Primo mese neonato

Il pianto del neonato

Di Valentina Murelli
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31 Ottobre 2019
Il pianto è l'unico modo che hanno i neonati per comunicarci qualcosa, che può essere la fame, il freddo o il mal di pancia, ma anche un’emozione o la mancanza di soddisfazione di un bisogno primario (protezione, conforto, contatto). Ecco come comportarsi.
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Piango fin che mi pare e piango più che posso.

Piango perché non so parlare.

Piango per solidarietà con i miei amici.

Piango come piangono i bambini in tutto il mondo.

Piango così qualcuno prima o poi verrà.

 

Inizia così una sorta di filastrocca che il pediatra Alessandro Volta ha dedicato al pianto dei bambini e che Federica Grittini, pedagogista del consultorio Cemp di Milano, ama leggere nei suoi gruppi con i neogenitori. Del resto, si sa, il pianto del neonato è una delle questioni che più preoccupano mamma e papà, anche se in realtà è una delle manifestazioni umani più normali e naturali che ci siano.

 

 

Che cos'è il pianto del neonato?

È uno strumento di comunicazione: anzi, l'unico strumento di comunicazione di cui di fatto dispone il neonato. “Il pianto è l'unico modo che i bambini appena nati e nelle prime settimane di vita conoscono per comunicarci qualcosa, che non è solo la fame, il freddo o il mal di pancia, ma anche la mancanza di soddisfazione di un bisogno primario (protezione, conforto, contatto) o l'espressione di un'emozione” afferma Grittini, che è anche autrice, insieme a Simona Brunetti, del libro Ve lo spiego io, sui primi dodici mesi di vita del bambino raccontati dal suo punto di vista.

 

Non solo: il pianto è anche uno degli stati fondamentali dell'esistenza di un neonato. “Durante la giornata – chiarisce Grittini – il bambino di pochi giorni o poche settimane alterna alcuni stati differenti: veglia attiva (per esempio quando mangia), veglia quieta (quando osserva il mondo con i suoi occhioni belli spalancati), sonno profondo, sonno leggero, dormiveglia e, appunto, pianto”. Con il passare delle settimane, in particolare tra il secondo e il terzo mese di vita, diminuisce il tempo passato nello stato di pianto a favore di quello passato per esempio in veglia attiva.

 

 

Perché un neonato piange?

La ragione fondamentale è per farci sapere che c'è, che esiste. “Piangendo è come se dicesse Ehi, sono qui, guardami: ho bisogno di qualcosa e mi serve il tuo aiuto per soddisfare questo bisogno”, spiega Grittini. Sottolineando che, in questo senso, il pianto è espressione della fortissima spinta a vivere che anima il bambino.

 

Come anticipato, tra i bisogni primari del neonato ci sono quelli di protezione, conforto e contatto, che vengono addirittura prima della fame. “Ormai è scientificamente dimostrato che senza la soddisfazione di questi bisogni i bambini crescono in modo deprivato: per questo è assurdo consigliare alle mamme – come a volte purtroppo ancora si sente fare – di non prendere in braccio i neonati, altrimenti li si vizia”. Il neonato non desidera essere preso in braccio, ne ha proprio bisogno: “A quell'età desideri e bisogni coincidono” chiarisce la pedagogista.

 

E la teoria dell'attaccamento ci spiega che più verranno soddisfatti quei bisogni nella primissima infanzia, più il bambino andrà sereno e sicuro per mondo quando sarà il momento (dalle prime esplorazioni gattonando, ai primi passi, in avanti).

 

Il pianto è sempre una richiesta d’aiuto che va accolta senza tentennamenti. L’idea che accorrere quando il bambino piange equivalga a farlo crescere “viziato” è retaggio di un’epoca ormai lontanissima segnata da una dannosa indifferenza nei confronti del benessere emotivo dei neonati.

 

Poi, naturalmente, il bambino piange per comunicare che ha fame, sente freddo (o caldo), si è bagnato, sente dolore. Ma anche per esprimere emozioni, perché già dai primi giorni di vita sono presenti le emozioni primarie dell'essere umano cioè gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa, che appunto possono manifestarsi, magari in modo un po' confuso, attraverso il pianto. 

 


Come reagire al pianto del neonato

“Se ci pensiamo bene, il pianto del bambino è qualcosa che all'inizio tutti vogliono sentire: gli operatori sanitari e i genitori in sala parto, e poi nei primi giorni magari anche i nonni, per sentire la voce del bebè”. A conferma, che, appunto, il pianto è la prima, potente, manifestazione di esistenza nel neonato.

 

Dopo questo primo impatto, però, il pianto del bambino tende a essere vissuto in modo negativo. Certo, sappiamo bene che è molto stancante per la neomamma e il neopapà seguire i nuovi ritmi imposti dal neonato e spesso scanditi da un pianto, ma c'è anche il fatto che socialmente e culturalmente attribuiamo al pianto un significato negativo, di disagio, di malessere, e quindi lo accogliamo in modo molto negativo, ansioso e preoccupato. “In realtà dovremmo riuscire a convincerci del fatto che il pianto del neonato è soprattutto un mezzo di comunicazione, una via che il bambino usa per entrare in dialogo con noi” ricorda Grittini.

Che suggerisce dunque di accoglierlo con un atteggiamento mentale di apertura al dialogo, più che di soluzione immediata del problema.

 

Come abbiamo visto ci sono mille motivi per cui un neonato può piangere e a volte la ragione precisa potrebbe non essere chiara neppure a lui. "Dunque è impensabile avere sempre la soluzione pronta in tasca, o illudersi che nel giro di qualche giorno si riuscirà a conoscere così bene il proprio bambino da capire ai primi singhiozzi cosa c'è che non va” afferma la pedagogista. “Occorre tempo per arrivare a questo punto, e rimarranno sempre dei momenti in cui non si riuscirà comunque a capire bene perché il bambino piange. Nel frattempo, quello che si può fare è prestare attenzione, attivarsi come per dire al bambino guarda che sono qui con te, per te, capisco che c'è qualcosa che non va, vediamo insieme che cosa possiamo fare”.

 

A volte la soluzione potrà essere il cambio del pannolino, altre volte una passeggiata in braccio, “cuore a cuore”, altre ancora – per chi allatta al seno – una poppata: anzi, a questo proposito è bene ricordare che il seno materno non è “erogatore” solo di cibo, ma anche di conforto e consolazione: un motivo in più per sostenere l'allattamento a richiesta.

 

Piango finché mi pare
di Alessandro Volta

Piango fin che mi pare e piango più che posso.
Piango perché non so parlare.
Piango per solidarietà con i miei amici.
Piango come piangono i bambini in tutto il mondo.
Piango così qualcuno prima o poi verrà.
Piango perché non so cosa fare.
Piango perché sono stufo di guardare il soffitto bianco.
Piango perché ho fatto tanta cacca.
Piango perché ho caldo, perché ho freddo,
perché sto bene, ma non voglio darvi la soddisfazione.


Piango non so perché, ditemelo voi se lo sapete,
oppure chiedetelo al pediatra che lui ha studiato.

Piango perché per ora è la cosa che so fare meglio.
Piango perché così creo un gran bel putiferio.
Piango perché anche voi alla mia età piangevate.

Non ricordo più perché ho iniziato a piangere,
ma prima un motivo sono sicuro che c’era.

Ovviamente piango perché ho fame e non
arrivo ancora alla maniglia del frigo.

Dopo il pasto piango perché ho mangiato troppo
e ho l’aria nella pancia.

Piangere però non fa male, non si muore di pianto,
anzi se non piangessi morirei.

Quando piango sono sicuro che vi ricordate
di me e che state male per me.

In realtà io non piango mai per niente, quando piango è perché voglio
qualcosa e alla mia età i desideri e bisogni corrispondono sempre.
Perciò non preoccupatevi troppo e sforzatevi invece di capire
di cosa ho bisogno così ci mettiamo tutti calmi e tranquilli.
E fra poco si ricomincia…..