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Il neonato di pochi mesi piange ininterrottamente, che cosa faccio?

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22 Gennaio 2015 | Aggiornato il 01 Agosto 2017
Il pianto esprime una richiesta: il bambino non ha altro modo per comunicare eventuali sensazioni di fastidio, dovute per esempio al pannolino sporco o per reclamare la poppata. Bisogna quindi accorrere sempre quando inizia a piangere, per cercare di capire perché sta succedendo.
 

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In generale il pianto esprime una richiesta: il bambino non ha altro modo per comunicare eventuali sensazioni di fastidio (dovute per esempio al pannolino sporco) o per reclamare la poppata. Bisogna quindi accorrere sempre quando inizia a piangere, per cercare di capire perché sta succedendo.

 

 

Nei primi tre mesi di vita spesso compaiono quelle che un tempo venivano chiamate “coliche gassose” e che oggi sono chiamate “crisi di pianto inconsolabile”. Si manifestano, di solito, verso il tardo pomeriggio e sono caratterizzate appunto dalla quasi impossibilità di calmare il bambino, il quale piange e urla a volte dimenandosi e apparendo del tutto estraniato dalla realtà circostante. Un tempo si pensava fossero legate alla presenza di aria nell’intestino (da qui il termine “coliche gassose”) mentre oggi  si attribuiscono alla non ancora completa maturazione dei meccanismi sonno-veglia.

 

Si ipotizza, inoltre, che il pianto sia fine a se stesso, cioè non sia conseguenza di un fastidio o di un dolore avvertito dal bambino. Le crisi di pianto inconsolabile si fronteggiano innanzi tutto armandosi di molta pazienza, nella certezza che, di solito entro i tre mesi di vita, sono destinate a risolversi in modo spontaneo. Per cercare di calmare il pianto si possono tentare vari rimedi, nella speranza di individuarne uno che possa funzionare (cosa che non sempre succede). Tra questi: cullarlo, dargli il ciuccio, fargli il bagnetto, massaggiargli lievemente il pancino,  uscire all’aperto.

 

 

#Non è vero che ogni volta che piange si deve pensare che abbia fame. È sbagliato, in risposta al pianto, offrire immediatamente il seno: questo vale naturalmente solo se è trascorso pochissimo tempo dallultima poppata. Prima di pensare che abbia ancora fame è consigliabile provare a capire se cè altro che lo disturba, per esempio un ruttino che stenta a uscire.

 

(Consulenza della Società italiana delle Cure Primarie Pediatriche