Sonno bambini

2 strategie per educare al sonno i bambini: esperti a confronto

Di Simona Regina
nannaneonato3
01 Giugno 2016
Uno studio australiano, pubblicato su Pediatrics, rassicura i genitori sull'uso di alcune tecniche per educare i bambini a dormire tutta la notte. Ma iI dibattito è aperto e non tutti sono d'accordo
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C’è chi non si addormenta facilmente. Chi si sveglia una o più volte durante la notte. E chi, dopo essersi svegliato, fa fatica a riprendere sonno. Ordinaria routine per molti neogenitori, considerato che il sonno dei neonati è diverso da quello degli adulti: questione di maturazione del cervello, dei circuiti che regolano i cicli di sonno e veglia. L’interruzione del sonno, però, può diventare fonte di stress, perché un sonno interrotto non è ristoratore.

 

Allora che fare? Bisogna armarsi di pazienza, nella consapevolezza che non sarà così per sempre. Ma secondo un team di ricercatori della Flinders University di Adelaide, in Australia, si possono mettere in pratica, senza sensi di colpa, alcune strategie per favorire il sonno dei bambini e, di conseguenza, riposare meglio tutti.

 

La ricerca pubblicata su Pediatrics

Sulla rivista Pediatrics, il team illustra lo studio che ha condotto, coinvolgendo 43 bambini (6-16 mesi), per valutare gli effetti di alcuni approcci comportamentali di sleep training. I neonati sono stati suddivisi in tre gruppi (di cui uno di controllo). In pratica, ai genitori dei bambini del gruppo “estinzione graduale del pianto” è stata data l’indicazione di non intervenire subito in caso di risveglio, ma di lasciare trascorrere periodi di tempo precisi, e di prolungarli gradualmente. Mentre ai genitori dei bambini del gruppo “bedtime fading” è stato consigliato di ritardare di qualche minuto, sera dopo sera, il momento della nanna (Qui le indicazioni).


Contestualmente, i genitori hanno dovuto tenere un diario del sonno, le mamme sono state invitate ad auto-valutare il proprio livello di stress e il proprio umore, il sonno dei bambini è stato monitorato con l’actigrafia e, attraverso i livelli di cortisolo rilevati (al mattino e al pomeriggio) nei campioni di saliva, è stato misurato lo stress dei bambini.
 

Strategia 1: se si sveglia nel cuore della notte


Non prendetelo subito in braccio, in modo che impari ad autoconsolarsi e a riaddomentarsi da solo. È questa, in sostanza, una delle (controverse) strategie esaminate dal team dell’università australiana, coordinato dall’esperto del sonno Michael Gradisar. Rispetto al gruppo di controllo, i ricercatori hanno riscontrato che i bambini i cui genitori hanno utilizzato questo metodo si addormentano in media 13 minuti prima e si svegliano molto meno spesso durante la notte.
 

Strategia 2: se fa fatica a prendere sonno


L’altra strategia è finalizzata invece a facilitare l’addormentamento. Come? Posticipando via via di qualche minuto il momento di mettere a letto il proprio figlio o la propria figlia, in modo che crolli prima. Anche in questo caso il team ha registrato tempi più brevi (una diminuzione di 10 minuti) per cadere tra le braccia di Morfeo, nessun cambiamento invece in merito ai risvegli notturni.
 

No stress per mamme e bambini


Quando, dopo 12 mesi, i ricercatori hanno valutato gli effetti di queste due forme di educazione al sonno, non hanno riscontrato differenze significative, rispetto al gruppo di controllo, nel livello di stress infantile, misurato attraverso il cortisolo, e nell’attaccamento genitore-figlio. In altre parole, secondo il team australiano queste strategie non causano problemi emotivi, comportamentali e non intaccano la relazione madre-bambino, ma possono contribuire a (far) vivere meglio il sonno.  


E se da un lato Gradisar ha sottolineato che “è naturale che i genitori si preoccupino se i loro bambini piangono al momento di addormentarsi”. D’altro canto, ha ribadito che “è ben documentato che la privazione del sonno può causare disagio familiare, come per esempio la depressione materna”.

 

Allora i due metodi che il suo team ha preso in considerazione possono essere eventuali strade da percorrere perché sembrano non avere “effetti negativi sul bambino o sulla famiglia”. Ma lo stesso Gradisar ha dichiarato che sono necessari ulteriori studi per validare i risultati ottenuti.


Dal canto suo Michael Goodstein, ricercatore alla Pennsylvania State University, ricorda ai genitori l’importanza di dare tempo al tempo. “Spesso i genitori pensano che i neonati possano dormire tutta la notte molto prima di quando sono fisiologicamente pronti per farlo”. 
 

Un dibattito aperto


L’estinzione graduale è un metodo che non trova un consenso universale tra i medici che si occupano del sonno dei bambini. E se c’è chi sottolinea l’assenza di effetti a lungo termine nell’uso di questo tipo di tecniche (per esempio questo studio pubblicato su Pediatrics nel 2012), l’Associazione Culturale Pediatri più volte ha ribadito che “la fisiologia dell’essere umano prevede che riceva delle cure di tipo prossimale da parte della madre e degli adulti che se ne prendono cura, e che la pretesa che un bambino piccolo si addormenti da solo e dorma per tutta la notte senza richiedere la presenza e il contatto dell’adulto, oltre a essere antifisiologica e irrealistica, può provocare confusione nei genitori e grande stress nei bambini”.


“Il dibattito è aperto” commenta Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale e autrice del libro "I cuccioli non dormono da soli". Ed evidenzia alcuni limiti dello studio della Flinders University: “il campione è molto piccolo (solo 43 neonati), non viene presa in considerazione la modalità di allattamento che, inevitabilmente, influenza i ritmi del sonno e poi, per avere una misura più esaustiva del cortisolo, l’ormone dello stress, sarebbe più opportuno fare l’esame delle urine e non della saliva. Il cortisolo è un ormone fluttuante e attraverso le urine si ha la misurazione nelle 24 ore, le loro invece sono relative al momento in cui si preleva il campione di saliva”.

 

Non ignorare il pianto dei bambini            

       
Detto questo, Bortolotti ricorda che “il pianto è un segnale che i bambini usano per comunicare con i genitori e in generale con chi se ne prende cura. Ignorarlo non serve a risolvere il disagio che in quel momento provano, ma insegna a non cercare conforto emotivo quando ne hanno bisogno. Inoltre, ignorare costantemente il pianto dei bambini provoca uno scombussolamento degli ormoni dello stress e un’iperattivazione del sistema endocrino. E, in definitiva, è più probabile che i bambini sviluppino un attaccamento di tipo sicuro se i loro segnali ricevono risposte adeguate”.


Meglio allora optare per l’altra strategia esaminata dai ricercatori australiani: ritardare cioè l’addormentamento? “Non credo. È importante cogliere i segnali di sonno che il bambino lancia. Per più motivi: è un momento di relazione importante, fa sì che acquisisca fiducia in sé, nella sua capacità di comunicare, e che non arrivi stremato ed eccessivamente stanco”. Insomma, secondo la psicologa l’idea di ritardare l’ora della nanna, nella convinzione che così crolli prima, può essere controproducente.


In attesa allora che ulteriori studi confermino o meno i risultati del team di Gradisar, Bortolotti manda un messaggio ai genitori: “la fisiologia del sonno fa sì che a tre anni circa i bambini dormano tutta la notte”. 


Nel frattempo, per rendere meno arduo il compito di farli addormentare è preferibile creare un’atmosfera rilassante che concili il sonno: un bagnetto, un massaggio, la lettura di un libricino, una canzoncina, no invece a giochi troppo eccitanti e rumorosi. “Ognuno trova il suo modo”. E se si svegliano di notte, è importante far percepire la propria presenza rassicurante: a volte un po' di carezzine e parole dolci sussurrate possono facilitare il riaddormentamento (ovviamente se il risveglio non è stato dettato dalla fame o dal pannolino da cambiare).

Guarda anche il video: come alleviare le coliche del neonato