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Il bambino non parla a due anni. Cosa fare?

di Sveva Galassi - 29.11.2021 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Come comportarsi se il bambino non parla a due anni? Quando è il caso di rivolgersi ad uno specialista? Ecco alcuni suggerimenti che possono tornare utili ai genitori.

Il bambino ha compiuto due anni e ancora non parla. Come comportarsi? Quando è il caso di rivolgersi ad uno specialista? Ecco alcuni suggerimenti che possono tornare utili ai genitori. 

In questo articolo

Il linguaggio dei neonati, i vari step

La comunicazione per il bebè di uno-due anni avviene attraverso diverse modalità e tra queste ci sono il contatto visivo, il contatto fisico, il linguaggio non verbale e il linguaggio verbale. Il linguaggio verbale appare più tardi del linguaggio visivo e del linguaggio del corpo.

Il bambino che ha un anno e mezzo può già comprendere tante parole e, anche se pronuncia poche parole, riesce ad ascoltare filastrocche e canzoni. Può comunicare mediante l'indicazione e lo sguardo e riesce a indicare le diverse parti del corpo o i disegni di un libro.

Intorno ai 2 anni avviene l'esplosione del vocabolario: il bambino impara tantissime parole, inizia a creare frasi e questa fase dura generalmente fino ai 3 anni.

Nel terzo anno di vita i bambini creano frasi ancora più complesse: usano il plurale, le coniugazioni, la morfologia.

Il bambino ha due anni e mezzo, ma non parla

Il bambino ha più di due anni, ma ancora non parla? Secondo i medici dell'Ospedale Bambin Gesù, ecco quali sono le domande che è opportuno porsi. 

  1. «È interessato a quello che gli accade intorno? Esplora lo spazio intorno a sé, si gira se sente una voce o un suono familiare o un rumore improvviso? Condivide dei giochi? Cerca gli altri bambini?
  2. Risponde se lo chiamate? Si gira e vi guarda negli occhi? Risponde, anche senza girarsi?
  3. Sembra comprendere quello che gli viene detto? Esegue semplici comandi come "vai a prendere la palla"? La risposta, anche se solo con i movimenti, è coerente con la vostra domanda?
  4. Vi guarda negli occhi durante il gioco o quando gli parlate? Usa lo sguardo per "chiedere" la vostra attenzione o un oggetto?
  5. Si aiuta coi gesti per farsi capire? Indica con il gesto per richiedere un oggetto o un'azione? Mostra o dà quello che ha in mano? Fa gesti di routine, come soffiare per "scotta", oppure mette l'indice sulla guancia per dire "buono" o fa capire che "è finito" con il gesto delle manine?»,

Come comportarsi

Se il bambino non sembra manifestare comportamenti comunicativi sarà necessario dargli la possibilità di trascorrere più tempo con i coetanei, magari nelle ludoteche o nell'asilo nido. Infatti, i bambino apprendono il linguaggio tramite l'esperienza in ambienti in cui si parla e in cui sono stimolati da tutti coloro che li circondano.

Secondo il Bambin Gesù è opportuno aumentare la frequenza e la qualità dell'informazione linguistica che offriamo al bebè semplicemente parlandogli di più, guardandolo negli occhi e aspettando con pazienza la sua risposta.

È possibile aiutarlo a rispondere adoperando un libro o magari sfidandolo in un gioco a tavolino.

Invece, NON bisogna mai incalzarlo, né parlargli guardando il cellulareo volando la schiena. Non dategli mai tablet o cellulari con la speranza che lo aiutino a capire e a parlare.

Quando è necessario rivolgersi ad uno specialista?

Se il bambino non parla ma comprende il linguaggio dell'adulto, è possibile anche aspettare i 3 anni e mezzo di età e magari l'inserimento nella scuola d'infanzia. 

In caso contrario, secondo Judit Gervain, docente di Psicologia dello sviluppo all'Università degli studi di Padova, occorre rivolgersi subito al pediatra «perché conosce il bambino, ha esperienza di cosa sia tipico o meno per quella particolare fascia di età e sarà nel caso lui a rimandare la famiglia da un logopedista o altro professionista. Anche le educatrici, insegnanti o altri adulti di riferimento sono un ottimo rimando per confrontare i propri timori di genitori con altre persone che conoscono nostro figlio e lo hanno osservato nel tempo.

Il tempo, infatti, è determinante per stabilire se sia necessario intervenire, perché una visita in un particolare giorno di tensione può risultare inattendibile. Le diagnosi di disturbi del linguaggio, infatti, avvengono in ampi lassi di tempo proprio perché possono avvenire progressi o cambiamenti. Fatto salvo che non bisogna saltare a conclusioni affrettate e che ciascun bambino ha i suoi tempi nell'imparare a parlare, se il genitore percepisce una oggettiva difficoltà nel linguaggio, è bene non temporeggi troppo a lungo».

Fonti: 

www.ospedalebambinogesu.it

www.msdmanuals.com

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