Ritorno al lavoro

Allattamento al seno e ritorno al lavoro: 5 consigli fondamentali per affrontarlo al meglio (più tanti piccoli consigli pratici)

Di Valentina Murelli
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16 Agosto 2018 | Aggiornato il 20 Agosto 2018
Fare per tempo delle prove con il tiralatte, organizzarsi in anticipo con il datore di lavoro, cercare la collaborazione dei colleghi e altro ancora: tutti i suggerimenti dell'esperta

 
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Che sia dipendente, autonomo o precario, per molte mamme il ritorno al lavoro dopo la maternità rappresenta un momento critico per l'allattamento al seno

, specie se esclusivo. Non a caso, molte lo abbandonano proprio in coincidenza con il ritorno alle loro occupazioni.

 

“Lavorare e continuare ad allattare è certamente possibile, ma non è detto che sia facile” conferma Chiara Losa, infermiera pediatrica e consulente per l'allattamento IBCLC che lavora all’Ambulatorio allattamento dell’Ospedale Buzzi di Milano. Anzi, in molti casi non lo è per niente, se si mettono in mezzo difficoltà con il tiralatte, ostilità di colleghi e datori di lavoro o rifiuto del biberon da parte del bambino.

 

Ovviamente, molto dipende dall'età del bebè: un conto è parlare di un piccolo di tre mesi ancora allattato in modo esclusivo, un altro parlare di un bimbo di sei mesi che comincia ad avvicinarsi all'alimentazione complementare, o addirittura di un anno, che ha già ampiamente diradato le poppate. “Le criticità della situazione e le preoccupazioni delle mamme sono tanto più grandi quanto più il bebè è piccolo” afferma Losa.

 

Ecco allora una serie di consigli per affrontare al meglio questo momento con bimbi con meno di sei mesi, o vicini ai sei mesi ma non ancora pronti allo svezzamento. Consapevoli che se proprio non si riesce a continuare l'allattamento esclusivo si può serenamente andare verso un allattamento misto. “La cosa più importante è il benessere della coppia mamma-bambino e in generale della famiglia” afferma Losa. Sottolineando che ci sono situazioni nelle quali questo benessere può tranquillamente passare per qualche biberon di formula artificiale.

 

1. Preparare in anticipo un piano di rientro, variabile a seconda delle condizioni

Tornare al lavoro per tre o quattro ore al giorno è diverso che farlo per otto.

 

Nel primo caso potrebbe non essere necessario tirarsi il latte durante il lavoro: “Potrebbe bastare spremere un po' il seno con le mani, dopo averle lavate con cura con acqua calda e sapone, se dovesse risultare troppo pieno. Naturalmente, bisognerà averne tirato un po' a casa, da lasciare a chi accudisce il bebè” spiega la consulente. Nel secondo caso, invece, sarà necessario ricorrere al tiralatte anche sul luogo di lavoro.

 

Per una pianificazione efficace potrebbe essere utile rivolgersi a una persona che si occupa di allattamento e che possa dare una mano alla mamma a trovare una strategia valida per lei e modificabile nel tempo. Tra le figure a cui rivolgersi si trovano ostetriche e infermiere pediatriche nei punti nascita e nei consultori, consulenti professionali IBCLC, o anche mamme alla pari di gruppi di sostegno come la Leche League o il Mami.

 

2. Cominciare per tempo a fare piccole scorte di latte

Il tiralatte non è sempre semplice da usare: ci sono donne che, pur con un allattamento perfetto, ai primi tentativi non riescono a estrarre che poche gocce. Per questo è fondamentale cominciare qualche settimana prima a fare delle prove, e non arrivare troppo a ridosso del ritorno al lavoro. Altrimenti si rischia di andare in panico, perché si teme di non produrre abbastanza latte di e non riuscire a metterne via a sufficienza.

 

“In realtà non bisogna spaventarsi”, afferma l'esperta. “Il fatto è che il tiralatte funziona con una tecnica diversa rispetto alla suzione da parte del bambino, quindi è normale che all'inizio possa esserci qualche difficoltà. Bisogna solo imparare a usarlo nel modo migliore, e nel momento migliore per ciascuna donna”.

 

Ecco perché Losa consiglia di fare piccole scorte piano piano nel tempo, provando il tiralatte in diversi momenti della giornata: un accorgimento importante per vedere come si reagisce a questo strumento e capire quali sono le condizioni migliori per usarlo.

 

“Alcune donne, per esempio, si troveranno bene a estrarre il latte al mattino, dopo il picco notturno di prolattina. Per altre, invece, sarà meglio farlo dopo la poppata, se il bimbo non svuota completamente le mammelle. Così aiuterà il seno a svuotarsi meglio e ad aumentare la produzione di latte. In altri casi, invece, potrebbe esserci il problema contrario e bisognerà fare in modo di non esagerare con il tiralatte per non ottenere una produzione eccessiva, con il rischio di un ingorgo”.

 

In generale, mettere da parte 100-150 ml di latte una o due volte al giorno dovrebbe permettere di tornare al lavoro con scorte adeguate. “Alcune donne raggiungeranno questa quantità con una sola estrazione al giorno, per altre potrebbero essere necessarie più sessioni (non semplicissime da organizzare, quando si sta accudendo un bebè), ma non lo si può sapere se non si è fatto qualche tentativo per diversi giorni di fila”.

 

Come scegliere e usare il tiralatte
Manuale o elettrico? Se l'uso è saltuario, per esempio qualche volta alla settimana, può andare benissimo la spremitura manuale del seno o il tiralatte manuale. Se invece l'uso è più frequente (una o più volte al giorno, magari anche in ufficio) meglio un dispositivo elettrico.

Fondamentale è la misura della coppa, altrimenti l'estrazione non è efficace e c'è il rischio di provocare piccole lesioni dolorose ai capezzoli. “Le misure delle coppe – dalla S alla XXL – non si si riferiscono alla circonferenza della campana che si appoggia sul seno, ma al cono in cui entra il capezzolo, che deve trovarsi posizionato nel suo centro, senza toccarne le pareti ma allo stesso tempo senza 'ballarci' dentro” spiega Chiara Losa. “Se il capezzolo tocca le pareti del cono significa che la coppa è troppo piccola; se invece nel cono entra anche parte della mammella, significa che la coppa è troppo grande”.

Per quanto riguarda la modalità di utilizzo, nel caso di tiralatte singoli Losa consiglia di alternare l'estrazione alle due mammelle: “Si può stare sette minuti sull'una, poi andare sull'altra, poi tornare sulla prima per cinque minuti e sull'altra per altri cinque e ancora sulla prima e la seconda per tre minuti”. Nel caso di tiralatte doppio, invece, si può tirare ininterrottamente per 7-15 minuti: “Ma attenzione: l'estrazione in doppio aumenta la produzione di latte, per cui bisogna stare attenti a non esagerare”.

Per favorire la produzione di latte sarebbe opportuno che la mamma riuscisse a ritagliarsi un momento molto tranquillo, in cui magari possa guardare qualche foto del suo piccolo, ascoltare una musica rilassante, mangiare qualcosina che la faccia stare bene. “In questo modo si stimola il rilascio di ossitocina endogena, che a sua volta favorisce quello di latte” spiega la consulente.

L'ultimo consiglio riguarda la pulizia: “Dopo ogni uso – e questo vale anche per il posto di lavoro - il tiralatte va lavato bene con acqua calda e un detergente neutro (va benissimo quello per i piatti) e asciugato con un panno pulito. La sterilizzazione, a freddo o a caldo come si preferisce, va fatta invece una volta al giorno”.

 

3. Fare per tempo anche delle prove di scongelamento

Anche questo è importante, per evitare di trovarsi con del latte che sembra andato a male o che viene rifiutato dal bebè. “Può succedere nel caso di donne che abbiano livelli molto alti di un enzima chiamato lipasi che rompe i grassi del latte: una condizione assolutamente normale, ma che può creare problemi con il latte conservato” spiega Losa.

 

Poiché il congelamento non la inattiva, nel momento dello scongelamento la lipasi entra in azione degradando i grassi: questo fa sì che il latte prenda un cattivo odore, un po' rancido. “In realtà è ancora buono e il bambino potrebbe berlo senza problemi, ma molte mamme giustamente si spaventano. Senza contare che alcuni bambini comunque non lo gradiscono”.

 

Risolvere il problema è molto semplice: basta sbollentare il latte prima del congelamento, per inattivare la lipasi. “Bisogna metterlo in un contenitore a bagno maria, togliendolo dal fuoco quando cominciano a formarsi delle bollicine nell'acqua intorno al contenitore stesso. A questo punto lo si lascia raffreddare e poi lo si congela”.

 

Ecco perché è opportuno fare delle prove per tempo evitando di riempire il freezer con scorte inutilizzabili. Basta fare qualche congelamento e, dopo una settimana, scongelare il latte per vedere se ha un odore strano e se il bambino lo prende o meno: in questi casi si procede come spiegato sopra. Altrimenti via libera al congelamento “classico”, subito dopo estrazione.

 

4. Confrontarsi in anticipo con il datore di lavoro e i colleghi

Se c'è di mezzo la necessità di tirarsi il latte al lavoro il clima che si trova sul posto al ritorno dalla maternità è un aspetto molto importante nella possibilità di continuare l'allattamento al seno.

 

“In questi casi è opportuno organizzarsi per tempo, chiedendo un colloquio con il capo prima di tornare. Sarà l'occasione per condividere come si intendono usare i permessi per l'allattamento previsti per legge – e magari trovare una soluzione che soddisfi entrambi - ma anche per chiedere dove mettersi per tirare il latte. Servirebbe un posto tranquillo, con un lavandino per lavarsi bene le mani e lavare il tiralatte, anche se nella pratica questo posto è spesso il gabinetto” spiega Losa.

 

Quanto al frigorifero per conservare il latte, non è detto che serva per forza. “Secondo i protocolli della Rete allattamento Milano, se la temperatura ambiente è sotto i 25 gradi, il latte può stare fuori frigo per un massimo di otto ore. Altrimenti ci vorrà un frigorifero, oppure una borsa termica funzionante”.

 

A onor del vero, va detto che in genere a creare problemi non sono tanto i capi, quanto i colleghi. “Magari ci sono altre donne che sull'allattamento hanno fatto scelte diverse e arrivano a creare attrito con la decisione di continuare ad allattare, o magari ci sono colleghi che non capiscono il senso e l'utilità di questa decisione. Con molta pazienza bisogna allora cercare una via di collaborazione, spiegare che cosa si sta cercando di fare, possibilmente senza assumere toni da paladina della giustizia, che rischiano di essere controproducenti”. Chiaramente un compito difficilissimo, ma vale la pena fare un tentativo.

 

Al datore di lavoro e ai colleghi va anche sottolineato che si tratta di attività temporanee: con il passare delle settimane e la crescita del bambino, le “pause” per tirare il latte si ridurranno progressivamente.

 

5. Puntare alla serenità

Le sfide per le mamme che desiderano continuare ad allattare al seno anche dopo il rientro al lavoro sono tante e diverse. Nonostante la convinzione e l'entusiasmo, può succedere di non riuscire a vincerle tutte: in questo caso, è importante cercare di concentrarsi sulla serenità del proprio rapporto con il bambino, più che sul tipo di nutrizione che gli si offre.

 

Se la scelta di continuare l'allattamento esclusivo dovesse rivelarsi troppo complicata o frustrante da portare avanti, non c'è nulla di male nell'ammetterlo e nell'accettare l'aiuto di qualche biberon di latte artificiale. “L'importante, in questi casi, è dare il tempo alla mammella per adattarsi alla nuova situazione di minore richiesta di latte da parte del bambino. Meglio allora continuare per qualche giorno a tirarsi un pochino di latte, via via sempre meno, in modo da evitare ingorghi ma senza sollecitare troppo la produzione. Poco per volta il latte diminuirà e non ci sarà più bisogno di tirarlo o di spremere manualmente il seno per dargli sollievo”.

 

E se non vuole il biberon?
Tanta fatica con il tiralatte e poi il bebè non ne vuole sapere: non c'è verso di dargli il latte tirato con il biberon. Capita anche questo e per la mamma alle prese con il ritorno alla lavoro può essere molto frustrante. Che fare, allora? Cinque consigli di Chiara Losa.

1. Insistere (ma senza stressare il bambino)
Si può provare a proporglielo per due o tre giorni di fila, poi fare una pausa e poi riprovare. Ovviamente, cercando di non fargli odiare il biberon, perché a quel punto non lo prenderà più di sicuro.

2. Cambiare posizione
“Bisogna far capire al bambino che prendere il biberon non significa rinunciare alla mamma. Si tratta semplicemente di due cose diverse e per questo può essere d'aiuto proporgli il biberon in posizioni diverse rispetto a quelle utilizzate quando lo si allatta al seno, per esempio in piedi, camminando o canticchiando”.

3. Cercare la tettarella giusta
Magari il problema non è il biberon, ma la tettarella: si possono fare più tentativi con tettarelle diverse. In genere quelle con una base larga sono accettate meglio delle tettarelle strette e lunghe.

4. Farlo dare a qualcun altro
Magari se glielo offre la mamma non ne vuole sapere, ma lo accetta se a darglielo sono il papà o la nonna. Tentare non nuoce. Anche in questo caso, provando a insistere per qualche giorno se non funziona al primo colpo.

5. Ricorrere a metodi alternativi
Se proprio non ne vuole sapere non resta che rinunciare e passare ad altri metodi. “Se il bambino è molto piccolo si può utilizzare il dito con la siringa senza ago: si mette il latte nella siringa e lo si spinge delicatamente in bocca, accompagnandolo con un dito, ovviamente pulito e con l'unghia corta”. Se il bimbo è un po' più grande, già a cinque, sei o sette mesi, si può provare direttamente con il bicchiere, con o senza beccuccio rigido.