Salute bimbo

Capire il pianto del bebè

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24 Agosto 2011
Il neonato (o lattante) non sa ancora parlare. Come fa a dire a mamma e papà o a chi lo accudisce che ha fame, vuole essere cambiato, è stanco, ha una colica, ha sete, ha caldo o freddo, si sente solo o un dentino sta tagliando la gengiva? Semplice, piange.
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Meno male che il bimbo piange! Altrimenti come farebbe a comunicare a mamma e papà o a chi lo accudisce se sta bene o male? Nei primi mesi di vita spesso il pianto mette in crisi i neo genitori che non riescono a interpretarne il significato e quindi a dare una risposta adeguata ai bisogni del bambino.

Ecco un aiuto per capire, tratto dal manuale “Prima delle parole. Comprendere il linguaggio del tuo bambino e favorirne lo sviluppo”, di Stephan Valentin, ed Urra.

Il bambino piange, che cosa vuole?

Il pianto del neonato la maggior parte delle volte esprime bisogni specifici: fame, sete, vuole essere cambiato, vuole il contatto con la mamma, si sente solo ecc.

 

Il bambino piange per queste ragioni:

  • perché ha fame.

  • Perché il pannolino è sporco.

  • Perché è stanco.

  • Perché è malato.

  • Perché ha una colica.

  • Perché ha sete.

  • Perché ha caldo o freddo.

  • Perché si sente solo.

  • Perché un dentino sta tagliando la gengiva.

 

Cercare di capire il motivo del pianto da parte dei genitori nasconde un processo molto importante: vuol dire mettersi al posto del bambino e capire le sue necessità. “Questo è fondamentale per rispondere correttamente ai segnali del bambino – dice lo psicologo tedesco -. Così egli sente di esistere e che mamma e papà tengono conto delle sue necessità”.

“Dalla nascita il bambino capisce abbastanza velocemente che il suo pianto richiama la mamma o il papà, che vengono a soddisfare i suoi bisogni. Questa esperienza – sostiene Valentin – è necessaria alla sua sopravvivenza e lo segnerà per sempre. Inizierà ad avere fiducia in se stesso e nelle proprie competenze, perché riuscirà a esprimersi e ad agire sull’ambiente esterno. Per quanto piccolo possa essere”.

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Come interpretare il pianto

A volte non è facile interpretare il pianto del bambino. “Non disperate. Spesso accade semplicemente che i genitori non abbiano abbastanza fiducia nel proprio talento naturale”, sostiene Valentin. Reagire istintivamente ai segnali del bambino è una dote innata in ogni genitore”.

E se il nostro istinto di genitori facesse cilecca? “Non abbiate paura di sbagliare, tutti i genitori sbagliano. Quello che è importante è che rispondiate ai suoi appelli (del bambino, ndr) e che gli facciate sentire che siete sempre lì – continua lo psicologo infantile – Se anche sbagliamo nel rispondere non è così importante. Anzi, gli errori, se non sono troppo frequenti, sono del tutto salutari. Aiuteranno il vostro bambino a compiere progressi nel tentativo di farsi capire.”

Spesso anche la stanchezza gioca dei brutti scherzi e il pianto prolungato può diventare insopportabile. Come comportarsi in questi casi? “Se non ce la fate più e non sapete come calmare vostro figlio, chiedete al padre di occuparsene mentre voi riposate. Magari i vostri genitori o un’amica potrebbero occuparsi di lui per qualche ora. A volte abbiamo bisogno di respirare un po’, di ricaricare le pile,” dice Valentin.

E se invece sentite proprio di non poter più sopportare gli strilli allora parlatene al pediatra o mettetevi in contatto con una doula, che è una figura creata apposta per aiutare le neo mamme.

Insomma non isolatevi. Il primo passo per trovare una soluzione è sempre quello di accettare l’aiuto degli altri e di convincersi che non si è cattivi genitori perché non si riesce a calmare il proprio figlio.

Figuratevi che in alcuni Paesi del Nord Europa (Germania, Inghilterra) stanno nascendo scuole di supporto per i genitori. Per es ad Amburgo l’associazione Menshenkind propone corsi denominati “Baby-Lese-Stunde”, ovvero corsi per ‘leggere’ il bambino. In Inghilterra invece è nata la Crying clinic per i casi urgenti.

In queste scuole i genitori portano i bambini nelle ore in cui sono più irritabili e i terapeuti aiutano i genitori a calmarsi e a calmarli. L’esperienza dice infatti che il comportamento parentale può ridurre l’irritabilità e gli strilli del bambino: “basta che i genitori si dimostrino più sensibili e disponibili”.

Un altro punto fermo di cui tenere conto: man mano che il bambino cresce il pianto diminuisce.

Il picco del pianto per i bambini occidentali si ha attorno alla sesta settimana, con una tendenza ad aumentare verso la sera.

Secondo gli studiosi, “nei primi mesi di vita la frequenza dei pianti diminuisce mensilmente del 3% mentre il contenuto informativo degli strilli aumenta del 9%”. Che cosa significa? Che il bimbo dopo i primi mesi può esprimere i suoi desideri anche in modo diverso che non con gli strilli: può sorridere, fare smorfie, lallare. Il pianto a quel punto diventa un “segno di turbamento e mancanza”.

C’è da dire però che ci sono grandi differenze tra i bambini: ci sono bambini che piangono poco e altri che piangono anche per tre ore di seguito e più volte al giorno.

E' anche una questione culturale

Vi siete accorti che i bambini non occidentali piangono meno dei bambini occidentali? Come mai? Semplice, perché in molte società africane e asiatiche le mamme rispondono subito al pianto del bimbo e non si separano mai dai loro piccoli.

Nei paesi africani e asiatici infatti il pianto notturno è spesso interpretato come il segno di un dialogo incomprensibile con il mondo degli spiriti e fa temere la follia e la morte. E’ per questo che nessuna madre africana lascerebbe mai piangere suo figlio.

Per le madri Manali addirittura è socialmente vietato non accorrere subito quando il bambino piange.

Le madri Kung del Botswana, inoltre, portano o tengono con se il loro bambino per circa l’80% del tempo. E rispondono rapidamente al 92% dei loro strilli, in un tempo medio di 15 secondi. Spesso poi lo allattano anche quattro volte all’ora.

Anche in Occidente le madri sanno che è necessario rispondere al pianto del bambino. Però magari aspettano un po’, pensando che sia un bene. Rispondere subito agli strilli o ai pianti, è credenza comune, potrebbe essere pericoloso per il suo carattere.

Da dove deriva questo modo di vedere le cose? Dal passato. Si pensi che per circa diciotto secoli, nella società occidentali gli adulti la pensavano come il cattolico inglese Richard Allestree (1766): “Il neonato è pieno di difetti e di macchie, a causa del peccato che eredita in virtù dell’atto commesso dai genitori.”.

Nell’Europa del XIV e XV si arrivò a dire che il solo fatto che i bambini strillassero rappresentava un peccato o addirittura che erano posseduti da Satana.

Non andava meglio nel XX secolo. Lo psicologo Valentin cita un libro intitolato “La madre tedesca e il suo primo figlio” (1934) che all’epoca fu un best seller, del medico Johanna Jaarer. Il principio base del libro era: “Lasciatelo strillare!” e non lasciatevi tiranneggiare dai figli! Alle madri si consigliava, per esempio, tra una poppata e l’altra, di lasciare il bimbo nel lettino se questi iniziava a piangere. Lo stesso valeva per la notte.

Aggiunge però Valentin: “Potrebbe sembrare che la cultura africana o asiatica sostenga maggiormente le madri nella loro capacità di rispondere ai segnali del bambino, ma non è così. Come sentirsi libere nella relazione col bambino se si teme che fantasmi e spiriti possano portargli via l’anima quando strilla? E si è forse libere se si è costrette socialmente a intervenire immediatamente se il bambino strilla?”

D’altro canto sempre più mamme e papà occidentali utilizzano il marsupio, imitando le mamme africane. E sono sempre più numerosi i genitori che nei primi mesi di vita lasciano dormire il bimbo nella loro camera o addirittura nel loro letto.

Conclude Valentin: “”E’ difficile sopportare tutti i giorni, come genitori, … pressioni culturali e sociali. Ma in fin dei conti voi siete gli unici responsabili del modo in cui allevate i vostri figli. Scegliete il vostro modo di rispondere alle necessità del neonato. L’importante è che vi sentiate bene in quello che fate. Sì, la cultura fa parte di noi e influenza le nostre azioni, ma non è una prigione. Tocca a noi allargare i nostri orizzonti, a noi svilupparli. La generazione successiva ne potrà così approfittare”.

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