Co-sleeping

Sonno dei bambini: sette miti da sfatare sul co-sleeping

Di Valentina Murelli
cosleeping
09 Marzo 2016 | Aggiornato il 30 Ottobre 2018
Nel libro "I cuccioli non dormono da soli" la psicologa perinatale Alessandra Bortolotti affronta la spinosa questione del sonno condiviso. Con un obiettivo preciso: non fornire ricette preconfezionare ma aiutare i genitori a fare scelte consapevoli.
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I cuccioli non dormono da soli. Si intitola così il libro (Mondadori, 2016 ) della psicologa perinatale Alessandra Bortolotti,

esperta di allattamento al seno, accudimento dei bambini basato sul contatto e sonno infantile. E proprio a questo tema - il sonno dei piccoli - è dedicato il libro. Dimenticate i classici manuali su metodi e regole per far dormire i bambini. Qui il punto di vista è completamente diverso: aiutare i genitori a diventare davvero consapevoli delle loro scelte, qualunque esse siano, anche se vanno controcorrente. Anche se, per esempio, portano mamme e papà a dormire con i loro cuccioli, in modo occasionale o continuato, nella stessa stanza o addirittura nello stesso letto.

 

L'autrice lo dichiara apertamente: il libro non vuole suggerire ai genitori come devono far dormire il loro bambino, ma vuole fornire loro il maggior numero possibile di informazioni su una questione spinosa come il sonno condiviso, o co-sleeping o bed-sharing. Informazioni basate su evidenze scientifiche, ma dove le scienze prese in esame non sono solo quelle mediche, ma anche la psicologia e l'antropologia.

 

Il punto di partenza di tutta la questione è proprio culturale più che scientifico. "La nostra cultura educativa è basata sul distacco precoce dei bambini, in nome della loro presunta autonomia e indipendenza" scrive Bortolotti. Così, diventa normale che i "bambini debbano dormire da soli e per tutta la notte il prima possibile, che debbano lasciare il seno entro il primo anno di vita, che si debbano adattare ai ritmi degli adulti e che la dimensione di ignoto, incertezza e novità determinata dall'arrivo di un neonato debba essere in qualche modo controllata".

 

E ancora, secondo Bortolotti è una cultura che tende a ignorare le emozioni dei bambini, specialmente quelle negative. Il risultato è il proliferare di indicazioni, consigli, metodi piuttosto rigidi, che puntano a insegnare ai genitori come ottenere che il bambino li assecondi: non pianga, non urli, dorma da solo nel suo lettino e così via.

 

Questo atteggiamento culturale - sostiene Bortolotti - impedisce ai genitori di mettersi in ascolto autentico del proprio bambino e della propria relazione con lui, non lascia spazio all'istinto materno e paterno, spinge mamme e papà a uniformarsi per evitare di finire nel mirino dei giudizi negativi di chi li circonda, che si tratti di pediatri o altri esperti, tate, familiari, amici.

 

Bene, è proprio questo circolo vizioso che l'autrice punta a scardinare con il suo libro, offrendo informazioni, spunti di riflessione, strumenti, perché ogni genitore possa decidere da solo in che direzione muoversi, soprattutto rispetto a comportamenti per lo più socialmente condannati - come allattare a lungo o dormire insieme - ma che invece sono naturali e non hanno di fatto controindicazioni basate su evidenze scientifiche. In una parola, punta all'emporwment di mamme e papà.

 

Tenendo presente questo obiettivo, l'idea di fondo è dimostrare che attorno alla nanna dei bambini aleggiano molti falsi miti, ormai profondamente radicati ma appunto privi di validità scientifica.

 

I principali falsi miti esaminati nel libro

 

1. Se decidi di far dormire con te il tuo bambino, lui non sarà mai autonomo e indipendente. Devi abituarlo il prima possibile a dormire da solo nella sua stanza.


Bortolotti scrive che non c'è nessuno studio scientifico che sostenga la validità di questo pregiudizio, che per altro è radicato solo nella società occidentale. "Nelle altre culture, neonati e bambini dormono nella stessa camera, spesso perfino nello stesso letto di chi si prende cura di loro, anche fino all'adolescenza".

 

La psicologa chiama anche in causa la storia evolutiva dell'essere umano: "Per i nostri figli la notte è simbolo di assenza, buio, silenzio e mancanza di sicurezza, anche se non viviamo più nelle caverne come i nostri antenati". Naturale che sia anche un momento in cui si cercano conforto e rassicurazioni.

 

Voler dormire vicini a mamma e papà non è un vizio, ma un bisogno. E soddisfarlo non significa mettere a rischio la possibilità del bambino di crescere autonomo e indipendente.

Anzi: vari studi collegano proprio l'accudimento basato sul contatto - che può comprendere anche il fatto di dormire insieme - e la capacità del bambino di sviluppare un solido senso di indipendenza.


2. Tutti i bambini sono in grado di dormire da soli e per tutta la notte a partire dal sesto mese di vita, o addirittura prima.


Magari! Bortolotti, invece, spiega che i risvegli notturni dei bambini sono fisiologici fino ad almeno 3-5 anni di vita. Certo, ce ne sono alcuni che fin da molto piccoli si svegliano raramente o mai, ma più di frequente accade che i bambini si sveglino spesso. Ecco, in questo caso non bisogna preoccuparsi: è un fatto normale, perché "funzionano" proprio così.

 

I bambini dormono in modo diverso rispetto agli adulti. Per esempio, passano più tempo nella cosiddetta fase REM, quella in cui si sogna e in cui è più facile svegliarsi. Inoltre tendono a passare più spesso da una fase all'altra del sonno: altro aspetto che facilita i risvegli. Tutte differenze che avrebbero a che fare con i processi di maturazione del cervello.

 

Quindi: se il tuo bambino si sveglia spesso non significa che c'è qualcosa che non va e che soffre di disturbi del sonno. Più che il numero di risvegli notturni, a preoccupare dovrebbe essere l'incapacità del bambino a riaddormentarsi dopo essersi svegliato. "I bambini con disturbi del sonno non sono quelli che si svegliano di frequente la notte, ma quelli che dopo essersi svegliati non si riaddormentano per ore" scrive la psicologa.

 


3. Tuo figlio non si sveglierà più se smetti di allattarlo al seno e passi al latte artificiale


Non è affatto scontato. Con alcuni bambini succede: si tolgono le poppate notturne al seno e loro dormono per tutta la notte. Del resto, i piccoli allattati artificialmente hanno tempi di digestione più lunghi tendono a svegliarsi meno. La regola però non è ferrea: altri bambini non smettono affatto di svegliarsi, e per di più le loro mamme si ritrovano senza uno strumento utilissimo per farli riaddormentare.

 

4. La mamma che allatta al seno anche di notte dorme male


È  vero: i bambini allattati al seno tendono a svegliarsi più spesso, perché hanno tempi di digestione più veloci e attraversano fasi di sonno meno profondo. Questo però non significa che la mamma dorma per forza poco o male: in genere, i ritmi di sonno e allattamento di mamme e bebé sono sincronizzati, addirittura da prima della nascita, e gli studi suggeriscono che questa sincronia protegga la qualità del sonno di mamme e bambini.

 

Bortolotti riporta le parole dell'antropologa Helen Bell, direttore del Parent&Infant Sleep Laboratory dell'Università di Durham, in Inghilterra: "Diversi studi hanno rilevato che, sebbene la condivisione del letto con madri che allattano comporti risvegli più frequenti per la poppata, esse rimangono sveglie per periodi più brevi, riaddormentandosi più in fretta e più a lungo di chi dorme su superfici separate".

 

5. I metodi e le ricette per far dormire un bambino da solo sono sicuramente innocui e non hanno conseguenze a lungo termine


Parliamo di metodi che dovrebbero insegnare al bambino, in modo più o meno "duro", ad addormentarsi da solo e a dormire tutta la notte. Il più noto è sicuramente il cosiddetto metodo Estivill, che prevede di lasciar piangere il piccolo per intervalli di tempo crescenti, fino a che non impara a non lamentarsi più quando viene messo a letto. Un altro esempio è quello del metodo EASY, proposto dalla puericultrice inglese Tracy Hogg nel libro Il linguaggio segreto dei neonati.

 

Naturale che a un genitore affaticato dai frequenti risvegli notturni del figlio venga la tentazione di provarli, e spesso sono addirittura pediatri, ostetriche o tate a consigliarli. Nella convinzione che al massimo non funzioneranno, ma saranno comunque innocui. Per Bortolotti, però, le cose non stanno esattamente così.

 

Tanto per cominciare, scrive, non ci sono prove solide che funzionino davvero: alcuni studi sembrano suggerire che possano funzionare a breve termine, ma non sul lungo periodo. Non solo: possono essere fonte di grande stress sia per i bambini sia per gli adulti che li mettono in pratica. Più stress significa maggiore produzione di cortisolo, un ormone che viene appunto prodotto in risposta a situazioni stressanti. E più cortisolo nell'infanzia potrebbe significare minore capacità di reagire allo stress nella vita adulta.

 

Ipotesi, certo, ma sulle quali vale la pena spendere un pensiero prima di decidere come far dormire il proprio cucciolo.

 

6. Condividere il letto è sempre una scelta pericolosa


In genere, quando si parla di cosleeping si parla anche di morte il culla, la SIDS. In effetti, in passato alcuni studi hanno suggerito un aumento del rischio di SIDS in caso di sonno condiviso, e molte società pediatriche, a partire da quella americana, American Academy of Pediatrics, sconsigliano vivamente questa scelta.

 

In un capitolo dedicato al tema, però, Bortolotti approfondisce questi aspetti, sottolineando come molti studi non abbiano distinto tra situazioni differenti (per esempio, il fatto che il bambino fosse allattato al seno o artificialmente, cosa che ha profonde ripercussioni sul tipo di sonno del piccolo e della mamma) e tra fattori di rischio differenti.

 

Alcuni fattori di rischio sono ormai riconosciuti come decisamente importanti, e sono in particolare il fatto di lasciare il bambino a dormire a pancia in giù - il piccolo dovrebbe essere messo SEMPRE a pancia in su - e l'esposizione al fumo di sigaretta, in particolare se a fumare è la madre e lo ha fatto anche durante la gravidanza. Altri fattori di rischio sono: basso peso del bambino, sovrappeso o eccessiva magrezza della mamma, consumo di alcol, droghe o psicofarmaci da parte di genitori e, per quanto riguarda il dormire insieme, il fatto di dormire su poltroni e divani, di utilizzare materassi o cuscini molto soffici, di non utilizzare le opportune norme di sicurezza, specialmente se il bimbo prende il latte artificiale.

 

Se si decide di dormire con il proprio bambino:

  • possibilmente il piccolo dovrebbe essere allattato al seno e alla fine di ogni poppata dovrebbe essere rimesso a pancia in su;
  • è necessario che non sia di basso peso, che la mamma sia normopeso e che i genitori non fumino e non assumano alcol o droghe;
  • il bimbo non dovrebbe stare in mezzo ma verso un lato del letto al quale sia stata montata un'apposita protezione;
  • il letto dovrebbe avere un materasso rigido, senza spazi o interstizi nei quali il bambino potrebbe incastrarsi; le coperte devono essere leggere (no piumini) e non devono mai coprire la testa del piccolo;
  • sul letto non devono mai salire animali domestici (o altri fratelli, quando il bambino è ancora piccolo).

 

7. Dormire tutti insieme significa dormire male. E comunque la coppia ne risente


Rispetto alla scomodità, ogni famiglia trova in genere il modo di adattarsi, magari allargando il letto o comprandone uno king-size.

 

Quanto ai rischi per la coppia, per Bortolotti non ha senso generalizzare, perché l'affinità di una coppia non dipende solo da come si dorme. "Piccoli stratagemmi per trovare nuove forme o inaspettati luoghi di intimità possono stimolare il rapporto di coppia" scrive Bortolotti. "L'importante è comunicare sempre i propri pensieri al partner. Il bambino non può e non deve avere la responsabilità di due genitori che non comunicano o che proiettano su di lui esigenze represse o inespresse".