Nanna

Bebè a nanna nel lettone? No, meglio nel cododo

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06 Novembre 2013
È un’apposita culla dotata solo di tre pareti e aperta su un lato che viene agganciata al letto dei genitori, diventandone un’estensione. E consentendo alla novella mamma di avere sempre accanto a sé il suo piccolo. Ma non tutti i pediatri e gli psicologi infantili sono d’accordo con questa pratica
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Per una neomamma non c’è nulla di più intenso, di più tenero, di più bello che dormire insieme al suo bebè: un’abitudine che, nella maggior parte delle culture, resiste anche dopo i primi giorni successivi al parto. In Occidente, invece, mamma e piccolo vengono separati già in ospedale: uno a nanna nella nursery, l’altra nella sua stanza.

E a casa cambia poco: i genitori nel lettone e il neonato nella sua culla, magari vicina al letto dei genitori, magari nella stessa stanza, ma a meno di situazioni particolari, il lattante dorme da solo nel suo lettino.

La tradizione di condividere tutti lo stesso letto, che nel Vecchio continente (dove era la normalità sino all’inizio del secolo scorso) fino a poco tempo fa restava viva solo in Svezia e in Norvegia, sta però ora tornando in auge: è il cododo, pratica che negli anni si è comunque ‘modernizzata’. Ora, infatti, il bebè non dorme più in mezzo ai genitori ma in un’apposita culla che, dotata solo di tre pareti e quindi aperta su un lato, viene agganciata al lettone diventandone un’estensione. E consentendo alla novella mamma di avere sempre accanto a sé il suo piccolo.

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Cododo sì o no?

Il cododo, però, continua a dividere gli esperti tra chi è favorevole e chi invece si mostra assolutamente contrario a questa pratica. Philippe Grandsenne, pediatra e autore di diversi libri sui bambini, ad esempio, in un intervento sulla rivista francese Famili sostiene che questa pratica “mantiene la fusione madre-bambino, cosa che non incoraggia, a tempo debito, la separazione. E oltretutto esclude il padre”. Inoltre, sottolinea lo specialista, “non credo proprio che una madre possa riposarsi così bene con il suo bebè nel letto, è più comodo far dormire il piccolo nella sua culla posizionata vicino al letto”. E se proprio la neonamma sente il bisogno di mantenere il contatto con il neonato, “si può pensare di accoglierlo nel letto per qualche giorno, magari per due o tre settimane. Ma di sicuro non di più: lo si può fare per il tempo strettamente necessario affinché la neomamma si rassicuri”.

E anche per Jacky Israel, collega di Grandsenne e autore di Bebè, dimmi perché piangi, “un neonato – spiega alla rivista - ha bisogno di appropriarsi del proprio sonno. E questo non è possibile quando dorme vicino alla mamma. Mi sento di incoraggiare la pratica del co-sleeping solo in alcuni casi: quando, ad esempio, la mamma è inquieta e insicura, magari perché il bambino piange davvero molto e di continuo. Ma si deve trattare di una situazione temporanea, che duri due o tre mesi al massimo, giusto per consentire alla mamma di prendere coscienza delle proprie capacità materne”. E non va sottovalutato neppure il fatto che, facendo dormire il neonato nel letto, l’intimità della coppia è a rischio. Il consiglio dei due esperti è dunque quello di dormire tutti nella stessa stanza, ma di tenere il bebè in un lettino separato, così da abituarlo pian piano, anche quando sarà più grandicello, a dormire da solo nella propria stanza.

Se molti pediatri e psicologi infantili, però, dicono “no” al cododo l’opinione non è certo unanime. Anche perché diversi studi, tra i quali in particolare uno della dalla Stony Brook University di New York, hanno dimostrato che la condivisione del letto non influirebbe affatto sullo sviluppo psicologico del bebè, e che i bambini che dormono regolarmente nel lettone con i genitori non mostrano nessun tipo di problema cognitivo, sociale o relazionale rispetto a quelli che dormono soli. Il co-sleeping, al contrario, consentendo un allattamento più facile (alla mamma basta allungare un braccio per portarsi al seno il piccolo) favorirebbe la produzione di latte e garantirebbe un riposo migliore sia alla mamma (che evita di alzarsi per allattare) sia al neonato (che trova subito risposta alle proprie richieste).

Per quanto riguarda la sicurezza di questa abitudine, invece, gli studi scientifici sono contrastanti: se un rapporto pubblicato su Behavioral Sleep Medicine sostiene che porre il bambino a strettissimo contatto con i genitori diminuisce il rischio di incidenti, stando a un secondo studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine il “co-sleeping” moltiplica per 5 il rischio di Sids, di soffocamento o di schiacciamento da parte dei genitori a causa dei movimenti durante il sonno.

(LEGGI ANCHE: TUTTO SULL'ALLATTAMENTO)

Cododo, i consigli pratici

Per chi dovesse decidere a favore del cododo, comunque, la rivista Famili dà alcuni consigli pratici:

1 - anzitutto, bisogna verificare che la culla speciale sia ben fissata al lettone, e l’aggancio va controllato regolarmente.

2 - bisogna accertarsi che il bambino non possa cadere o rimanere incastrato nella fessura tra il materasso del suo lettino (che non dev’essere troppo morbido) e quello del letto matrimoniale.

3 - Infine, nell’area di letto destinata al bambino non vanno posizionati cuscini e trapunte o piumoni (che potrebbero provocare il soffocamento), e il piccolo deve sempre essere messo a dormire sulla schiena.

4 - L’ultimo consiglio vale per tutti, sia che il bambino dorma nel lettone sia che abbia una sua culla a parte nella camera dei genitori: la temperatura non dev’essere troppo elevata, per dormire bene l’ideale è tra i 19 e i 20 gradi.

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