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Omeopatia e bambini: che cosa dice la scienza

Di Simona Regina
omeopatia
19 Febbraio 2018 | Aggiornato il 10 Aprile 2018
Tanti sono i piccoli disturbi quotidiani che possono preoccupare i genitori ma che in realtà passano da soli. In tali casi un prodotto omeopatico male non fa. Ma quando c'è da curare una malattia, bisogna basarci sulle evidenze scientifiche. 
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Purtroppo succede. Succede che bambini muoiano per le complicanze di un’otite perché non trattata con gli antibiotici ma con prodotti omeopatici. Prodotti che farmaci non sono e che per essere messi in commercio non devono dimostrare di essere efficaci ma solo di non essere tossici. Il punto è che se qualcosa non fa male non significa che faccia bene.

 

Parliamo di omeopatia.

È una pratica che nasce a fine 700, quando la medicina era ben diversa da quella attuale tanto che l’omeopatia sembrava una valida alternativa alle terapie disponibili (salassi, pur­ganti, emetici) i cui esiti spesso erano drammatici, come si legge nel libro Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia (Sironi editore) a cura di Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmaco­logiche Mario Negri di Milano.

 

L’omeopatia è nata in Germania: è stata messa a punto dal medico tedesco Samuel Hahnemann. Allora, girava una storiella, scrive Giuseppe Remuzzi, coordinatore delle ricerche dell’Istituto Mario Negri Bergamo: “muoiono più persone di cure che di malattia” ed era vero.

In quel contesto di ancora poche conoscenze scientifiche e rimedi medici efficaci, Hahnemann pone dunque le basi dell’omeopatia e pubblica Organon of medicine.

 

Hahnemann ritiene che una sostanza che causa certi sintomi in una persona sana può essere usata per curare malattie che danno quegli stessi sintomi purché venga somministrata in piccolissime quantità. Questo secondo il principio di similarità: similia simili­bus curantur, ovvero i simili si curano con i simili.

 

Omeopatia (dal greco òmoios, simile, e pàtheia, malattia, dolore) significa appunto “lo stesso male”.

 

Il principio attivo deve dunque essere diluito, con l’idea che diluizioni estreme rendano l’azione sempre più efficace. E anche se di quel principio attivo, diluizione dopo diluizione, alla fine non c’è più traccia (per una legge fisica, la costante di Avogadro, dalla dodicesima diluizione in poi il principio attivo è praticamente scomparso), grazie allo scuotimento le proprietà della sostanza si trasferiscono al solvente (acqua o alcol che sia). Perché le dinamizzazioni sarebbero in gra­do di imprimere una sorta di impronta (o memoria) della sostanza disciolta, permanente anche alle diluizioni estre­me.

 

Le diluizioni così ottenute sono disponibili in diverse formulazioni: granuli (piccole sfere di lattosio e saccarosio imbevute del liquido), globuli (circa 10 volte più piccoli dei granuli) e gocce (preparazioni liquide in veicolo idroalcolico da sciogliere in ac­qua) e poi colliri, sciroppi, pomate ecc.

Ma non per som­ministrazione parenterale, cioè sottocutanea, intramuscolare o endovenosa: “in queste forme infatti la legge non ammette la pro­cedura semplificata per la messa in commercio e sarebbe necessa­rio presentare evidenze cliniche di efficacia che al momento nes­sun rimedio omeopatico è in grado di produrre” spiega Garattini.

La registrazione semplificata – dice la legge -  è possibile soltanto se il medicinale omeopatico è destinato a essere somministrato per via orale o esterna;  non reca specifiche indicazioni terapeutiche sull'etichetta o tra le informazioni di qualunque tipo che si riferiscono al prodotto, e  ha un grado di diluizione tale da garantirne la sicurezza.

 

Sul sito del Ministero della Salute, si definisce medicinale omeopatico ogni medicinale ottenuto a partire da sostanze denominate materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo un processo di produzione omeopatico descritto dalla farmacopea europea o, in assenza di tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate ufficialmente negli Stati membri della Comunità europea; un medicinale omeopatico può contenere più sostanze. Un medicinale omeopatico ha la denominazione scientifica del ceppo o dei ceppi omeopatici o in mancanza di questa la denominazione scientifica del materiale o dei materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o altra denominazione figurante in una farmacopea, accompagnata tra parentesi dalla denominazione propria della tradizione omeopatica seguita dal grado di diluizione. I medicinali omeopatici ad alta diluizione sono riconoscibili perché riportano sulla confezione esterna la seguente dicitura: "medicinale omeopatico" seguita dalla frase “senza indicazioni terapeutiche approvate”. Ciò significa che nessuna valutazione dell’efficacia del prodotto è stata effettuata dall’autorità competente (Aifa).

 

L’omeopatia è efficace?

I rimedi omeopatici – scrive Garattini – sono il risultato di dilui­zioni talmente estreme dei principi attivi di partenza che, nella maggioranza dei casi, non contengono più neppure una molecola di quelle sostanze. E in assenza di principio attivo, è difficile so­stenere che questi preparati possano svolgere di per sé una qual­siasi azione terapeutica.

 

In merito all’efficacia dell’omeopatia mancano evidenze scientifiche. O meglio, la maggior parte degli studi concordano nel dire che i prodotti omeopatici non hanno efficacia terapeutica. A marzo 2015, per esempio, il principale ente di ricer­ca medico australiano, il National Health and Medical Research Council, ha diffuso un rapporto in cui si dichiara che non ci sono malattie o condizioni cliniche per cui risulti una evidenza affidabile che l’omeopatia sia efficace. Per cui non dovrebbe essere usata per trattare malattie croniche, severe o che potrebbero diventare tali, e le persone che la scelgono possono mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano trattamenti per cui c’è invece una buona evidenza di sicurezza ed efficacia. Si tratta di una meta analisi (cioè di un’analisi di ricerche condotte sull’effetto dei trattamenti omeopatici) che alla fin fine ribadisce che a questo tipo di trattamenti può essere riconosciuto solo l’effetto placebo. Stesse conclusione di altri studi (una revisione sistematica pubblicata sul British Journal of Clinical Pharmacology, un’altra su Lancet, un’altra ancora su Mayo Clinic Proceedings, ecc. ecc).

 

 

L'idea di assumere qualcosa che fa bene può effettivamente far stare meglio.

 

Che l’omeopatia manchi di basi scientifiche tali da giustificarne l’uso è stato sottolineato da più fonti: la British Medical Association, la Royal Pharmaceutical Society, il National Institute for Health and Care Excellence, l’European Academies Scientific Advisory Council nel recente rapporto scientifico "Homeopathy". E il National Health Service ha inserito l’omeopatia in una blacklist di prescrizioni di rimedi alternativi da non rimborsare dal sistema sanitario britannico per non sperperare soldi pubblici.

Recentemente circolava la notizia che lo studio EPI3, condotto in Francia, avesse dimostrato pari efficacia tra farmaci tradizionali e prodotti omeopatici: a quanto pare però (come spiegato qui, qui e qui) si tratta di un sondaggio telefonico tra pazienti che ricorrono a farmaci tradizionali, omeopatici o entrambi, per confrontarne le condizioni di salute.

 

Quanti ricorrono all’omeopatia in Italia?

Secondo Omeoimprese, l’associazione delle aziende farmaceutiche omeopatiche, sono quasi 9 milioni le persone che in Italia ricorrono all’omeopatia almeno una volta all’anno. L’identikit parla principalmente di donne (63%) di età compresa fra i 35 e i 54 anni (55% del totale campione) con una buona occupazione e un buon livello di istruzione.

 

Si affidano all’omeopatia soprattutto per raffreddori e influenza (59%), patologie articolari o muscolari (26%), problemi gastro-intestinali (25%) allergie e disturbi dell’apparato respiratorio (21%), digestione (19%), insonnia (15%).

 

«I cittadini – comunica in una nota Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – devono sapere che i prodotti omeopatici presenti sul mercato non sono stati approvati da nessuna autorità regolatoria: finora era infatti sufficiente una semplice notifica al Ministero della Salute».

 

Ora anche i prodotti omeopatici devono essere (secondo la direttiva 2001/83/CE) nel prontuario farmaceutico e per farlo le aziende produttrici devono (anzi dovevano entro la scorsa estate) presentare all'Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) la documentazione necessaria per ottenere l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio dei loro prodotti, altrimenti dovranno ritirarli dal mercato entro la fine di giugno 2018. Si tratta di una procedura semplificata che non richiede la dimostrazione di efficacia, ma solo della loro sicurezza.

 

Percorso semplificato - comunica Aifa - significa che non sono previste valutazioni sull’efficacia dei prodotti. Più in dettaglio: del prodotto omeopatico non viene valutato se questo è davvero in grado di raggiungere un determinato effetto curativo, l’efficacia appunto, ma è verificata la qualità e la sicurezza del medicinale omeopatico, con riferimento alla conformità delle monografie della Farmacopea Europea (cioè l’insieme di disposizioni tecniche riguardanti il metodo di preparazione e di formulazione, il controllo delle materie prime, i metodi di preparazione dei prodotti finiti). La sicurezza del medicinale è valutata considerando tutti gli aspetti inerenti la sostanza utilizzata e il medicinale finito che ne consentano un uso sicuro del prodotto. Aifa autorizza, quindi, se sono rispettati i requisiti attesi per la qualità e la sicurezza dei medicinali.

 

Il Comitato nazionale per la bioetica ha recentemente rilasciato una “Dichiarazione sull’etichettatura dei preparati omeopatici e sulla trasparenza dell’informazione”, con la quale chiede che le etichette dei preparati omeopatici vengano modificate al fine di ridurre potenziali effetti confondenti e di garantire l’obiettivo di un’informazione corretta, completa e realmente comprensibile. In altre parole chiede che, nell’etichettatura ed eventualmente nel foglio illustrativo dei preparati omeopatici, il termine “medicinale” sia sostituito dal termine “preparato” e la frase “medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate” sia modificata e integrata in questo modo: “preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate”.

 

I prodotti omeopatici, sebbene interamente a carico del cittadino, godono dei medesimi benefici di detraibilità fiscale alle altre spese sanitarie.

 

Dati Federfarma indicano che i prodotti omeopatici nel 2016 hanno rappresentato lo 0,8% del mercato dei farmaci.

 

Per concludere, quale messaggio dare alle mamme e ai papà per la salvaguardia della salute dei propri figli?

 

“Bisogna essere consapevoli che i prodotti omeopatici non procurano nessun rischio ma anche nessuna efficacia. Lo dimostrano gli studi clinici ma basterebbe anche il buon senso – dice Alberto Giovanni Ugazio, immunologo e responsabile dell’Istituto per la salute del bambino e dell’adolescente dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma -.  Non c’è traccia della sostanza che dovrebbero contenere, per cui anche se crediamo in quello che vogliamo credere, dovremmo sapere che le favole non curano”.

 

“Il messaggio – aggiunge Silvio Garattini, direttore dell'IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano - è quello di avere fiducia nella scienza e nella medicina basata sull’evidenza scientifica. I vaccini, per esempio, sono tra i farmaci più sicuri e con minori effetti collaterali ed è dimostrato che proprio grazie a loro sono state debellate gravi malattie spesso mortali. L’omeopatia invece nei suoi oltre 200 anni di vita non è mai riuscita a dimostrare scientificamente la sua efficacia”.


Cosa dire a chi afferma: se hanno un'efficacia comparabile a quella del placebo, che male possono fare?

 

“Se bevo un bicchiere di acqua e zucchero sicuramente non fa male. I dolori in questo caso sono solo per il portafoglio. Il male accade quando acqua e zucchero vengono assunti in sostituzione di medicinali dalla comprovata efficacia per una determinata patologia. E di questo, purtroppo, abbiamo recenti, tragici esempi” afferma Garattini.

 

“Male non fanno – continua Ugazio -. Che dire dunque a una mamma o a un papà che danno un omeopatico al figlio col raffreddore? È una scelta che non approvo ma non obietto: è una scelta che non fa danni. Ben altra cosa invece è dare un omeopatico quando la terapia indicata dalle linee guida è quella antibiotica, come per esempio nel caso dell’otite batterica. Insomma: bisogna distinguere tra disturbi e malattie. Tanti sono i piccoli disturbi quotidiani che possono preoccupare i genitori ma che in realtà passano da soli, in quel caso un omeopatico non interferisce con la guarigione. Quando però dobbiamo curare una malattia, dobbiamo basarci sulle evidenze scientifiche. E le evidenze scientifiche ci dicono che l’omeopatia non è efficace. Pertanto i medici non dovrebbero sottrarre la persona assistita a trattamenti scientificamente fondati e di comprovata efficacia”.

 

Questo, ovviamente, non è un invito ad abusare dei farmaci, ma a usarli solo quando servono e se effettivamente servono. Per il bene della salute e del portafoglio.