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Interruzione di gravidanza

Aborto terapeutico: ecco come avviene e quali sono i tempi previsti dalla legge

Di Valentina Murelli
abortoterapeutico

24 Febbraio 2016
In Italia l'interruzione di gravidanza dopo il primo trimestre può essere effettuata solo se ci sono rischi per la vita della donna, o per la sua salute fisica e mentale. Serve una precisa certificazione medica e in generale si può intervenire solo finché non è possibile la vita autonoma del feto. L'aborto avviene mediante l'induzione di un travaglio.

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Per legge - la legge 194 del 1978 - in Italia l'interruzione di gravidanza può essere praticata anche dopo i primi novanta giorni di gestazione. Si parla in questo caso di aborto terapeutico. Vediamo quando può essere effettuato, entro quale termine e come funziona.

 

Le condizioni in cui può essere effettuato


Secondo la legge l'interruzione terapeutica di gravidanza può essere praticata in due casi:

 

1. Quando la gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna. "Per quanto rare, ci sono varie situazioni in cui questo può succedere" spiega la ginecologa Mirella Parachini, del presidio ospedaliero San Filippo Neri di Roma e tra i fondatori di AMICA, Associazione medici italiani per la contraccezione e l'aborto, appena costituita. "Per esempio, in caso di emorragia dovuta a distacco di placenta, di rottura prematura del sacco amniotico con infezione generalizzata, di insorgenza di condizioni che renderebbero pericoloso per la donna portare avanti la gravidanza, come certe malattie cardiache".

 

2. Quando siano presenti processi patologici, compresi quelli relativi a malformazioni o malattie del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. "Da notare che anche in questo caso il focus è sulla salute della donna" commenta Parachini. "Non si interrompe una gravidanza perché il feto è malato, ma perché il fatto che sia malato comporta significative ripercussioni negative sulla donna, mettendo a grave rischio la sua salute fisica o mentale".

 

In entrambi i casi, deve essere un medico a certificare che esistono pericolo per la vita della donna, o condizioni fetali che mettano gravemente a rischio la sua salute, individuate grazie a esami come ecografie, amniocentesi, villocentesi.

 

Entro quando può essere effettuato
La legge non specifica un termine preciso per l'aborto terapeutico, ma fa riferimento al fatto che questo deve avvenire prima che il feto abbia la possibilità di vivere autonomamente al di fuori dell'utero. Questo anche perché se il feto nasce vivo, la legge impone che debba essere rianimato, cosa che peraltro è uno dei punti considerati più controversi della legge, e contestato anche da chi in generale la ritiene una buona legge sull'interruzione di gravidanza.

 

Poiché ci sono segnalazioni sporadiche di feti di 23-24 settimane che sono riusciti a sopravvivere, in caso di malattie o malformazioni fetali in genere si fissa questo termine a 22 settimane più 2-3 giorni. "Proprio perché il termine è legato alla possibilità di sopravvivenza effettiva del feto più che a tempistiche particolari, alcuni centri effettuano interruzioni terapeutiche anche dopo le 22 settimane, in caso di condizioni sicuramente incompatibili con la vita fetale dopo la nascita" spiega Parachini.

 

Può succedere però che una grave malattia o malformazione venga diagnosticata dopo le 22 settimane. Che cosa si fa in questi casi? "In Italia non si può fare nulla" afferma la ginecologa. "Le donne che desiderano interrompere la gravidanza in queste circostanze devono rivolgersi all'estero, per esempio alla Francia".

 

L'interruzione terapeutica dopo le 22 settimane - e comunque quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto - è possibile in Italia solo nei casi in cui sia direttamente a rischio la vita della donna. In questi casi, però, le legge mette nero su bianco che "il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto".

 

Come avviene l'aborto terapeutico
Fino alle 15-16 settimane di gravidanza, l'interruzione viene praticata in modo molto simile a quanto accade nei primi 90 giorni, cioè con uno svuotamento dell'utero effettuato in anestesia generale. Questo può avvenire per "aspirazione" - tecnicamente si parla di isterosuzione - o per "raschiamento" (revisione).

 

Dopo le 15-16 settimane, invece, bisogna indurre un travaglio, detto appunto abortivo, che porta all'espulsione del feto. Sono possibili due strade:

 

  • Somministrazione periodica di prostaglandine per via vaginale. Questi farmaci inducono l'utero a contrarsi e fanno partire il travaglio: i tempi dell'induzione e del travaglio dipendono molto dalla risposta individuale al farmaco. In generale, però, il parto dovrebbe avvenire in un arco di tempo compreso tra alcune ore e, al massimo e più raramente, un paio di giorni.
  • Assunzione per via orale di mifepristone, la pillola RU486, seguita da somministrazione di prostaglandine per via vaginale. "L'RU486 sensibilizza l'utero all'azione delle prostaglandine e quindi dimezza i tempi del travaglio abortivo" spiega Parachini. "Purtroppo, però, non tutti i centri che eseguono aborti terapeutici seguono questo protocollo, il che finisce per provocare alle donne sofferenze inutili".

In alcuni centri, al momento dell'espulsione le donne sono trasferite in sala parto, mentre in altri rimangono in sala travaglio o nella stanza del reparto. C'è variabilità anche rispetto alle procedure eseguite dopo l'espulsione. "Alcuni centri effettuano una revisione successiva della cavità uterina in anestesia generale, mentre altri non lo fanno" spiega Parachini.

 

Il dolore durante l'aborto terapeutico
Inutile girarci attorno: il travaglio abortivo può essere molto doloroso, anche quanto il travaglio fisiologico del parto. Sulla carta si può fare molto per evitare questo dolore, perché non è necessario prendere tutte le precauzioni di salvaguardia del feto che si prendono nel caso di un parto normale. In pratica, però, le strategie di controllo del dolore che si possono seguire variano molto da centro a centro. "Si può fare anche l'epidurale, ma deve essere disponibile un anestesista, cosa che non è scontata, anche perché l'anestesista eventualmente presente potrebbe essere obiettore di coscienza". La donna, comunque, deve sapere che è suo diritto chiedere una terapia del dolore efficace.

 

I problemi che si possono incontrare durante l'iter di aborto terapeutico
In Italia, il problema principale che possono incontrare le donne che affrontano un percorso di interruzione volontaria di gravidanza è quello relativo alle alte percentuali di operatori sanitari (medici, infermieri, anestesisti) obiettori di coscienza.

 

"Il problema può porsi fin dall'inizio del percorso" sottolinea Parachini. "In molti dei centri che effettuano la diagnosi prenatale, infatti, gli operatori sono obiettori. Questo significa che, dopo la diagnosi, la donna può essere praticamente abbandonata a sé stessa, senza indicazioni su cosa fare e a chi rivolgersi. A me capita spesso di incontrare donne che arrivano in ospedale molto tardi, al limite della possibilità dell'aborto, perché nessuno le ha informate su cosa fare dopo una diagnosi".

 

Anche nei centri in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza, alcuni (o molti) operatori possono essere obiettori, il che può comportare ritardi nell'inizio della procedura. Gli obiettori, infatti, non sono tenuti a indurre il parto. Va però sottolineato che sono tenuti a prestare alle donne l'assistenza necessaria durante il travaglio e il parto (non sempre, però, questo avviene).

 

La storia: il dramma di un'interruzione terapeutica di gravidanza
Rimasi incinta a 40 anni di un meraviglioso bimbo, ma poco tempo dopo i medici mi dissero che aveva una displasia scheletrica che lo avrebbe fatto nascere paralizzato dal collo in giù. Decidemmo per l'interruzione terapeutica di gravidanza. Furono giorni molto difficili. Dopo due anni è nato, quattro mesi fa, il mio Gabriel. Ho avuto paura per tutti e nove i mesi della gravidanza. Lui ha portato l'amore dentro un cuore distrutto. Il mio angelo invece è in un angolino di cielo dove può correre forte con le sue gambine.