TEST DI COOMBS

Test di Coombs in gravidanza: cos'è e perché si fa

Di Alice Dutto
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19 Settembre 2017
In alcuni rari casi, si può sviluppare un'incompatibilità materno-fetale che può portare a diversi esiti, che possono andare da un bambino che nasce senza problemi fino alla morte perinatale per una malattia emolitica grave. Per prevenire e monitorare quest'eventualità le donne in gravidanza si sottopongono al Test di Coombs indiretto. Ecco come funziona
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«Il Test di Coombs si effettua all'inizio della gravidanza per valutare se l'organismo della mamma produce specifici anticorpi (anti-D) che vanno a distruggere i globuli rossi del feto, provocando una conseguente anemia, detta “malattia emolitica del feto”, che in alcuni rari casi può anche portare a morte intrauterina. Questo accade quando il feto eredita dal padre un gruppo sanguigno diverso da quello materno rispetto al fattore Rh» spiega Sarah Moretti Montefusco, ginecologa di Humanitas San Pio X di Milano.
 

Quando si parla di test di Coombs si intende in genere il test di Coombs indiretto. Esiste anche il test di Coombs diretto, che si effettua principalmente per approfondire la diagnosi in casi di malattia emolitica del neonato.
 

 

Quando si effettua il Test di Coombs indiretto


«Generalmente il test  - un semplice esame del sangue, passato dal Sistema Sanitario Nazionale e dunque gratuito - viene prescritto alla prima visita ginecologica, entro il primo trimestre di gravidanza, e viene poi ripetuto alla 28^ settimana di gestazione» spiega l'esperta.

 

«Il test serve per vedere se è avvenuto un contatto fra il sangue materno e quello fetale; il contatto può avvenire in qualsiasi momento della gravidanza, in particolar modo durante test invasivi come amniocentesi e villocentesi, oppure nel caso di un aborto o durante il parto». In genere, non ci sono mai problemi alla prima gravidanza. Le criticità più gravi possono invece sorgere in gestazioni successive.

 

Perché si fa il Test di Coombs indiretto

«L'esame si effettua per valutare se la mamma ha degli anticorpi che potrebbero distruggere i globuli rossi presenti nel sangue fetale. Questo è possibile soprattutto se la mamma ha un gruppo sanguigno con fattore RH negativo» spiega Moretti Montefusco. I diversi casi nei quali ci si può imbattere sono quattro:

  1. La mamma ha un fattore RH positivo: in questo caso di solito non ci sono problemi di incompatibilità. Il test viene comunque ripetuto, per sicurezza,  alla 28^ settimana di gravidanza;
  2. La mamma ha un fattore RH negativo, il gruppo sanguigno del padre è negativo e il Test di Coombs indiretto risulta negativo: l'esame viene ripetuto per sicurezza alla 28^ settimana di gravidanza, ma si presume che non ci siano problemi di incompatibilità fra i gruppi sanguigni materno e  fetale;
  3. La mamma ha un fattore RH negativo, il gruppo sanguigno del padre è RH positivo, ma il Test di Coombs indiretto risulta negativo: in questo caso l'esame viene ripetuto ogni mese per monitorare che l'esito sia sempre negativo.
  4. La mamma ha un fattore RH negativo, il gruppo sanguigno del padre è RH positivo e anche il Test di Coombs risulta positivo.


Ci sono poi altri casi, molto rari, in cui l'incompatibilità materno-fetale non è determinata dal fattore RH, ma dalla differenza di gruppo sanguigno. In questo caso, si parla di incompatibilità AB0. «Ad esempio, se la mamma ha gruppo B potrebbe sviluppare anticorpi anti-A e quindi reagire contro i gruppi A e AB; se ha gruppo A, potrebbe contenere anticorpi anti-B e reagire contro i gruppi B e AB. Se di gruppo 0, invece, potrebbe sviluppare anticorpi anti-A e anti-B, quindi reagire contro i gruppi A, B e AB». Ecco perché è importante ripetere il Test di Coombs indiretto anche verso la fine della gravidanza.
 


La profilassi

Generalmente, nel caso di donne con fattore RH negativo si prescrive un'immunoprofilassi, da eseguire in genere intorno a 28-30 settimane di gravidanza, per contrastare l'eventuale insorgenza degli anticorpi anti-D. Questa si effettua mediante un'iniezione praticata sulla spalla della gestante.

«Nel corso di questa profilassi, il Test di Coombs indiretto sarà positivo, elemento che non deve allarmare le mamme: quando la profilassi sarà terminata, l'esito sarà di nuovo negativo».

L'esito del Test di Coombs indiretto


Se tutto va bene, «il Test di Coombs indiretto è negativo: ciò vuol dire che non c'è stato contatto tra sangue materno e fetale».

Nel caso in cui, invece, l'esito fosse positivo, bisogna rivolgersi a un centro di secondo livello. «Lì verrà monitorato il feto attraverso delle ecografie, per valutarne le condizioni. La donna, poi, farà una serie di prelievi per vedere quanto è severa la sua risposta e capire come progredirà la gravidanza».
 

Nel caso di Test di Coombs indiretto positivo, c'è uno spettro molto ampio di possibilità: «Alcune volte, le ripercussioni sono poche o nulle; in altri casi, invece, l'esito può essere lo sviluppo di una “malattia emolitica” che può portare alla morte perinatale o all'insorgenza di danni cerebrali per il bambino appena nato».

 

C'è da dire che, però, quest'eventualità è molto rara: «Si stima che l'1,2% delle donne gravide avrà anticorpi anti-D e di queste solo lo 0,4% avranno problemi per il feto». Gravidanze diverse possono dare esiti differenti.