Nutrizione

Le intolleranze e le alternative al latte in lattanti e bambini

Di Simona Regina
biberon_latte
18 Giugno 2018
Crampi, mal di pancia, diarrea… Che fare quando il latte fa star male? Con gli allergologi Alessandro Fiocchi ed Elio Novembre, del Bambino Gesù di Roma e del Meyer di Firenze, parliamo di intolleranza e allergia
Facebook Twitter More

Già Ippocrate aveva notato che alcune persone manifestavano disturbi più o meno fastidiosi dopo aver bevuto latte di mucca. In effetti c’è chi, anche tra i bambini, non può gustare tranquillamente una tazza di latte perché la sua ingestione causa crampi, mal di pancia, diarrea… Perché? Colpa del lattosio o delle proteine del latte? E in un caso o nell’altro, la soluzione è eliminarlo completamente dalla dieta?

 

Ne parliamo con Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù di Roma, ed Elio Novembre, responsabile dell’Unità di Allergologia del Meyer di Firenze.

 

Innanzitutto è bene chiarire che il latte non è l’unico alimento che può causare reazioni avverse e che parlando di reazioni avverse al cibo bisogna distinguere tra allergie e intolleranze. Le prime sono mediate da meccanismi immunologici, le intolleranze invece non sono provocate dal sistema immunitario. Entrambe sono reazioni non tossiche, a differenza per esempio dell’avvelenamento da funghi, che è appunto una reazione tossica causata dalla presenza di tossine, i cui effetti variano a seconda della quantità di funghi ingerita.

 

Cos’è un’intolleranza alimentare

«Si parla di intolleranza alimentare, e non di allergia, quando l’ipersensibilità a un alimento e la reazione non sono provocate dal sistema immunitario» spiega Novembre.

 

Esistono diverse tipologie di intolleranze alimentari:

  • enzimatiche: sono quelle determinate dall’incapacità dell’organismo di metabolizzare alcune sostanze ingerite. Esempi di intolleranze enzimatiche sono quella al lattosio, il favismo.
  • farmacologiche: sono quelle che alcuni manifestano a determinate molecole presenti in alcuni cibi. In alcuni casi, la reazione può essere dovuta ad alcuni additivi aggiunti agli alimenti (anche se non è ancora ben chiaro se in questo caso si tratti di intolleranza o di allergia)
  • pseudoallergiche: sono quelle che dipendono da un’eccessiva assunzione di sostanze che entro una certa soglia sono tollerate dall’organismo, oltre invece possono causare reazioni avverse (per esempio alimenti ricchi di istamina, glutammato, solfiti).

L’intolleranza al lattosio

La più comune intolleranza enzimatica è quella al lattosio.

 

Il lattosio è lo zucchero contenuto nel latte. Prima di essere assorbito e utilizzato come energia dall’organismo, deve essere scomposto (in glucosio e galattosio). Questa operazione è eseguita da un enzima: la lattasi. Inevitabilmente, se non viene prodotta lattasi a sufficienza, una parte del lattosio non viene scomposto e di conseguenza può non essere digerito. Una scarsa produzione di lattasi, infatti, non implica necessariamente l’intolleranza al lattosio. Del resto è fisiologico che dopo lo svezzamento, la produzione di questo enzima diminuisca per poi ridursi drasticamente tra i cinque e i dieci anni, ma non per questo tutti manifestano reazioni avverse bevendo a colazione una tazza di latte e poi, crescendo, un cappuccino.

 

Il lattosio non scatena reazioni allergiche, ma difficoltà di digestione per il deficit della lattasi.

«In Italia meno del 5% della popolazione generale risulta intollerante al lattosio» spiega l’allergologo del Meyer. «Ma è molto raro che lo siano i bambini, ancor di più i lattanti» aggiunge Fiocchi.

 

Sintomi

Chi è intollerante, più lattosio ingerisce, più manifesta sintomi evidenti. Si parla in questo caso di sintomatologia dose-dipendente (al contrario, in caso di allergia bastano anche piccolissime quantità dell’alimento a scatenare i sintomi). Per lo più, i sintomi dell’intolleranza al latte sono circoscritti all’apparato gastro-intestinale e non sono gravi seppur possono essere fastidiosi: flatulenza, diarrea, gonfiore e dolori addominali, vomito, perdita di sangue con le feci. Compaiono a breve distanza dall'assunzione di latte. Anche se il malessere, causato dalla fermentazione del lattosio non digerito e assorbito dalla flora microbica intestinale, può manifestarsi anche a distanza di un po’ di tempo (per esempio il giorno dopo).
 

Diagnosi

La diagnosi di intolleranza al lattosio si fa per esclusione. In pratica, si elimina il latte dalla dieta per 2-3 settimane e poi lo si reintroduce per altre 2-3 settimane. Se nel periodo senza latte il bambino non manifesta sintomi, che al contrario si ripresentano nel momento in cui viene reintrodotto nella dieta, si ha la confema che si tratta di una reazione avversa al cibo.

Ci si basa sulla storia clinica: ovvero sul rapporto tra consumo di latte e sintomi.

E per accertare che si tratti proprio di intolleranza al lattosio si può eseguire il breath test al lattosio: si fa cioè assumere al bambino una quantità di lattosio sciolto in acqua e si misura la quantità di idrogeno nel respiro, perché l'idrogeno è prodotto dai batteri a partire dal lattosio indigerito quindi la sua concentrazione è proporzionale al grado di mal digestione del paziente.

In caso di dolore addominale ricorrente notturno, vomito persistente, disfagia, febbre ricorrente, perdita di peso o arresto della crescita, meglio indagare più approfonditamente per escludere una patologia organica. In assenza di questi sintomi, fatta la diagnosi di intolleranza al lattosio si esclude il latte dalla dieta.

 

Terapia

In caso di intolleranza alimentare, si deve eliminare dalla dieta o consumare in piccole quantità l’alimento che provoca la reazione. Nel caso del lattosio, quindi, il latte e alcuni derivati: i formaggi più sono stagionati meno lattosio contengono, ce n’è pochissimo anche nello yogurt e in altri prodotti caseari a base di latte già digeriti da batteri aggiunti, mentre attenzione alle etichette dei cibi pronti perché potrebbero contenere lattosio.

Il pediatra può ritenere opportuno suggerire integratori alimentari per garantire il corretto introito di calcio.

Non sempre però è necessario eliminare completamente il latte (e formaggi freschi), perché basta non superare la quantità di lattosio che può essere tollerata senza scatenare sintomi. Quindi, si tratta di individuare la dose massima di latte tollerata e attenersi a quella dose nell'alimentazione del bambino.

 

Se il cibo fa star male, non sempre è un’intolleranza

 

Circa il 2,5% dei neonati durante i primi anni di vita è diagnosticato allergico al latte di mucca

 

Allergia alimentare

Se il lattosio, quindi lo zucchero del latte, può scatenare intolleranza, le proteine del latte possono causare reazioni allergiche

 

Per allergia alimentare si intende una risposta anomala del sistema immunitario, scatenata dal contatto con un cibo etichettato come nemico. In particolare l’allergia al latte scatena la reazione (un’eccessiva produzione) di anticorpi di tipo IgE.

 

«L’allergia al latte può comparire nei primi mesi di vita. Si diventa allergici dopo il contatto con l’alimento allergizzante» spiega Fiocchi.

In caso di reazioni allergiche nei lattanti, le proteine del latte vaccino sono le prime da tenere sotto controllo perché le formule artificiali che sostituiscono il latte materno sono a base di latte di mucca. In seguito, arricchendo via via la dieta del bambino, altri alimenti possono causare allergia. I più frequenti sono:
- l'uovo;
- il grano;
- la soia;
- con la crescita anche il pesce (merluzzo, trota, sogliola);
- alcuni tipi di frutta a guscio e legumi (noce brasiliana, mandorle, nocciole, arachidi).

 

Nel linguaggio comune spesso allergia e intolleranza vengono usati come sinonimi e impropriamente. È il caso dunque di ribadire che una reazione avversa al cibo può essere causata da:
- una allergia alimentare
- una carenza di enzimi digestivi  (come nel caso dell’intolleranza al lattosio per deficit di lattasi)
- un difetto del metabolismo degli zuccheri (es. fruttosemia); 
- effetti tossici dell'alimento (per esempio per contaminazione di anisakis, il parassita presente nel pesce crudo o poco cotto, avvelenamento da funghi); 
- intolleranza al glutine (celiachia); 
- idiosincrasia (reazione anormale in relazione alla quantità di cibo, agli additivi alimentari).

 

Sintomi

Il sintomo più temuto di un’allergia alimentare è lo shock anafilattico: difficoltà respiratorie, brusco abbassamento della pressione, perdita di coscienza. In tal caso è necessario andare subito in pronto soccorso.

 

«Nella maggior parte dei casi le reazioni sono a carico degli organi di contatto, quindi dell'apparato digerente – con vomito, dolori addominali, diarrea, feci con sangue – e della pelle, con immediate reazioni cutanee» spiega l’allergologo dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

 

I sintomi infatti generalmente compaiono da pochi minuti a qualche ora dal pasto che ha procurato il contatto con le proteine allergizzanti. Quindi la comparsa di tali reazioni dopo aver dato il biberon o dopo che il bimbo abbia bevuto una tazza di latte può far sorgere il sospetto di allergia alimentare. Anche se si tratta di sintomi non affatto specifici: molto spesso infatti dipendono da altre malattie gastrointestinali come la gastroenterite acuta infettiva o altre malattie infiammatorie intestinali.

 

L’allergia può anche innescare reazioni respiratorie: rinite, congiuntivite, tosse, asma. Così come anche la dermatite atopica del primo anno di vita può essere aggravata da un'allergia alimentare.

 

La diagnosi

Per diagnosticare l’allergia alle proteine del latte, si parte dalla storia clinica del bambino (familiarità, sintomi, intervallo tra assunzione dell'alimento e comparsa dei segni clinici) e si procede con una visita accurata (esame obiettivo)

Per confermare il sospetto si esegue il prick test. È una prova cutanea: si applica cioè sulla cute dell'avambraccio una goccia di estratto dell'alimento, si punge delicatamente la pelle e si osserva la reazione locale. E per completare l’iter diagnostico, si fa prelievo del sangue per cercare gli anticorpi IgE specifici (RAST test).

 

La prova decisiva, però, per dimostrare che il latte sia effettivamente la causa dei sintomi, è la sua esclusione dalla dieta (per 2-3 settimane). «Se i sintomi sono comunque presenti, dobbiamo necessariamente concludere che il latte non ha nulla a che vedere con i disturbi che stiamo cercando di diagnosticare. Se invece i sintomi sono scomparsi o si sono ridotti, dovrà essere nuovamente introdotto l'alimento (test da carico) in un ambiente ospedaliero adeguatamente attrezzato, in modo che in caso di reazioni avverse serie, si possa intervenire opportunamente. Se i sintomi ricompaiono, avremo la prova inequivocabile dell’allergia al latte» spiega Fiocchi.

A questo punto, se il test di scatenamento dimostra che i disturbi sono causati dal latte, andrà eliminato dalla dieta. Almeno fino ai 5-6 anni: a questa età infatti la stragrande maggioranza dei bambini allergici guarisce.

 

«Non ci si può affidare a metodiche alternative per la diagnosi: solo il dosaggio delle IgE specifiche, il test cutaneo e soprattutto il test da carico sono in grado di smascherare una allergia al latte» sottolinea Fiocchi. Che aggiunge: «L'allergia al latte non deve essere sospettata solo davanti a reazioni gravi, ma anche quando un bambino ha diarrea frequente, eczema, scarsa crescita e/o asma persistente. Inoltre, quando si elimina il latte dalla dieta è necessario togliere anche i formaggi, i dolci e i gelati; ma non è necessario togliere gli alimenti che contengono lattosio perché non è una proteina ma uno zucchero».

 

«Le diete di esclusione vanno prescritte dall'allergologo pediatra» raccomanda Novembre.

 

Nei casi in cui le allergie non si risolvano spontaneamente dopo il sesto anno di vita, si può intraprendere un percorso di desensibilizzazione. «Assolutamente no al fai da te» ribadiscono gli allergologi. È opportuno farlo in un ospedale dotato di personale esperto e dedicato alla gestione dei piccoli pazienti.

La desensibilizzazione consiste nell’introdurre nella dieta del bambino, prima in piccolissime quantità il latte (in generale l’alimento allergizzante) e poi in dosi man mano crescenti il latte, in modo da educare l’intestino a riconoscerlo e a tollerarlo.

 

Assunzione involontaria del cibo allergizzante 
I sintomi provocati da un'involontaria assunzione di latte vaccino vanno curati in base alla gravità della reazione. Se compaiono orticaria, gonfiore, rinite, spasmi (bronchiale e/o laringeo) vi è un forte rischio che il bambino vada incontro a shock anafilattico: si deve quindi ricorrere tempestivamente alla terapia di emergenza (siringa auto iniettabile di adrenalina, antistaminico e cortisone) e accompagnare il bambino al più vicino pronto soccorso

 

Le alternative al latte di mucca

Il latte materno è l’alimento migliore che si possa offrire ai neonati. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento al seno esclusivo per almeno i primi 6 mesi e poi il più a lungo possibile, secondo il desiderio di mamma e bambino. Se la mamma non allatta, il latte vaccino è ampiamente usato come suo sostituito (nei latti di mucca formulati), ma che fare con i bambini e le bambine allergici alle sue proteine e, seppur in numero davvero esiguo, intolleranti al lattosio?

 

 

I neonati allattati esclusivamente al seno e i bambini di più di due anni non hanno bisogno di sostituire il latte vaccino, se viene fornito un adeguato apporto di calcio (600-800 mg/die).

 

«Come spieghiamo sulla rivista World Allergy Organizazione Journal - dice Fiocchi - di fronte a un bambino allergico al latte di mucca, il pediatra prescrive una dieta di evitamento e quindi indica un sostituto. Il migliore è il latte materno togliendo dalla dieta della mamma i prodotti a base di latte (per evitare il contatto con le proteine che innescano la reazione allergica nel bambino)».

 

Ovviamente, in caso di mancato allattamento al seno, il pediatra suggerisce una formula sostitutiva: quale, dipende dal tipo di reazione allergica, come indicato nelle linee guida (Diagnosis and Rationale for Action Against Cow’s Milk Allergy) dell'Organizzazione mondiale sulle allergie.

Perché allergia che hai rimedio che trovi. In generale comunque ci sono diverse alternative che sostituiscono il latte in maniera nutrizionalmente valida e con un gusto apprezzabile.

 

In caso di grave intolleranza al lattosio, è possibile sostituire il latte vaccino con latte delattosato o con latte di soia (da evitare però nei primi sei mesi di vita per l'alto rischio di allergizzazione e rischi nutrizionali). 

 

In caso di allergia, invece, nel primo anno di vita, si può ricorrere a formule idrolizzate di riso (è uno degli alimenti di base meno allergenici), oppure a prodotti per l'infanzia a base di proteine del latte vaccino (sieroproteine o caseine) sottoposte a processi di digestione enzimatica, che consentono una crescita adeguata in attesa di una spontanea risoluzione della patologia che avviene nella maggioranza dei casi entro il terzo anno di vita. Nei casi più gravi si ricorre ad alimenti costituiti da miscele di aminoacidi, i componenti elementari delle proteine, la cui sicurezza è ben documentata e che forniscono un’adeguata nutrizione promuovendo l’aumento di peso e favorendo la crescita.

 

Fonti

Allergie e intolleranze alimentari - Ministero della Salute

Allergie e intolleranze - Ministero della Salute

Allergia alimentare - Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

Intolleranza al lattosio - Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

Intolleranze alimentari - Epicentro

Le Linee Guida DRACMA (diagnosi e terapia dell’allergia alle proteine del latte vaccino)

Food Allergy

Cow’s milk allergy: towards an update of DRACMA guidelines