile?

«È possibile, se non ci sono lesioni accertate soprattutto tubariche.

Ci sono evidenze che la chirurgia possa migliorare la capacità riproduttiva della donna con endometriosi, ma va riservata alle pazienti infertili (insuccesso ricerca prole spontanea) in base alla presenza di sintomatologia (soprattutto per l'endometriosi profonda), alle localizzazioni di malattia, all'età della paziente, alla storia di pregressa chirurgia (specie di endometriosi ovarica con già possibile riduzione riserva) e alla presenza di altre cause. 

Al termine della chirurgia, viene calcolato l'Endometriosis Fertility Index (EFI), uno score validato che stima la probabilità di concepimento spontaneo e quindi identifica le pazienti meritevoli di accesso precoce a Centri di Procreazione Medicalmente Assistita», spiega la dottoressa. 

Se ho superato i 40 anni posso rimanere incinta nonostante l’endometriosi?

«L'età è un fattore non modificabile, che in ogni donna, con o senza endometriosi, impatta sulla capacità riproduttiva: dopo i 35 anni è noto come la probabilità di rimanere incinta diminuisce, seppur in maniera non lineare per ciascuna. Questo per un esaurimento progressivo della numerosità dei follicoli e della loro qualità. 

Il ginecologo eseguirà una valutazione complessiva e considererà il fattore età all'interno della storia di endometriosi della paziente, con eventuale invio ad un Centro di Procreazione Medicalmente Assistita per ottimizzare il tempo e le chances a disposizione della coppia». 

Quali sono i rischi della gravidanza con l’endometriosi?

«Le complicazioni di lesioni endometriosiche preesistenti alla gravidanza, dovute allo stato ormonale e alle modificazioni anatomiche dell'avanzare della gravidanza, sono rare. 

Seppur non costituisca un rischio per la gravidanza, ma solo una sfida diagnostica per il ginecologo, ormai sappiamo che l'endometrioma ovarico, può aumentare di volume e cambiare la struttura (fenomeno di decidualizzazione), nel corso della gravidanza, fino a scomparire in qualche caso al termine di essa.

Per quanto riguarda la probabilità di patologie della gravidanza in donne con endometriosi, la letteratura è variegata, senza conclusioni assolute.

Considerato ciò è stato osservato un aumento del rischio di aborto precoce nel primo trimestre e di gravidanza extrauterina.

Nel secondo-terzo trimestre un aumento del rischio di placenta previa (spiegato da alterata contrattilità dell'utero), di parto pretermine e di restrizione della crescita fetale. Non è provata una relazione con diabete gestazionale e preeclampsia, distacco di placenta ed emorragia postpartum», conclude la dottoressa Monica.

Endometriosi, la testimonianza di Cecilia

Cecilia Santoro, 44 anni, referente dell'A.P.E. (Associazione Progetto Endometriosi) a Verona, associazione nazionale che unisce volontarie affette dalla malattia in tutta Italia, conosce bene l'endometriosi, patologia cronica e debilitante.

Le è stata diagnostica a 29 anni, dopo circa 15 anni di sofferenze inspiegate e dubbi. La sua storia può essere utile a tutte le donne che come lei, tra mille difficoltà, possono ricominciare a vivere.

«Ho l'endometriosi da quando ero una ragazzina. Già a 15 anni perdevo giorni di scuola, perché durante il ciclo avevo dolori pazzeschi, emorragie continue – racconta Cecilia Santoro -. È cominciato da subito il mio pellegrinaggio dai ginecologi, ma senza risultati. Provavo un estremo disagio, perché ero l'unica a stare così male con il ciclo. Non potevo muovermi in quei giorni e prendevo antidolorifici per tenere a bada i dolori. Ma mi vergognavo. La situazione è andata progressivamente peggiorando. I medici mi dicevano che avevo problemi intestinali e sono arrivata a digiunare nei giorni delle mestruazioni pur di soffrire un po' meno per non andare in bagno. Non ce la facevo più».

Poi alla soglia dei 30 anni è arrivata la diagnosi, grazie ad un ginecologo specializzato che è riuscito a diagnosticarle l'endometriosi all'intestino, facendo una risonanza magnetica ed esami specifici, come il clisma opaco.  «Dopo due mesi ero in sala operatoria – continua Cecilia -. Mi hanno tolto 20 cm di intestino e due noduli.

La riabilitazione è stata difficile. Pensavo che fosse tutto finito. Non mi avevano spiegato che l'endometriosi è una malattia cronica. Prima della diagnosi non ne sapevo nulla e neanche le mie amiche. Speravo che con l'operazione tornasse tutto a posto.

Ma è tornata di nuovo. L'anno seguente, era il 2009, stavo di nuovo male, con dolori lancinanti ai nervi pelvici. Per darmi un po' di sollievo, mi hanno prospettato la terapia del dolore. Questo è stato il periodo più buio. Il dolore cronico mi stava facendo diventare cattiva, ero sempre di cattivo umore, stavo perdendo il controllo di me».

L'incontro con un altro ginecologo esperto le ha permesso di arrivare ad una seconda operazione. Erano poche le conoscenze sull'endometriosi ai nervi pelvici. Intanto, Cecilia ha conosciuto le volontarie di A.P.E. ed ha scoperto di non essere sola, di non essere strana, di essere una delle tante donne che vivono e combattono con questa malattia.

«Sono diventata volontaria di A.P.E. e con l'aiuto delle altre, ho lavorato sulle mie frustrazioni, sulla rabbia che l'endometriosi aveva scatenato dentro di me ed ho capito di non essere l'unica. Conoscendo l'A.P.E. sono entrata in contatto con una serie di persone come me e questo mi dà un sacco di forza. Ho capito di poter andare oltre la mia malattia».

Le difficoltà non sono finite. «Con mio marito abbiamo deciso ad avere un bambino, che non è arrivato. Abbiamo provato anche con la fecondazione assistita. Mi ha creato una ferita molto profonda. Ho scoperto di avere un altro nodulo di endometriosi ed è stata di nuovo molto dura. Mio marito mi ha sostenuto tantissimo. Avevo 33 anni, ma non volevamo che l'endometriosi mi riducesse di nuovo come anni prima. Ho cominciato la mia terapia e ho smesso di avere il ciclo.

Non sapevo come si sarebbe sviluppata la malattia, ma abbiamo messo la pietra sopra alla possibilità di avere figli.

Mi sembrava che l'endometriosi mi avesse tolto ogni cosa: la speranza di ritrovare una vita normale, tutto. Poi, ci siamo avvicinati all'idea di adottare un bambino. Abbiamo fatto corsi, colloqui, è stato iter lungo circa 2 anni e mezzo». Un percorso che però ha portato ad esiti positivi, a quello che Cecilia definisce il suo riscatto.

«Eravamo in un istituto della Siberia e c'era un silenzio irreale. In attesa, seduta sul divano con mio marito, abbiamo sentito i passi della bambina. Quando è arrivata, mi ha teso le mani, le ho dato la mia mano e ho capito che la mia strada doveva essere quella. È stato come un segno: lei aspettava me e io aspettavo lei. Io ho delle ferite e una storia di sofferenza, ma anche lei veniva dalle ferite. Ognuna di noi ha dato all'altra la possibilità di riscattarsi da un passato doloroso. Ora mia figlia ha 9 anni ed è una mascotte dell'A.P.E.».

Quando Cecilia è tornata in Italia, dopo il primo incontro con sua figlia, ha raccontato questa esperienza alle volontarie di A.P.E. «Mi sono state molto vicine e mi hanno dato forza. Si è creata una solidarietà ed un legame che non si possono spiegare. Senza l'A.P.E. non so se sarei riuscita nel mio percorso di trasformazione».

Adesso Cecilia vuole essere di aiuto alle donne condividendo la sua storia e si rivolge a loro. «Nel 2021 tutti dovrebbero sapere cos'è l'endometriosi. È dalla conoscenza che parte l'abbattimento del ritardo diagnostico. Quello che vogliamo fare è dare messaggi positivi. Non si può sminuire il dolore delle donne, ci siamo passate. Ma non siamo sole.

Ti puoi rivolgere a donne che comprendono cosa significa avere questa malattia e a medici specializzati. Puoi assumere atteggiamenti sani per il tuo fisico. Puoi trovare aiuto nelle persone che sono disponibili e sono pronte ad accoglierti». 

Cecilia Santoro, volontaria A.P.E.

Endometriosi, la maternità di Alice

Anche Alice Pettinari, volontaria dell'A.P.E. Associazione Progetto Endometriosi, ha raccontato la sua storia. «Ho deciso di fare la volontaria per aiutare le altre donne che, come me, hanno questa patologia, al fine di supportarle e di aiutarle a trovare centri di riferimento specializzati nel servizio pubblico. 

I campanelli d'allarme dell'endometriosi sono subdoli. Io ho sempre sofferto di dolore durante il ciclo mestruale, sin da quando avevo 13 anni. Ciò mi creava difficoltà perché non riuscivo ad avere una vita normale, come quella delle mie coetanee.

Poi ho fatto tante analisi e credo che all'inizio i dolori che provavo siano stati sottovalutati dai medici, perché, probabilmente, è nella consuetudine delle cose pensare che le donne debbano soffrire. Dunque prendevo molti antidolorifici. Avevo dolori durante il ciclo mestruale, cistite ricorrente,  stanchezza cronica, dolore durante i rapporti sessuali e dolore del pavimento pelvico.

La mia è una storia forte e particolare, sono stata operata più volte. Ho avuto però la fortuna di avere il dono della maternità, una vita piena, una bella famiglia e un bel lavoro. Spero quindi di essere un esempio positivo, di costituire l'ancora di forza per le altre donne che hanno questa patologia. Infine, vorrei che la generazione di mia figlia non debba subire quello che abbiamo vissuto noi».

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