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Il ruolo dei bambini nella società: dalle balie alla psicologia dello sviluppo

di Nostrofiglio Redazione - 21.08.2020 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Il ruolo dei bambini nella società non è sempre stato lo stesso, ma si è evoluto nel corso della storia. Come è avvenuto esattamente il passaggio dall'assistenza delle balie di un tempo all'attuale concezione dei bambini e alla psicologia dello sviluppo? Ecco un breve approfondimento al riguardo.

Come è avvenuto nella storia il passaggio dalle balie di un tempo all'attuale concezione dei bambini e alla psicologia dello sviluppo?

Il ruolo dei bambini nella società si è evoluto in relazione al contesto storico: se nel Medioevo erano le balie a occuparsi dei bambini perché le mamme più povere dovevano tornare a guadagnarsi da vivere molto presto, nel XIX secolo, con l'affermazione della borghesia, l'importanza data ai bambini crebbe e si cominciò a prestare maggiore attenzione ai più piccoli con la nascita di una vera e propria scienza, ossia la puericultura.

Dalla seconda metà del XX secolo migliora l'assistenza sanitaria e si presta più attenzione all'alimentazione della mamma e del bambino, per giungere, negli anni Sessanta, allo studio dello sviluppo psicologico dei neonati e dei bambini. Scopriamo di più al riguardo. 

Una volta c'era la balia

Fino alla fine del XIX secolo molte famiglie affidavano i neonati alle balie, quindi i genitori non si occupavano così intensamente dei figli come oggi e si interessavano meno allo sviluppo delle loro capacità. Ma perché i bambini venivano affidati alle balie? Nelle famiglie povere le mamme dovevano tornare a guadagnarsi da vivere molto presto, mentre nelle classi più elevate era una questione di status.

Fin dal Medioevo le balie non dovevano solo allattare, ma anche impartire ai bambini la prima educazione. Quindi dovevano insegnare loro le prime parole e le prime canzoncine. I bimbi tornavano a casa dai genitori solo dopo lo svezzamento. Fino al XVI secolo poi era normale fasciare il bimbo con un panno legato stretto e quindi il piccolo si poteva muovere molto poco e poteva allenare poco le sue capacità motorie.

Il bambino al centro della famiglia

Solo con l'affermarsi della borghesia e la sua idealizzazione della famiglia, nel XVIII secolo cambia anche l'atteggiamento generale riguardo allo sviluppo infantile. Secondo gli storici, i bambini dipendevano molto dalla mamma o dalla balia: molti venivano svezzati solo nel periodo tra i 20 e i 30 mesi.

Nel XIX secolo l'influsso materno sulla crescita del bimbo diventa sempre più importante. Si tratta di un progresso che per la storiografia è intimamente legato all'affermazione del concetto di famiglia proprio della borghesia. Secondo questo modello, la mamma non doveva più lavorare e doveva dedicarsi esclusivamente alla casa e alla cura dei figli. Parallelamente, grazie al crescente valore acquisito dal bambino, si sviluppò una vera e propria scienza: la puericultura.

Si studia la psiche del bambino

A partire dalla seconda metà del XX secolo migliora l'assistenza sanitaria e si presta più attenzione all'alimentazione della mamma e del bambino per sostenere lo sviluppo del cervello e della muscolatura.

Dagli anni 60 si inizia a studiare lo sviluppo psicologico dei neonati e dei bambini. In quegli anni lo psicanalista Erik Erikson (1902 - 1994), emigrato negli Usa durante la Seconda Guerra Mondiale, elabora il suo "modello graduale dello sviluppo psicosociale". Secondo Erikson, lo sviluppo dell'identità del piccolo si svolge in otto stadi, dal primo anno di vita all'avanzata età adulta. All'interazione bambino-ambiente secondo lui si deve un contributo fondamentale alla crescita.

Anche Jean Piaget (1896 - 1980), psicologo svizzero dello sviluppo, concepisce lo sviluppo dell'essere umano come un adattamento cognitivo permanente dell'individuo al suo ambiente. A lui si deve anche la scoperta della "permanenza dell'oggetto": a partire dall'ottavo mese i bimbi capiscono che un oggetto, per esempio una palla, esiste ancora anche se viene coperto da un panno. Oggi i modelli evolutivi da concepiti dallo psicologo svizzero sono considerati troppo rigidi: negli esperimenti condotti anche bambini più piccoli sono risultati capaci di fare cose che Piaget aveva associato a uno studio successivo.

Nuove ricerche, come per esempio quelle condotte dallo psicanalista Usa Daniel Stern, partono dal concetto di diverse forme di consapevolezza che si costruiscono una dopo l'altra e che restano per tutta la vita, piuttosto che dal concetto di fasi evolutive. Secondo Stern queste forme di consapevolezza iniziano con l'emergere del proprio Sé da 0 a circa tre mesi; poi, tra il settimo e il nono mese, segue il Sé profondo. Poi si arriva al Sé soggettivo, che si sviluppa fino al diciottesimo mese. L'ultima forma, il Sé verbale, resterebbe fino alla fine dell'esistenza.

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