Alimentazione bambini

Autosvezzamento, le 11 cose FONDAMENTALI da sapere

Di Valentina Murelli
autosvezzamento
29 Luglio 2019
Anche tra i pediatri si sta facendo sempre più strada l’idea che i bambini possano (o debbano!) iniziare lo svezzamento con gli stessi cibi che mangiano mamma e papà: si parla di autosvezzamento o "alimentazione complementare a richiesta". Vediamo come funziona.
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C'era una volta la rigida tabella dello svezzamento che veniva proposta dai pediatri alle famiglie quando il bambino raggiungeva i quattro-cinque mesi d'età. Prevedeva la classica prima pappa fatta con brodo vegetale (rigorosamente di carota, patata e zucchina), crema di riso o mais, un cucchiaino d'olio e uno di grana o parmigiano, alla quale andavano via via aggiunti altri ingredienti, secondo un ordine e una tempistica ben precisi, nella convizione che l'introduzione di alcuni alimenti andasse ritardata il più possibile per evitare il rischio di allergie.

 

Oggi questa preoccupazione è stata scongiurata: sappiamo che non è il momento di introduzione degli alimenti durante lo svezzamento a influenzare il rischio del bambino di sviluppare allergie, per cui non c'è alcun problema a dargli fragole, pesce o uova già a sei o sette mesi d'età (se li gradisce). Molti pediatri, comunque, continuano a proporre uno svezzamento abbastanza schematico (per quanto meno rigido), con l'idea che il bambino non possa e non debba mangiare esattamente ciò che mangiano i grandi. Altri, invece, propongono una via alternativa e sempre più diffusa, basata sul concetto di alimentazione "responsiva" (che risponde cioè ai segnali e ai bisogni del bambino): l'autosvezzamento o alimentazione complementare a richiesta.

 

È la via resa famosa in Italia dal libro Io mi svezzo da solo del pediatra Lucio Piermarini, pubblicato per la prima volta nel 2008, sostenuta nel volume Io mangio da solo curato nel 2014 dall'Unità per la ricerca sui servizi sanitari dell’ospedale materno infantile Burlo Garofolo di Trieste e indicata dall'Associazione culturale pediatri nel suo "punto di vista" sull'alimentazione complementare pubblicato nel 2017. "Ed è anche una via che ha molte affinità con gli insegnamenti fondamentali di Maria Montessori, a partire dall'insistenza sull'osservazione del bambino come punto di partenza per qualunque interazione". Parola di Franco De Luca, pediatra oggi libero professionista (già pediatra di comunità in un consultorio romano), presidente del Centro Nascita Montessori, al quale nostrofiglio.it ha chiesto qualche approfondimento proprio sul tema autosvezzamento. Vediamo.

 

1 Che cos'è davvero l'autosvezzamento e cosa c'entra con la pedagogia Montessori

"È una proposta di alimentazione cosiddetta responsiva, che pone al centro della gestione del bambino il bambino stesso e i suoi bisogni" spiega De Luca. "Dunque è una proposta che tiene conto dei segnali che manda il bambino – ciascuno nella sua individualià – e non di schemi più o meno rigidi, calati dall'alto, che mettono al centro l'adulto".

 

"Proprio come nell'allattamento al seno il bambino manda all'adulto segnali ben precisi di fame o di sazietà, così in un certo momento del primo anno di vita - in genere tra il sesto e il nono mese - il bambino comincia a segnalare di essere pronto a partecipare all'alimentazione della famiglia".

 

Sta all'adulto il compito di cogliere questi segnali, partendo appunto dall'osservazione. "Non occorre inventarsi nulla: il bambino arriva in modo autonomo e spontaneo a desiderare il cibo 'da grandi' e a sviluppare le competenze per poterlo mangiare. Quello che devono fare gli adulti è semplicemente accompagnarlo in questo percorso spontaneo. Aiutandolo a fare da solo, come diceva Montessori".

 

 

2 Quando si può iniziare

“Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e Unicef ci dicono chiaramente che fino al sesto mese di vita compiuto i bambini dovrebbero prendere solo latte materno. In alternativa, latte artificiale: non c'è ragione di anticipare lo svezzamento se il bambino è alimentato con formula” afferma il pediatra.

 

Ed è proprio a partire dal sesto mese di vita (in generale: per qualche bambino potrà accadere un po' prima, per altri un po' dopo) che i bambini cominciano a segnalare la voglia di assaggiare qualcos'altro. “Ma attenzione: l'interesse per quello che mettono in bocca i genitori non basta. Alcuni bambini cominciano a manifestarlo già tra il quarto e il quinto mese, ma non significa che siano davvero pronti per alimenti diversi dal latte. Perché questo accada è fondamentale che abbiano perso il riflesso di estrusione, quello che li porta a sputare cibi solidi perché non hanno ancora maturato le capacità motorie necessarie per deglutirli correttamente". Infine, deve esserci un adeguato sviluppo motorio, che consenta al bambino di stare ben seduto e di afferrare il cibo con le mani. "Ecco, questo è il momento in cui si può cominciare a far assaggiare dei cibi – di buona qualità - che facciano parte della dieta della famiglia".

 

Riassumendo, i segnali che il bimbo è pronto per iniziare l'avventura dell'alimentazione complementare sono:

  • interesse per quello che mangiano mamma e papà;
  • perdita del riflesso di estrusione;
  • capacità di stare seduto con la testa dritta;
  • capacità di afferrare con le mani un pezzetto di cibo.

 

3 Come offrire i primi cibi al bambino

Liofilizzati, omogeneizzati, puree, frullati: nella visione dell'autosvezzamento non servono. "Da subito si possono offrire pezzettini solidi, per quanto piccolini" afferma De Luca. "Del resto, se il bambino non è ancora in grado di mandarli giù, significa che non è ancora pronto per lo svezzamento e che gli basta il latte. Inutile trasformare altri cibi in forma liquida pur di darglieli".

 

 

4 Mani o cucchiaino?

"Non c'è una regola fissa", dichiara il pediatra. "Da una parte va sicuramente sostenuta, quando si manifesta, la capacità del bambino di prendere le cose con le mani e portarle alla bocca. Dall'altra si può anche iniziare con il cucchiaino o, meglio, con due: uno per il genitore e uno per il bambino stesso che sicuramente oltre il sesto mese di vita comincia a essere in grado di usarlo".

 

Talvolta succede che il bambino cominci lo svezzamento usando il cucchiaino, anche in modo molto preciso, per poi preferire le mani qualche mese dopo. D'altra parte oltre al gusto c'è tanto da esplorare anche in fatto di consistenze...

 

 

5 Con che cosa iniziare

Ecco, uno dei punti fondamentali dell'autosvezzamento è proprio questo: non c'è un alimento fondamentale da cui partire, una prima pappa "tipo", anche perché la scienza ha chiarito che non ci sono restrizioni rispetto al rischio di allergia. Il bambino potrà assaggiare da subito la pappa al pomodoro come il branzino al forno, una crema di lenticchie come la polpa di una coscia di pollo. Perfino la pasta al peperoncino: "Perché no, se il bambino la gradisce? Pensate a quanto è speziata l'alimentazione – e dunque lo svezzamento – di altre culture come quella indiana".

 

 

Dunque non è necessario partire da particolari alimenti delicati e leggeri, tipo il classico brodino o la purea di frutta (magari confezionata). Anzi, da un certo punto di vista questi sono proprio gli alimenti che hanno meno senso per un bambino molto piccolo. "Il manuale sull'alimentazione complementare dell'Organizzazione mondiale della sanità ci ricorda che la prima cosa di cui hanno bisogno i bambini è il ferro, che intorno all'ottavo-nono mese comincia a scarseggiare nel latte materno. Per questo non ha molto senso sostituire il latte con puree di frutta o brodini vegetali, che di ferro non ne hanno. Via libera, invece, a carne e pesce o, se il bambino segue un'alimentazione vegetariana, legumi e verdure particolarmente ricche di ferro". 

 

 

6 Autosvezzamento: davvero vanno bene i cibi per grandi?

Il bambino non è esattamente un piccolo adulto e ha bisogni nutrizionali specifici: per esempio gli servono un po' più grassi rispetto a quelli consigliati per l'adulto (il 40-45% dell'apporto calorico quotidiano, contro il 30-35% per l'adulto) e non dovrebbe introdurre troppe proteine. "Questo però non significa che non si possano conciliare queste esigenze con un'alimentazione complementare a richiesta basata sull'alimentazione della famiglia: basta semplicemente fare un po' d'attenzione" spiega De Luca.

 

Il che secondo il pediatra non significa dover pesare tutto (cosa che ad alcuni genitori può complicare notevolmente la vita), ma avere giusto qualche accortezza. Così, se ci sembra che a pranzo abbia mangiato una buona quantità di carne, non riproporremo anche a cena degli alimenti proteici. E faremo sempre attenzione a condire cereali e verdure con uno o due cucchiaini di un buon olio extravergine d'oliva a crudo.

 

7 Autosvezzamento e ruolo del pediatra
"Certo, è importante che i genitori siano correttamente informati su cosa è bene per il bambino e su quali sono le regole irrinunciabili di una sana alimentazione da proporre anche a un bambino così piccolo" conferma De Luca, sottolineando che a questo proposito è fondamentale il dialogo della famiglia con il pediatra, che ha le conoscenze scientifiche più aggiornate, mentre i genitori conoscono meglio di chiunque altro il loro bambino. "Per questo penso che un incontro con il pediatra sullo svezzamento non dovrebbe durare meno di un'ora, anche se so che nella pratica quotidiana raramente è così".

Secondo De Luca c'è stata dalla metà del secolo scorso ai giorni nostri un'eccessiva medicalizzazione dell'alimentazione del bambino piccolo, che ha dato ai genitori l'impressione che non avessero competenze. "Invece non è così. D'altra parte è vero che il pediatra ha delle conoscenze specifiche e la cosa migliore che si possa fare è allearsi, per il bene del bambino", afferma il medico, che riconosce al pediatra lo stesso ruolo di "facilitatore" che Maria Montessori indicava per i maestri. "Come genitori e maestri dovrebbero aiutare i bambini a fare da soli, così i pediatri dovrebbero aiutare i genitori a fare da soli".

Come?  "Ragionando insieme sulla qualità della loro alimentazione e sugli eventuali cambiamenti da apportare perché sia più in linea con le particolari esigenze del bambino".

 

 

8 Autosvezzamento: cosa deve mangiare il bambino

Come ricorda chiaramente il libro Io mangio da solo, la base della nostra alimentazione è costituita dai carboidrati: pasta, riso, pane, patate, farro, miglio ecc. Questi alimenti vanno tutti bene, serviti nel modo "abituale" della famiglia (eventuale peperoncino compreso!).
 

Quanto alle proteine, come abbiamo detto più volte l'importante è non eccedere e variare la fonte proteica durante la settimana, alternando legumi (anche 4/5volte la settimana), carne, pesce, uova e formaggi. A proposito: il grana, spesso usato per insaporire i primi piatti, è fonte importante di proteine, meglio non esagerare.

 

I grassi, al contrario, non vanno criminalizzati perché per i primi due anni di vita sono importantissimi per lo sviluppo del sistema nervoso del bambino. "In Italia disponiamo di un tesoro prezioso come l'olio extravergine d'oliva, non dobbiamo avere paura d'usarlo. Ma anche il burro, tanto demonizzato, non fa male ai bambini. Spalmato sul pane ogni tanto può essere un'ottima merenda o colazione" sottolinea il pediatra.


9 Autosvezzamento: gli alimenti no!

Certo, alcune cose saranno assolutamente da evitare, ma secondo De Luca sono davvero poche:

  • gli zuccheri semplici, come il comune zucchero da cucina (non serve aggiungerlo ad alcuna preparazione alimentare per bambini!) e il miele;
  • l'alcol (può sembrare strano, ma può ancora succedere che qualcuno faccia assaggiare "un goccio di vino" a un bambino anche piccolissimo!);

E naturalmente saranno da evitare merendine e bibite gassate e zuccherate, anche quando il bambino cresce. "In generale sarebbe meglio limitare i cibi industriali, e comunque imparare a leggere bene le etichette per evitare quelli ricchi di zuccheri, conservanti, coloranti" consiglia De Luca.

 

Quanti agli alimenti fritti, che vengono in genere sconsigliati, De Luca non è così intransigente. "Ovviamente non parliamo di prodotti industriali o di fast food, ma di una buona frittura casalinga, fatta con olio  olio extravergine d'oliva fresco, non riutilizzato. E certo non si tratta di svezzare il bambino a fritti, ma dopo i nove-dieci mesi un assaggio una volta alla settimana oppure ogni 15 giorni di una buona frittura ci può anche stare".

 

 

10 Come regolarsi con il sale

Anche in questo caso il divieto viene in genere inteso in modo assoluto sotto i due anni di vita. "Ma io penso che non vada criminalizzato neppure il sale" dichiara De Luca. "L'umanità lo ha sempre cercato e del resto noi pediatri stessi abbiamo sempre riempito le pappe dei bambini di enormi quantità di grana o parmigiano, che servivano soprattutto a insaporirle".

 

"Sicuramente va ridotto e limitato nella cucina familiare, ma non farei un dramma se una pasta o delle verdure non sono completamente prive di sale. Quello che è importante, invece, è evitare cibi industriali che in genere ne contengono grandi quantità". In effetti non ha molto senso eliminare del tutto il sale dalla crema di verdure (per esempio) e poi dare al bambino grissini o cracker salatissimi.  

 

 

11 E se il bambino "non mi mangia"?

"Partiamo dal presupposto che nell'alimentazione complementare a richiesta o autosvezzamento non si toglie all'improvviso una poppata – al seno o artificiale – per fare posto a un pasto, per cui all'inizio il bambino continua a prendere la gran parte dei nutrienti di cui ha bisogno dal latte materno o di formula" chiarisce il pediatra. Per questo si parla di alimentazione complementare, che deve essere intesa anche come lenta e progressiva e sempre accompagnata dal latte. Non a caso, per quanto riguarda l'allattamento al seno, l'Organizzazione mondiale della sanità lo raccomanda fino ai due anni e oltre (finché mamma e bambino lo desiderano).

 

 

"Non bisogna spaventarsi se sembra che il bambino mangi poco perché in realtà all'inizio il bambino assaggia soltanto, esplora, scopre. Comincia un viaggio fatto di piccolissimi passi che noi dovremmo rispettare, proponendogli di continuo vari assaggi, fino a quando ci accorgeremo che avrà fatto un intero pasto senza latte. Per qualcuno questo potrà accadere presto, per altri più tardi".

 

Quello che può sicuramente succedere è che il bambino rifiuti certi cibi e certi sapori. Anche in questo caso non bisogna preoccuparsi, ma soltanto dotarsi di rispetto e pazienza. A volte, possono servire anche 10-20 assaggi prima che un bambino accetti qualche nuovo alimento.

 

 

12 Autosvezzamento e rischio soffocamento

È uno dei timori più grandi dei genitori che guardano con un certo interesse l'autosvezzamento, ma ne sono allo stesso tempo spaventati: il rischio che qualcosa "vada di traverso", finendo per soffocare il bambino che, in fondo, è davvero ancora molto piccolo.


In realtà gli studi disponibili sull'argomento non supportano questa preoccupazione: sembra infatti che i bambini che seguono autosvezzamento non corrano più rischi di soffocare dei coetanei che seguono uno svezzamento tradizionale. Questo, ovviamente, a patto che gli alimenti vengano proposti in modo sicuro, per esempio tagliando in piccoli pezzi quelli più rischiosi (acini d'uva, pomodori ciliegini, bocconi di mozzarella) o addirittura polverizzandoli (come nel caso della frutta secca a guscio).

 

 

Va da sé, inoltre, che il bambino non debba mai essere lasciato solo durante il momento del pasto (d'altra parte l'idea è proprio che si mangi tutti insieme!) ed è sempre un bene che i genitori conoscano le manovre di disostruzione delle vie aree pediatriche, per poter intervenire in modo tempestivo in caso di problemi.