La parola agli esperti

Nanna, ascoltare il bambino non significa viziarlo

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03 Maggio 2013
I pareri di Annamaria Moschetti, pediatra di famiglia a Palagianello (TA), e di Maria Luisa Tortorella, pediatra libero professionista e consulente neonatologa presso la Casa di Cura “La Madonnina” di Bari, responsabili del gruppo di studio disturbi del sonno dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri) di Puglia e Basilicata.
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Ogni bambino è diverso da un altro, così come ogni genitore è diverso, per questo non si possono imporre dall’alto delle regole assolute, ma ogni famiglia dovrà individuare la proprie regole, fermo restando che ascoltare le richieste del piccolo non significa ‘viziarlo’, ma rinforzare il legame affettivo con mamma e papà ed aiutarlo a raggiungere sicurezza e indipendenza. È questa la tesi di Annamaria Moschetti, pediatra di famiglia a Palagianello (TA), e Maria Luisa Tortorella, pediatra libero professionista e consulente neonatologa presso la Casa di Cura “La Madonnina” di Bari, responsabili del gruppo di studio disturbi del sonno dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri) di Puglia e Basilicata.

La ‘giusta’ quantità di sonno “Cominciamo col dire che le esigenze di sonno possono variare di molto da bambino a bambino, in base all’età ma anche alle caratteristiche individuali di ognuno” osservano le esperte: “fino ad un mese di vita, ad esempio, il neonato dorme in media 14-15 ore al giorno (ma questo significa anche che c’è chi dorme 9 ore, chi 20, pur restando nella normalità!), poi le ore di sonno diminuiscono gradualmente, fino ad arrivare ai 4 anni, in cui il bambino dorme da 9 a 14 ore all’incirca.

Anche sulla durata di ogni singolo episodio di sonno c’è molta variabilità: se nel primo mese il lattante può svegliarsi in media ogni 3 ore (ma ci sono neonati che si svegliano dopo un’ora e quelli che ‘tirano’ 4 ore), intorno all’anno di età il bambino comincia a fare un sonno notturno più prolungato, che può durare fino a 8-9 ore (anche se spesso interrotto da uno o più risvegli), più un paio di sonnellini durante il giorno, uno al mattino, l’altro al pomeriggio; verso i 2-3 anni resta solo il sonnellino pomeridiano.

A proposito di sonnellino pomeridiano, anche in questo caso non ci sono regole valide per tutti: se la maggior parte dei bambini smette di farlo intorno ai 3 anni, c’è chi manifesta il bisogno di una ‘pausa’ anche in età successiva. L’esigenza del riposo pomeridiano dipende anche dall’orario in cui i bambini vanno a letto la sera: nei paesi nord-europei di norma si tende a mettere a nanna i bambini verso le 20-21, quindi la durata del sonno notturno è più lunga, nei paesi mediterranei c’è invece l’abitudine di far fare una siesta intorno alle 16, che permette ai bambini di restare svegli anche fino a mezzanotte. L’importante è che il bambino dorma le ore di sonno che per lui sono sufficienti”.

Il modo giusto per addormentare il bebé non c'è. Una volta assodato che ogni bambino ha le sue esigenze di sonno, qual è il metodo giusto per addormentarlo? Tenerlo nel lettone? Metterlo nella culla? Prenderlo in braccio? “Non c’è alcuna controindicazione ‘scientifica’ a far addormentare il bebè come più gli piace, è solo una scelta dei genitori, legata principalmente a fattori culturali o all’organizzazione della vita famigliare” rispondono Annamaria Moschetti e Maria Luisa Tortorella.

“Noi occidentali siamo abituati al fatto che il bebè debba dormire nella sua culla, ma nell’80% delle culture del mondo i bambini dormono nel lettone con i genitori. In Giappone ad esempio dormono tutti insieme sul futon, oppure il bebè ha il suo piccolo futon sullo stesso livello di quello dei genitori e, guarda caso, sono tra i popoli in cui i bambini hanno meno problemi di sonno. Il fatto che di notte sia buio e il bambino non veda la mamma genera paure che predispongono alla ricerca del contatto fisico, contatto che sprigiona ossitocina ed endorfine che infondono benessere.

Morale: se anche la mamma vuole, perché non dovrebbe addormentarlo in braccio o nel lettone? Non di certo per il timore di ‘viziarlo’: fino ai 2-3 anni il bambino non ha la capacità di ‘viziarsi’ ma ha bisogni veri, che vanno soddisfatti!

In una pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2004 (il documento per intero, scritto in inglese, si può scaricare dal link http://www.who.int/child_adolescent_health/documents/924159134X/en/index.html), si sottolinea l’importanza di una ‘responsività pronta e sensibile’ ai bisogni del bambino. Che cosa significa? Che più il bambino è piccolo, minore è la sua capacità di rimandare la soddisfazione dei suoi bisogni, ed è giusto che la mamma risponda tempestivamente alle sue richieste.

Non solo: per maturare la propria autonomia e indipendenza, il bambino deve attraversare una fase di ‘efficace dipendenza’, che rinforza il legame affettivo tra l’adulto e il bambino e ne incrementa il senso di sicurezza.

Una sola accortezza se si sceglie di tenere il piccolo nel lettone: alcuni studi hanno evidenziato che, prima dei tre mesi di vita, far dormire il bambino con i genitori può essere un fattore di rischio in più per la Sids (la sindrome della morte in culla). Via libera al lettone invece dopo il primo trimestre, a meno che non vi siano situazioni di rischio, e cioè se la mamma ha fumato durante la gravidanza (perché altera i sistemi neurologici di regolazione del sonno del bambino) o se prima di dormire ha fatto uso di alcol, stupefacenti o farmaci che provocano un sonno più profondo che le impedisce la giusta vigilanza nei confronti del bambino”.

Il metodo Estivill? Non ci piace! Quale il parere delle due pediatre sul ‘metodo Estivill’? “E’ un metodo sbagliato e privo di fondamento scientifico” rispondono unanimi. “Sulla rivista “Quaderni ACP” abbiamo pubblicato di recente un lavoro in cui abbiamo analizzato gli studi sull’efficacia del metodo dell’estinzione graduale, che è una variante del metodo suggerito da Estivill: gli studi, condotti tra l’altro su un campione ridotto di bambini, hanno dimostrato che il metodo funziona entro pochi giorni se si è ferrei nell’applicazione, il bambino dorme ancora con regolarità fino a 6 settimane dalla sospensione del trattamento, ma entro i 2 mesi la situazione ritorna al punto di partenza.

C’è inoltre da dire che non tutti i genitori riescono ad applicarlo, perché non riescono a resistere al pianto prolungato del bambino, e l’applicazione ‘a singhiozzo’ non fa che accentuare il problema. In più, nessuno si è preso la briga di studiare l’impatto emotivo di tale ‘educazione al sonno’, quindi non sappiamo quali possano essere gli effetti collaterali sulla psiche del bambino”.

Meglio una buona routine, che piaccia anche al bebè Se è vero che non si può ‘insegnare’ al bambino a dormire, è anche vero che si può individuare una routine piacevole prima di andare a letto, in modo che il bambino associ il momento della nanna a una serie di rituali positivi. “L’importante è trovare una routine che anche lui accetti volentieri” avvertono le pediatre: “andare contro la sua volontà sarebbe inutile e controproducente, perché nessuno riesce ad addormentarsi se ha addosso paura, ansia o rabbia. Una buona routine può essere anche… la consapevolezza di potersi addormentare con la mamma accanto: sapere che è vicina e gli sarà vicina ogni qualvolta lui ne abbia bisogno, lo aiuterà ad acquisire gradualmente l’autonomia e superare eventuali fasi critiche.

Molti bambini ad esempio, dopo un periodo in cui hanno ‘imparato’ a fare sonni più lunghi, a partire dagli 8 mesi attraversano la cosiddetta ‘ansia da separazione’ che li porta a risvegliarsi la notte. E’ una fase normale dello sviluppo neurologico, in cui il piccolo inizia a concepire la paura dell’estraneo, che gli fa mantenere il livello di vigilanza sempre alto anche durante il sonno, così come può succedere a noi adulti la notte prima di un esame.

Come gestire questa nuova fase di risvegli? “Occorre avere pazienza e rassicurare il bambino con la propria presenza” rispondono Moschetti e Tortorella: “è un fenomeno destinato nella maggior parte dei casi a diminuire progressivamente fino a scomparire del tutto dopo i 3 anni. Nei pochi casi in cui i risvegli notturni e la paura dell’addormentamento si protraggano oltre i 4-5 anni bisogna indagare su un possibile sottostante disagio psicologico del bambino (piuttosto che ‘addormentarlo’ con farmaci o ‘ignorarlo’ con metodi comportamentali di dubbia efficacia, come quello di Estivill)”.

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