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Allattamento

Latte di mamma o latte artificiale? L'importante è non giudicare

Di Valentina Murelli
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08 Agosto 2018 | Aggiornato il 02 Ottobre 2018
Perché quella su come nutrire il proprio bambino non è ancora vista – e vissuta – come una libera scelta e come difendersi dagli attacchi che quasi ogni mamma prima o poi subisce, indipendentemente da quello che fa

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Sempre sotto attacco
Alzi la mano chi durante l'allattamento – al seno o artificiale – non è mai stata più o meno velatamente criticata, quando non proprio attaccata, per quello che stava facendo. È esperienza comune a molte mamme essere giudicate per il modo in cui nutrono il loro bambino.

 

Agli occhi degli altri spesso chi allatta al seno diventa in automatico una “talebana” della pratica, una fanatica della naturalità a ogni costo, ma anche una donna che sta viziando il figlio, impedendogli di crescere indipendente e autonomo (specie se parliamo di allattamento oltre l'anno) o un'esibizionista se allatta in pubblico. Viceversa, chi usa formula e biberon è dipinta come una donna egoista, incapace di “sacrificarsi” per il figlio o che comunque non ci ha provato abbastanza, più interessata a tornare in fretta al lavoro o alla vita di prima che al nuovo bebè. Alla faccia del diritto alla libera scelta, che nel 2018 dovrebbe essere acquisito e invece evidentemente non lo è.

 

E attenzione: non solo questo fuoco di fila di giudizi non risparmia praticamente nessuna, ma viene anche da una pluralità di fronti. Gli operatori sanitari, per esempio: quelli del punto nascita ma anche medici di famiglia e pediatri, non sempre - tocca dirlo - adeguatamente formati e provvisti di giuste dosi di capacità di ascolto, empatia e tolleranza. E poi parenti, amici e amiche (con quelle battutine che, sotto sotto, lasciano intendere che ciascuna si sente in fondo migliore dell'altra), perfino sconosciuti incontrati al parco o al supermercato. Per non parlare di quello che accade sui social network, dove gli attacchi dei leoni da tastiera - in questo caso più facilmente leonesse - degenerano spesso in insulti e offese.

 

Ma perché tutta questa mania di esprimere giudizi sulle scelte delle altre donne, tutta questa violenza verbale nel farlo, ma anche tutta questa vulnerabilità nei confronti di tali giudizi? In fin dei conti, se è vero che non piace a nessuno essere criticati, è anche vero che basterebbe non farci troppo caso, e invece si finisce spesso con lo starci male, magari diventando a propria volta più aggressive e giudicanti. E come fare allora per difendersi dai giudizi indesiderati e in generale per provare a uscire da questo clima avvelenato?

 

I fattori in gioco sono tantissimi, da quelli più personali a quelli sociali e culturali, a partire dal fatto che viviamo in un momento in cui oggettivamente rispetto e tolleranza stanno diventando merce sempre più rara e in cui ogni scelta rischia di diventare ideologia, da difendere con le unghie e con i denti e da contrapporre ad altre scelte/ideologie in una battaglia senza esclusione di colpi (basti pensare a quello che accade con i vaccini).

 

 

Ne abbiamo parlato con Caterina Botti, professoressa di filosofia morale all'Università Sapienza di Roma, oltre che esperta di tematiche femministe, e con Rosa Maria Quatraro, psicologa presso il reparto di ostetricia dell'Ospedale San Bortolo di Berica (Vicenza) e co-direttorice della collana editoriale Psicologia della maternità di Ericskon.

 

Incompetenti e incapaci?
“Partiamo da un dato di fatto, e cioè che ci possono essere buone ragioni per decidere di allattare come anche per decidere di non farlo, e che non ci sono prove di rischi gravi né nell'allattare, anche a lungo, né nel non farlo. Dunque da un punto di vista razionale nessuna donna dovrebbe essere attaccata e invece quasi tutte lo sono, sia chi allatta sia chi non lo fa”, afferma Botti, spiegando che secondo lei la contraddizione implicita in questa accusa a 360 gradi significa una cosa soltanto.

 

“Credo che attaccare le donne sempre e comunque sia un modo per impedire loro la possibilità di scegliere e di farlo liberamente e responsabilmente. Un modo per farle sentire sempre incompetenti e incapaci e per ricordare loro che deve essere qualcun altro – il medico, i familiari, le amiche, la società – a dire come ci si deve comportare e che cosa è giusto fare per essere davvero una buona madre”. Un retaggio, insomma, di una cultura patriarcale e paternalista che continua a permeare la società, tanto che spesso sono le donne stesse a farsene interpreti.

 

Il campo minato dei benefici dell'allattamento
Qualcuno potrebbe obiettare che allattare al seno è la cosa più normale del mondo (restiamo pur sempre mammiferi) e che i benefici del latte di mamma per la salute del bambino sono ormai ampiamente provati. Vero, eppure questo non significa che a livello individuale allattare al seno sia per forza la scelta “giusta” e che ricorrere alla formula sia invece quella” sbagliata”.

 

Che il latte materno sia più salutare di quello artificiale non vuol dire che ogni singolo bambino allattato al seno non prenderà mai un'otite o un raffreddore e che ogni singolo bambino nutrito con il biberon passerà il suo tempo tra una malattia e l'altra. Le differenze si vedono a livello di popolazione e vanno sicuramente tenute in considerazione da un punto di vista della salute pubblica - con campagne adeguate di promozione e sostegno dell'allattamento al seno, a partire dai punti nascita e dai luoghi di lavoro - ma a livello individuale le cose possono andare in entrambe le direzioni (tante malattie o poche malattie), indipendentemente da come il bambino è alimentato. Cosa che peraltro dipende da moltissimi fattori, dalla predisposizione caratteriale ed emotiva della mamma alle circostanze contingenti.

 

Anche se siamo mammiferi, poi, c'è chi non può allattare, per esempio perché non produce latte o prende farmaci incompatibili con l'allattamento. Chi, non avendo trovato il giusto supporto nel punto nascita, nei consultori della sua zona, o addirittura in famiglia, è partita male ed è andata avanti peggio. Chi ci ha provato ma poi sono arrivate le ragadi o la mastite o altro, e il dolore – se non trattato in modo adeguato – ha avuto il sopravvento. Chi ci ha provato ma no: quel bambino così vorace, sempre attaccato al seno a qualunque ora del giorno e della notte, non è riuscita a sopportarlo.

 

“Non sempre le donne sono disponibili a un contatto fisico così ravvicinato, a lasciarsi andare a una relazione così intima, e non perché non amino abbastanza il loro bambino” spiega Quatraro, chiamando in causa disposizioni caratteriali ed emotive, ma anche esperienze pregresse che potrebbero influenzare questa disposizione. Chi ha perduto un bambino in una gravidanza precedente, per esempio, potrebbe avere una motivazione più forte ad allattare, ma potrebbe anche avere più difficoltà, sentendosi quasi in colpa rispetto al bambino perduto. Per non parlare di esperienze come molestie sessuali o altro. E ancora: c'è chi è per carattere ha bisogno di regolamentare molto le proprie relazioni e non riesce a trovarsi con l'allattamento a richiesta. Chi è libera professionista, e volente o nolente, a due o tre mesi di vita del bambino ha dovuto tornare di corsa al lavoro. Chi, dopo settimane di tira e molla, di lacrime e frustrazioni, ha deciso che l'allattamento con quel bambino stava andando così male che tanto valeva provare a passare al biberon. Chi, infine, non ha neanche voluto provarci, per ragioni tutte sue.

 

Decidere di allattare al seno o di non farlo significa mettere sui piatti della bilancia tutti questi fattori, i pro e i contro (generali e personali) di ogni scelta. “Quello che non riusciamo ad accettare – sottolinea Botti – è che nella grandissima maggioranza dei casi ogni madre cerca responsabilmente il meglio per il proprio bebè, e per la sua relazione con quel bambino o quella bambina. E che quindi non esiste un unico modo di essere buone madri, ma ne esistono tantissimi, che nascono dalle diverse esperienze e circostanze che ciascuna mamma si trova a vivere. Per questo ci troviamo ancora a dover difendere delle scelte che invece dovrebbero essere date per scontate e accolte come responsabili”.

 

Lo stesso vale per le critiche che raggiungono le mamme che decidono di allattare a lungo, anche ben oltre il primo compleanno del loro bebè. In questo caso l'accusa classica è quello di viziare il figlio, di metterne a rischio lo sviluppo verso l'indipendenza o addirittura la salute mentale. E di farlo perché a loro volta hanno qualche disturbo psicologico che impedisce loro di “lasciar andare” il bambino. Anche in questo caso va detto chiaramente che non è affatto così, e che serenamente l'Organizzazione mondiale della sanità consiglia l'allattamento al seno – se gradito a mamma e bambino – anche oltre i due anni.

 

L'ambivalenza della maternità
Secondo Botti, questo clima culturale di rimprovero continuo ha anche a che fare con la rappresentazione che si dà in generale delle donne in questo contesto, sempre dipinte come monolitiche, prive di qualunque dubbio. “Come se fossero tutte burattini in grado di esprimere un solo carattere per volta, per di più scelto con capriccio: quella che ha deciso di allattare a oltranza e quella che non vuole assolutamente allattare. A me però pare che la realtà della maternità sia piuttosto un interrogarsi continuo su cosa sia meglio fare date le circostanze ” dichiara Botti.

 

D’altra parte è la maternità stessa a portare con sé dubbi, emozioni e sentimenti contrastanti che è importante poter accogliere. “Una certa conflittualità ed ambivalenza più o meno consapevoli sono presenti in ciascuno di noi e fanno parte dei legami affettivi. Questo vale anche per l’allattamento,  che per di più prevede una grande intimità. Anche la mamma che allatta spinta da una motivazione fortissima può avere i suoi momenti di difficoltà, e chiedersi chi glielo faccia fare. Viceversa, la mamma che usa la formula può talvolta chiedersi se si è persa qualcosa” afferma Quatraro.

 

“Accettare che dentro di sé alberghino sentimenti così contrastanti, che non si è poi così granitici nelle proprie scelte può  essere difficile da vivere ed accettare, fino al punto di arrivare ad assumere atteggiamenti e opinioni integralisti, perché quello che non accogliamo dentro di noi facciamo fatica ad accoglierlo anche fuori”.

 

Per un altro verso, questa stessa ambivalenza, questo dubbio insinuato in certezze che si vorrebbero sempre solide, può rendere anche fragili e vulnerabili. Tanto più in un'epoca come la nostra, caratterizzata dall'idea di dover essere sempre sul pezzo, di non potersi permettere nessun errore nel percorso che dovrebbe rendere i figli persone felici e di successo. “E tanto più – sottolinea ancora Quatraro – se manca il sostegno del partner, che è invece molto importante per fare scudo alla nuova famiglia, soprattutto nel delicato momento del post parto”.

 

Come sopravvivere al giudizio
Visto che le critiche altrui sono diventate parte integrante delle scelte dei genitori, può essere d'aiuto qualche suggerimento su come viverle più serenamente, arrivando a lasciarsele scivolare addosso.

 

1. Partire informate
La prima cosa da fare è cercare di informarsi il più possibile sulla scelta che si intende fare, anche per avere strumenti razionali con cui controbattere a eventuali critiche.


Purtroppo non è sempre così facile perché la capacità di raccogliere informazioni è anche fortemente condizionata da fattori esterni, come la preparazione in tema di allattamento di chi dovrebbe o potrebbe dare un aiuto alle mamme o future mamme (dalle ostetriche dei corsi preparto ai pediatri) o le ingerenze del marketing delle ditte produttrici di latte artificiale. 

 

(Per inciso, è proprio per questo che ogni discorso sulla libera scelta dovrebbe andare di pari passi con altrettanti discorsi sul reale impegno istituzionale alla promozione dell'allattamento al seno e sulla reale applicazione di strumenti come il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno).

 

2. Riconoscere e accogliere il fatto di non essere perfette
Magari, se avessimo allattato il nostro bambino non si sarebbe ammalato così spesso nel suo primo anno di vita. E se non l'avessimo allattato, magari saremmo andati subito più d'accordo, visto che non ci piaceva proprio farlo. Chissà: forse è vero e forse no. A posteriori non è possibile saperlo. Quello che si può sapere, però, è che le scelte fatte sono state guidate da ragioni precise, che puntavano a dare il meglio che potevamo, in quel momento e in quelle circostanze, al nostro bambino. Dunque va bene così. E d'altra parte, “nessuno è perfetto”.

 

3. Prendersi cura di sé
“Quando mettiamo al mondo un bimbo o una bimba ci assumiamo la responsabilità di prenderci cura di lui o di lei e di fare in modo che abbia la vita migliore che possiamo costruirgli” spiega Botti, aggiungendo che spesso questo viene inteso in senso sacrificale (hai voluto un bambino? Allora adesso lo allatti, che ti piaccia o no).

 

“Ma non può darsi cura di un altro in assenza di cura di sé. Dunque ci si può legittimamente chiedere se l'allattamento al seno faciliti o complichi questo rapporto di cura. E, nel caso in cui ci si renda conto che lo complica, legittimamente scegliere l'allattamento artificiale”. Anche perché la nutrizione nei primi mesi di vita è solo uno dei tantissimi aspetti di questo prendersi cura: un impegno decisamente sfaccettato e duraturo.

 

4. In caso di dubbi, preoccupazioni, difficoltà, chiedere aiuto
“Ma attenzione: non a chiunque, sentendo troppe campane diverse” consiglia Quatraro. “Al contrario, meglio scegliere accuratamente con chi confrontarsi ed eventualmente a quali esperti rivolgersi”.

 

Qui purtroppo ci si può scontrare con il fatto che non sempre è facile trovare il sostegno giusto: ci sono figure che dovrebbero sostenere l'allattamento al seno ma di fatto non sono sufficientemente competenti in materia, per cui danno indicazioni fuorvianti. E ci sono operatori molto competenti sugli aspetti tecnici ma meno su quelli relazionali. “A volte una mamma, soprattutto nei primi momenti dopo il parto, non ha bisogno solo di indicazioni su come attaccare il suo bambino e in che posizione metterlo, ma di qualcuno che, notato magari un momento di sconforto, le si sieda accanto e la inviti a parlare di sé, di quello che sta provando, prestandole un ascolto sincero”.

 

5. Non esporsi al pubblico giudizio, men che meno sui social
“Dubbi e difficoltà sono preziosi perché contengono il seme della crescita”, dice Quatraro. Dunque non vanno dati in pasto a non si sa bene chi, ma solo a persone fidate (il partner, un'amica, una consulente o chiunque si desideri), capaci di accoglierli con rispetto e tolleranza.

 

“Se sai in partenza che la tua vicina ti guarda con superiorità perché lei allatta al seno e tu no, non parlare di questo argomento con lei. Idem con l'amica che ti considera una fanatica perché a 18 mesi tuo figlio poppa ancora” suggerisce Quatraro. Vale per la vita reale, ma a maggior ragione sui social network, dove rispetto e tolleranza decisamente scarseggiano ed è ancora più facile trovare astio e aggressività.

 

Nutrire il proprio bambino: non solo una questione di cibo
Al rapporto tra maternità e allattamento, raccontato tra certezze scientifiche e barriere sociali, è dedicato un capitolo del libro The Science of Mom, della ricercatrice e blogger Alice Callahan. Riportiamo qui il suo suggestivo paragrafo conclusivo.

"L'allattamento è importante perché migliora la salute dei bambini, ma questo è solo uno dei fattori che può influenzare l'esperienza e la scelta di ogni singola coppia mamma-bambino. Io ricordo con grande tenerezza l'allattamento al seno di mia figlia, e vorrei che ogni mamma avesse la stessa libera opportunità di costruire ricordi così.

Credo che l'allattamento al seno sia un diritto riproduttivo e che dovremmo essere sostenute in ogni modo possibile nell'avviarlo bene e nel nutrire così i nostri bambini dove vogliamo e quanto a lungo desideriamo. Credo anche, e la scienza conferma, che le donne incontrino numerose barriere molto reali all'allattamento.

Abbiamo bisogno di più ricerca e di miglior sostegno per queste donne, ma abbiamo anche bisogno di sostenere mamme e bambini quando praticano l'allattamento artificiale, per necessità o per scelta. Dobbiamo apprezzare e sostenere ogni tipo di allattamento – che sia al seno o con formula – e vederlo come un'opportunità per costruire attaccamento e connessioni con i nostri bambini, e sapere che questo è regalo più grande che possiamo fare loro.

I primi giorni con un neonato sono difficili e nutrirlo è un gesto importante, indipendentemente dal latte utilizzato. Tutte noi meritiamo di essere caldamente ringraziate per il lavoro che facciamo.