Depressione

Depressione: quando colpisce le mamme subito dopo il parto

Di Simona Regina
piantoneonato4
28 Febbraio 2018
Alcune neomamme si sentono inadeguate, spaventate, lontane dallo stereotipo della mamma perfetta, imprigionate dalle piccole e grandi paure quotidiane, nella trappola della depressione post partum. Affrontarla si può.
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Sarebbe difficile sintetizzare in poche parole le tante emozioni che provano le mamme quando diventano tali. Difficile e riduttivo. Perché non tutte vivono la nascita di un figlio o una figlia allo stesso modo. C’è chi si sente al settimo cielo. Chi invece sopraffatta dal timore di non essere all’altezza del nuovo ruolo. Chi rapita da un’immensa gioia ma anche un po’ preoccupata. E potremmo continuare. Ma non è quello che ci interessa fare. Ci interessa piuttosto rassicurare le tante mamme che si sentono inadeguate, spaventate, lontane dallo stereotipo della mamma perfetta, imprigionate dalle piccole e grandi paure quotidiane, nella trappola della depressione post partum.

Non abbiate paura di parlarne, di confrontarvi e di chiedere aiuto.

 

La depressione post parto non è il baby blues

C’è una differenza in termini di intensità e durata dei sintomi. “Il baby blues, termine coniato dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott per definire i sintomi leggeri che spesso manifesta la donna nei primi giorni dopo il parto, è infatti una condizione fisiologica che di solito inizia dopo 3-4 giorni dal parto e si risolve spontaneamente dopo due-tre settimane. Settimane in cui la neo mamma può sentirsi sopraffatta da crisi di pianto, umore instabile e un’immane stanchezza. Si tratta di un malessere passeggero e riconducibile all’adattamento ormonale e psichico che la donna vive nella nuova condizione di mamma” spiega Francesca Bevilacqua, psicologa e psicoterapeuta dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questo caso è importante poter contare su un po’ di conforto e di aiuto anche fisico, nella gestione della nuova quotidianità.

Diventare genitore comporta un cambiamento di identità profondo

“La depressione invece è un disturbo più intenso e duraturo che inizia a strutturarsi 4-6 settimane dopo il parto e slatentizza un’angoscia profonda”. Si manifesta tipicamente con sbalzi d’umore, tristezza, crisi di pianto, perdita di fiducia e autostima, sensi di colpa eccessivi, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno e dell'appetito. E non è assolutamente da sottovalutare, anzi: bisogna intervenire prontamente, “perché il disturbo psichico non solo compromette il benessere della donna ma anche quello del bambino. La depressione post parto altera infatti la possibilità/capacità di prendersi cura del bambino: in altre parole una mamma depressa si allontana dal figlio perché si sente incapace” prosegue Bevilacqua.

La depressione post parto porta spesso a un distacco affettivo della mamma dal suo bambino/a e alla dolorosa incapacità di interpretare i suoi segnali e prendersene cura.

Sono riconosciuti alcuni fattori di rischio.

Per esempio “sono considerate particolarmente esposte le donne con una pregressa storia di depressione e disturbo bipolare” spiega la psicoterapeuta. In altre parole sono più a rischio le neo mamme con una fragilità psichica pregressa, che l’evento nascita riporta a galla. Inoltre sono più esposte “le donne che non hanno reti sociali a cui fare riferimento, che hanno difficoltà relazionali con il partner, che non hanno (e non percepiscono) supporto dal partner e dalla famiglia. E anche un parto particolarmente difficile o vissuto in modo traumatico può scatenare il disturbo e innescare la sensazione di non essere in grado di gestire la situazione”.

 

 

“La depressione post parto cioè – aggiunge Sara Molgora, ricercatrice e docente al Dipartimento di psicologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – difficilmente compare dal nulla tanto da offuscare improvvisamente la vita e la mente di una donna che è sempre stata benissimo”.

 

Il benessere psicofisico della donna in gravidanza e il modo di avvicinarsi al parto possono essere segnali indiziari di possibile disagio e malessere dopo il lieto evento. “Chi infatti manifesta sintomi di natura ansiosa o depressiva durante la gestazione è poi più a rischio depressione, così come l’intensa paura del parto (la cosiddetta tocofobia) è considerata un fattore predittivo. Ecco perché - prosegue la ricercatrice -  alcuni centri promuovono tecniche specifiche di intervento (per esempio tecniche di rilassamento ndr) perché allentare la morsa della paura non solo è funzionale a un parto migliore, ma serve anche a facilitare un miglior adattamento al ruolo di mamma”.

 

Dal momento dunque che ci sono alcuni fattori di rischio e che alcuni segnali di disagio si palesano già in gravidanza, "è importante coglierli fin da subito, incrementando i programmi di screening, così da poter mettere in atto opportuni interventi di supporto e di accompagnamento. Insomma, è necessaria un’attenzione non solo al corpo della donna ma anche alla sua mente!" puntualizza Molgora, sottolineando la possibilità di prevenire alcune forme di disagio.

 

 

Nel Libro bianco sulla depressione (Franco Angeli), curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), si legge che in Italia 4,5 milioni sono le persone colpite da depressione. Le donne lo sono in particolare nei periodi di loro maggiore vulnerabilità. Esiste, infatti, una depressione collegata al menarca o più semplicemente adolescenziale, una depressione collegata alla gravidanza e al post partum o più semplicemente della maternità con figli piccoli, una depressione della fine del ciclo, ovvero quella della menopausa, e un’alterazione dell’umore durante il ciclo prima delle mestruazioni.

 

Alla base della depressione non c'è un unico fattore determinante quanto più una combinazione di più concause: fattori sociali, psicologici,  biologici, predisposizione...

 

I campanelli di allarme sono:

il perdurare di uno stato di tristezza e facile irritabilità, frequenti crisi di pianto improvvise, difficoltà nel prendersi cura del bambino (la mamma depressa non lo prende in braccio, non risponde al suo pianto…) ma anche di se stessa (quindi trascuratezza nell’igiene, nel vestirsi...).

 

“Col tempo una mamma depressa può diventare insensibile al pianto del figlio/a e questo non perché sia una cattiva mamma ma perché non si reputa capace di consolarlo, e questo innesca un circolo vizioso. È importante quindi che la situazione non sia sottovalutata ma presa in carico da uno psicologo o uno psichiatra” raccomanda Bevilacqua.

Tipicamente al pianto del figlio, una mamma risponde prendendolo in braccio e parlandogli. Questa risposta comportamentale, valida in tutte le culture, dipende dalla buona attivazione di alcune aree nel cervello materno (in particolare, l’area motoria supplementare, legata all'intenzione di muoversi e di parlare; le regioni frontali inferiori, coinvolte nel linguaggio; e le regioni temporali superiori, associate all’elaborazione del suono).

 

Se fondamentale è la relazione con il partner per darsi sostegno reciproco in questa fase della vita che comporta profondi cambiamenti, non da meno lo è l’interazione con le ginecologhe e le ostetriche che seguono la gravidanza: nel corso delle consuete visite di controllo e negli incontri dei corsi preparto (che tipicamente continuano anche subito dopo la nascita) possono infatti cogliere campanelli di allarme ed eventualmente attivare un percorso di sostegno.

Il 10% circa delle neo mamme accusa la depressione post-partum, curabile con la psicoterapia e/o con la terapia farmacologica.

Per affrontare la situazione è opportuno che la neomamma consulti uno/a terapeuta e intraprenda un percorso, possibilmente anche con il partner perché il disagio e la fragilità emotiva siano affrontati in un’ottica familiare. “Il coinvolgimento del partner – spiega infatti Bevilacqua - è determinante. In alcuni casi può avere un ruolo chiave nell’accompagnarla a chiedere aiuto. Ed è fondamentale – aggiunge – smontare il senso di inadeguatezza, in parte anche alimentato da quell’immagine idealizzata della mamma perfetta e super efficiente”.

A volte può essere opportuno anche un trattamento farmacologico a supporto della terapia. 

 

Insomma, “non si deve assolutamente negare né sottovalutare il malessere che può provare una donna diventando mamma” ribadisce Molgora, che raccomanda: “quando il disagio si fa persistente è un segnale chiaro che implica la necessità di rivolgersi a uno specialista, perché uscire dalla depressione non dipende semplicemente da un atto di volontà della donna depressa, né il partner più dedito e innamorato può pensare di risolvere il problema. Può essere promotore e supporto della richiesta di aiuto ma non il risolutore”.

È molto importante il confronto e il supporto con un professionista

“D’altro canto non bisogna veicolare l’idea che una mamma in quanto tale debba essere sempre sorridente, sempre felice, sempre di buon umore, perché si corre il rischio di far passare il messaggio che una mamma non possa permettersi di essere (e di dire di essere) triste, affaticata, preoccupata altrimenti non sarebbe una buona mamma. Va detto chiaramente dunque che una mamma può sentire il peso della fatica, della stanchezza, delle poche ore di sonno. Può avere momenti no. Non c’è nulla di strano in questo. È legittimo. Altrimenti il mito della mamma felice inibisce le donne a esprimere le proprie difficoltà e a chiedere aiuto. Ed è necessario farlo quando stanchezza, sconforto, apatia…prendono il sopravvento su tutto il resto” conclude Molgora.

 

Come aiutare una mamma depressa, soprattutto se non vuole chiedere aiuto? 

"Un primo aspetto importante - ribadisce Molgora - è che le persone vicine (partner, famiglia, ecc.) riconoscano lo stato di malessere, non minimizzandolo e rendendolo legittimo. Il che non vuol dire dare per scontato che riguarda tutte le donne, ma riconoscere che può manifestarsi e che ciò non inficia l’essere una “buona” madre. Come dicevamo, infatti - continua la ricercatrice - il non farsi aiutare può anche essere legato al fatto che, in linea con una certa rappresentazione culturalmente condivisa della maternità, la nascita di un figlio in quanto evento “bello e positivo” non può portare a una situazione distress o disagio psicologico laddove tutto sia andato “bene” da un punto di vista medico (oggettivo)". Riconoscere allora senza squalificare o demonizzare questo stato d’animo, renderlo dunque legittimo, è una prima reazione di chi sta accanto alla neomamma che può aiutarla a prendere coscienza di ciò che sta accadendo.

 

Una vita sana alimenta il buon umore

In generale si consiglia di adottare uno stile di vita sano, perché mangiare bene (una corretta alimentazione), fare regolare attività fisica e trascorrere del tempo in mezzo al verde fa bene all’umore.

L’attività fisica stimola la produzione di serotonina, l’ormone del buon umore

Anche l’allattamento fa bene alla neomamma perché favorisce il rilascio di ormoni che contribuiscono al benessere psichico. Diversi studi ne evidenziano il valore preventivo della depressione post partum. Pertanto in caso di difficoltà, soprattutto iniziali, non si sottovaluti l’importanza di chiedere e ricevere aiuto, per vivere la nuova esperienza con maggiore serenità. 

 

Sulla questione farmaci in gravidanza e durante l'allattamento si segnalano:

Si consulti anche:

WHO | Depression - World Health Organization

WHO | Maternal mental health

 

 

Per saperne di più: