Allattamento

L'allattamento in Italia

Di Valentina Murelli
allattamento
24 Luglio 2018 | Aggiornato il 01 Ottobre 2018
Piano piano, aumentano le donne che allattano al seno e la durata dell'allattamento, ma c'è ancora molto da fare per valorizzare davvero il latte di mamma. Facciamo il punto in occasione della “Settimana Mondiale per l’Allattamento Materno”
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“In lenta ripresa, anche se la strada da fare è ancora lunga”. Descrive così lo stato dell'allattamento materno in Italia Riccardo Davanzo

, direttore dell'Unità di pediatria e neonatologia dell'Ospedale Madonna delle Grazie di Matera e presidente del Tavolo tecnico sull'allattamento al seno del Ministero della salute.

 

Lo abbiamo contattato in occasione della World Breastfeeding Week che si celebra nel mondo dall'1 al 7 agosto (ma in Italia la settimana dell'allattamento è in questi giorni, dall'1 al 7 ottobre), per fare il punto della situazione nel nostro paese. E chiedergli di illustrarci e commentare i fattori che ancora remano contro una più ampia diffusione del latte “di mamma”.

 

Il quadro generale


Gli ultimi dati nazionali disponibili sul fenomeno sono quelli dell'indagine Istat su Gravidanza, parto e allattamento al seno, riferiti al 2013. Raccontano di un aumento, rispetto al 2005, sia delle donne che allattano al seno (85,5% contro 81,1%) sia della durata del periodo di allattamento (8,3 mesi contro 7,3). Con un periodo medio di allattamento esclusivo pari a 4,1 mesi.

 

Sembrano cifre positive, ma la realtà è meno rosea di quanto appare. Prendiamo proprio l'allattamento esclusivo, quello che non prevede aggiunte di alcun tipo, né latte artificiale o altri alimenti, né acqua o tisane. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l'ideale sarebbe mantenerlo per i primi sei mesi di vita del bambino, ma spesso finisce decisamente prima.

 

In Italia una donna su tre lo abbandona già prima del terzo mese del bebè, mentre sono quasi due su tre quelle che non allattano più in modo esclusivo al compimento del quinto.

 

Anche la durata media dell'allattamento non è poi così esaltante, considerato che sempre l'Oms lo raccomanda, ovviamente in associazione ad altri alimenti, per due anni o anche più.

 

In questo quadro generale si segnalano forti differenze regionali: le donne allattano più nel Nord-Est che nel Mezzogiorno (88,5% contro 82,8%, con il record negativo della Sicilia, con un tasso di allattamento del 71,1%). Idem per la durata media dell'allattamento esclusivo (4,3 mesi al Nord contro 3,9 al Sud), mentre la durata dell'allattamento è più alta nel Centro Italia (9,1 mesi, contro gli 8,2 nel Sud).

 

Altre differenze regionali, per esempio sui tassi di allattamento esclusivo alla dimissione dai reparti maternità - si va dall'88,5% della Puglia al 64% della Campania, dall'82,3% dell'Emilia Romagna al 67,3% della Lombardia - le ha messe in luce un'indagine sui servizi di promozione dell'allattamento al seno delle strutture sanitarie condotta nel 2014 proprio dal Tavolo tecnico del Ministero. “Il primo aspetto a saltare agli occhi è che non tutte le regioni raccolgono dati sull'argomento, il che costituisce un grosso limite. E segnala che in molte realtà, soprattutto al Centro Sud, la promozione dell'allattamento non è ancora considerata una priorità, anche se qualcosa si sta muovendo, almeno sulla carta” afferma Davanzo.

 

Chi e quanto: identikit della mamma che allatta


Secondo i dati Istat, altri fattori oltre alla provenienza geografica contribuiscono a definire l'identikit della donna che allatta. Tra questi:

  • il livello di istruzione: allattano di più le donne con un titolo di studio più elevato. “Sono anche le donne che più spesso partecipano ai corsi pre-parto, la cui frequenza è a sua volta associata a una maggior propensione all'allattamento al seno” commenta il presidente del Tavolo tecnico.
  • la cittadinanza: allattano di più le donne straniere, “probabilmente perché entrano in gioco aspetti culturali e religiosi che tendono a valorizzare di più questa pratica”;
  • il tipo di parto: allattano di più le donne che hanno avuto un parto spontaneo e a termine rispetto a quelle che hanno avuto un parto cesareo o pretermine;
  • il post parto: allattano di più le donne che hanno avuto la possibilità di attaccare subito al seno il proprio neonato (entro la prima ora, o entro le prime tre) e quelle che in ospedale possono fare il rooming in, cioè tenere il bambino in camera per tutto il tempo.

 

I fattori che remano contro


Quando si parla di allattamento al seno ormai tutti concordano almeno su un punto: fa bene alla salute dei bambini (e delle mamme). Perché, allora, non è diffuso come potrebbe? I fattori in gioco sono numerosi e complessi.

 

I limiti di punti nascita e consultori


Abbiamo visto che è tanto più probabile allattare quanto prima la mamma ha potuto attaccare al seno il suo piccolo dopo il parto e quanto più a lungo ha potuto stare con lui nei primi giorni. E sappiamo che allattare è più facile per le mamme che possono contare sul sostegno di professionisti esperti in materia, sia nel punto nascita, sia una volta tornate a casa.

 

Non tutti i punti nascita, però, sono organizzati per rispondere a queste esigenze (per dire: non tutti hanno il rooming in) e non tutte le strutture sanitarie hanno personale veramente specializzato, in ospedale o nei consultori. Tra le 220 aziende sanitarie che hanno risposto all'indagine del Ministero, solo 61 (per lo più al Nord o al Centro) hanno tra il personale anche consulenti professionali in allattamento con diploma internazionale Ibclc.

 

 

La mancanza di un vero investimento politico


Sono carenze che dipendono da varie ragioni: culturali e tradizionali (fino a pochi anni fa, la norma era accogliere il neonato nella nursery portandolo alla mamma ogni tot ore), organizzative, economiche. “Negli anni c'è stata una progressiva riduzione dell'organico ospedaliero: magari c'è una sola infermiera per occuparsi di 10 neomamme e l'allattamento passa in secondo piano” commenta Davanzo.

 

Convinto, però, che tutte queste non siano che manifestazioni differenti di un'unica causa principale: la mancanza di un reale investimento sull'allattamento da parte del settore sanità. “Valorizzare l'allattamento non significa fare retorica sulla 'buona mamma' che allatta, ma credere fermamente che la popolazione allattata al seno sia più sana di quella che non lo è (lo dicono i dati scientifici), e agire di conseguenza per promuovere questa pratica salva-salute. Ecco, nonostante tante dichiarazioni, ritengo che a livello istituzionale non ci sia stato sull'allattamento lo stesso investimento politico che c'è stato su altre, ovviamente importantissime, pratiche di prevenzione della salute pubblica, come le vaccinazioni”.

 

In difesa della libertà di scelta


Attenzione, però: sono riflessioni, queste, che nulla hanno a che vedere con le singole scelte, tutte rispettabilissime, delle mamme. E' un punto importantissimo, per Davanzo come per chiunque si occupi seriamente di allattamento al seno: promuoverlo non significa demonizzare le mamme che non allattano, ma semplicemente essere convinti, come organismi sanitari e in generale come società, che l'allattamento sia un importante strumento di salute, e che dunque vadano messe in campo le forze necessario per renderlo fruibile a tutti. Poi ciascuna donna dovrà e potrà decidere liberamente cosa fare, anche in base alle propriepreferenze e alla situazione in cui si trova.

 

Il “peso” del lavoro e altro ancora


In effetti, la scelta di allattare e la riuscita dell'allattamento affondano le radici in un terreno profondo e personale, in cui sono coinvolti vari fattori, oltre alla “bontà” delle strutture e degli operatori sanitari incontrati. C'entrano, per esempio, ritmi di vita ed esigenze lavorative, che possono mal conciliarsi con quelle di un allattamento esclusivo. “Non è un caso che questo cominci a declinare a due-tre mesi del bambino, quando molte donne – soprattutto libere professioniste o lavoratrici precarie, per non dire sfruttate – tornano al lavoro” sottolinea Davanzo, Invitando tuttavia a non scaricare tutte le colpe su questo aspetto. “Ho esperienza quotidiana di mamme super tutelate dal punto di vista del lavoro, che restano a casa tranquille con il loro bambino per molti mesi e che pure non allattano” racconta.

 

C'entra anche l'informazione ricevuta sull'allattamento, spesso superficiale o imprecisa. “C'è chi pensa che di notte i bambini richiedano meno il seno (e non di più, come spesso accade), o che si possa attaccarli a intervalli regolari come si fa con il biberon. Scoprire all'improvviso che il neonato può attaccarsi anche 15 volte inun  giorno, svegliandosi 4 o 5 volte per notte, può far vacillare anche chi in partenza si sentiva motivata”.

 

E c'entra l'immagine sociale, veicolata da pubblicità e mezzi di informazione, di maternità e allattamento. “Quanto oggi l'allattamento al seno viene dipinto come una possibile via di appagamento e realizzazione della donna (certo non l'unica, ma una delle tante possibili) e quanto invece come un vincolo, una mancanza di libertà, un ostacolo alla ripresa della vita che si faceva prima del parto o addirittura prima della gravidanza?”.

 

Per non parlare dei condizionamenti diretti o indiretti da parte del marketing delle aziende di prodotti alimentari per l'infanzia. Vero: ci sono norme che dovrebbero limitarli, come il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno, ma non sempre sono applicate o seguite rigorosamente. D'altra parte basta pensare al fatto che ovunque serva un simbolo per indicare un neonato spesso si punta su un biberon o un ciuccio (non certo un seno!), a indicare quanto certe influenze siano ormai radicate nel nostro immaginario.  

 

In lento miglioramento


L'elenco dei fattori che remano contro, insomma, è lungo, ma Davanzo non è pessimista. “Se ci guardiamo alle spalle non possiamo non constatare che le cose vanno decisamente meglio rispetto a 20 o 30 anni fa. Il 6% dei bambini italiani oggi nasce in ospedali che applicano qualche politica di sostegno all'allattamento (sembra poco, ma la media europea non è molto più alta)".

 

"Le attività di promozione e di sostegno si moltiplicano, nonostante alcune resistenze anche a livello internazionale, come il tentativo dell'amministrazione degli Stati Uniti di bloccare una risoluzione pro-allattamento dell'Assemblea mondiale della sanità. Nei media l'allattamento al seno è proposto in genere in una luce positiva e di sicuro non è più politicamente corretto sostenere a priori il latte artificiale. Anche le società scientifiche sono più sensibili al problema. Insomma, molto è stato fatto e si sta facendo: l'importante è proseguire”.