Alimentazione bambino

Svezzamento, le 15 cose da sapere

Di Valentina Murelli
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30 luglio 2019
Da quando si comincia a cos'è l'autosvezzamento, da quale latte è preferibile nel primo anno di vita a come regolarsi con le proteine e altro ancora: tutte le indicazioni principali sull'avvio dell'alimentazione complementare del bambino

 

1 Svezzamento: quando si comincia

 


Per l'Organizzazione mondiale della sanità, l'introduzione di alimenti complementari al latte non dovrebbe avvenire prima del sesto mese compiuto, e sulla stessa linea si pongono varie società e agenzie internazionali. La Società europea di gastroenterologia, epatologia e nutrizione pediatrica (ESPHGAN) e l'Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA), per esempio, riconoscono i sei mesi come momento ideale per l'introduzione di altri cibi oltre il latte, suggerendo comunque di rimanere in una finestra compresa tra i quattro e i sei mesi. E anche per l'Associazione dei pediatri americani il bambino dovrebbe bere solo latte per i primi quattro-sei mesi.

 

 

 

Ma attenzione: queste indicazioni generali non possono prescindere dalle caratteristiche del singolo bambino. I pediatri concordano sul fatto che per dare il via allo svezzamento è bene aspettare che il bambino stesso da un lato mostri interesse per il cibo (cosa che può avvenire anche presto, tra il quarto e il quinto mese di vita) e dall'altro sia pronto da un punto di vista neuromotorio.

Il piccolo, insomma, deve saper:

 

  • stare seduto con la testa dritta,
  • deglutire bene gli alimenti (avendo dunque perso il riflesso di estrusione che lo porta a sputar fuori tutto ciò che non è liquido),
  • afferrare il cibo con le mani per portarlo alla bocca.

 

“Alcuni bambini potranno essere pronti anche un paio di settimane prima di compiere sei mesi, altri qualche settimana dopo” aveva dichiarato Ilaria Giulini Neri, pediatra nutrizionista dell'Ospedale di Melegnano e ricercatrice del progetto Nutrimamma dell'Icans di Milano, durante la diretta di nostrofiglio.it dedicata proprio allo svezzamento.

 

“Ovviamente – prosegue la specialista – ci potranno essere singoli casi nei quali il pediatra consiglierà di iniziare prima (ma comunque dopo il quarto mese) l'introduzione di alimenti diversi da latte, per esempio se ci sono particolari problemi della crescita. A parte questi casi particolare, l'indicazione è dare latte – materno o artificiale – al bambino fino all'incirca al sesto mese compiuto”.

 

 

2 Svezzamento: perché si introducono gli alimenti solidi

 

Ce lo spiega bene il pediatra ligure Alberto Ferrando nel suo libro Come nutrire mio figlio (Edizioni LSWR 2017): “Il latte assunto dal neonato non basta più a soddisfare completamente i suoi bisogni nutritivi e, quindi, è necessario colmare la carenza di ferro, proteine, vitamine con alimenti che li contengano. Per quanto riguarda il ferro, i nati a termine allattati esclusivamente al seno ne mantengono solitamente scorte sufficienti per i primi sei mesi”.

 

E se il bambino allattato al seno a sei mesi non è ancora pronto all'alimentazione complementare? Come evitare il rischio di carenza di ferro? Alcuni pediatri consigliano di insistere un pochino, mentre altri propendono per rispettare comunque i tempi del bambino, offrendo piuttosto un'integrazione di ferro.

 

Secondo il Punto di vista dell'Associazione culturale pediatri sull'alimentazione complementare,

 

"Se la mamma non ha sofferto in gravidanza e in allattamento di problemi nutrizionali e se alla nascita il cordone ombelicale del bambino è stato chiuso (clampato) quando ha smesso di pulsare, non è necessaria alcuna supplementazione con ferro. In tutti gli altri casi è preferibile supplementare il lattante con medicine a base di ferro, piuttosto che proporre un’alimentazione complementare forzata"

 

3 Alimentazione complementare: che cosa significa

 

Significa che alimenti diversi dal latte vanno ad arricchire un'alimentazione che però per i primi tempi resta prevalentemente lattea. “Poco alla volta i bambini si abituano a nuovi sapori e nuove consistenze, ma all'inizio continuano a prendere la gran parte dei nutrienti di cui hanno bisogno dal latte materno o di formula" chiarisce il pediatra Franco De Luca, oggi libero professionista (già pediatra di comunità in un consultorio romano), presidente del Centro Nascita Montessori.

 

Questo implica che lo svezzamento debba essere considerato come una fase lenta e progressiva: una serie di piccoli passi lungo i quali accompagnare con pazienza il bambino.

 

 

4 Via le restrizioni rispetto ai cibi considerati allergizzanti

 

Fino a non molti anni fa si pensava che il modo migliore per prevenire il rischio di allergie alimentari nei bambini fosse quello di ritardare il più possibile l'introduzione dei cibi potenzialmente allergizzanti, come pesce, uova, pomodori, fragole e frutta secca. Da qui la compilazione di tabelle di marcia piuttosto rigide sullo svezzamento.

 

Da una ventina d'anni a questa parte, però, gli studi scientifici a disposizione hanno portato a mettere in discussione questa credenza e oggi le raccomandazioni sono radicalmente cambiate. Lo ha ricordato un articolo pubblicato di recente dall'Associazione americana dei pediatri sulla rivista Pediatrics:

 

"non ci sono prove scientifiche che ritardare l'introduzione di alimenti allergizzanti oltre i quattro-sei mesi di vita riduca il rischio di sviluppare allergie alimentari, eczema, rinite allergica o asma"

 

 

Non a caso l'ESPGHAN consiglia di proporre, già all'inizio dello svezzamento tutti gli alimenti possibili, senza esclusione. E lo dice anche il nostro Ministero della salute: “L'ordine con cui gli alimenti semisolidi e solidi vengono introdotti nello svezzamento può variare in base alla preferenza del bambino e alla cultura gastronomica della famiglia e del pediatra”. Senza più riferimenti a particolari finestre temporali più opportune rispetto al rischio di allergie.

 

 

5 Un alimento per volta, per sperimentare

 


Attenzione, la caduta delle restrizioni rispetto ai cibi considerati allergizzanti non significa che a partire dai sei mesi del bambino bisogna "ingozzarlo" di alimenti allergizzanti uno via l'altro. Molti pediatri ritengono che sia comunque opportuno proporre i nuovi alimenti al bambino con una certa gradualità, per lasciargli il tempo di adattarsi ai nuovi sapori e alle nuove consistenze.

 

 

 

 

6 Via libera all'allattamento prolungato

 


Se la mamma ha allattato al seno il suo bambino, non ci sono ragioni per interrompere l'allattamento una volta iniziato lo svezzamento, se a lei fa piacere proseguire. “Si può sicuramente allattare al seno durante il divezzamento, perché il latte materno garantisce al bambino una nutrizione ideale, una crescita sana e uno sviluppo ottimale” scrive Ferrando nel suo libro.

 

Inoltre, l'allattamento rappresenta anche un riferimento affettivo rilevante per l'acquisizione di sicurezza e autonomia. Per questo, l'Organizzazione mondiale della sanità lo raccomanda fino al secondo anno di vita e anche oltre, se la coppia mamma-bambino lo desidera.

 

 

7 Fino a 12 mesi latte materno o di formula

 

Secondo le indicazioni ESPGHAN, “il latte vaccino non dovrebbe essere impiegato come bevanda principale prima dei 12 mesi, mentre sono consentite piccole quantità in aggiunta a preparazioni alimentari” (come il purè di patate o la besciamella, NdR)”.

 

Le ragioni principali per questo “divieto” sono due: “La prima ha a che fare con le proteine, che nel latte vaccino sono troppe” spiega il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di dietologia e nutrizione pediatrica del Dipartimento Materno-infantile e Scienze urologiche dell'Università Sapienza di Roma. E troppe proteine nei primi due anni di vita sono un problema perché si associano a un aumento del rischio di obesità infantile. “Inoltre, il latte vaccino è carente di ferro, un micronutriente molto importante in questa fascia d'età”.

 

Infine, alcuni studi suggeriscono che il consumo di latte vaccino prima dell'anno di vita possa favorire la comparsa di microemorragie intestinali, favorendo il rischio di anemia. “È un'osservazione emersa soprattutto da studi relativi al consumo di latte crudo, ma non vedo ragioni per cui non debba essere estensibile anche a quello pastorizzato” sottolinea il nutrizionista.

 

 

8 Niente zucchero e niente sale possibilmente fino ai due anni

 

Nei primi due anni di vita va evitata l'aggiunta di zuccheri agli alimenti per bambini. Se per esempio si propone dello yogurt, questo dovrebbe essere naturale, senza zuccheri, con al massimo l'aggiunta di qualche pezzetto di frutta.

 

Il divieto discende da due considerazioni: il fatto che bambini così piccoli non hanno assolutamente bisogno di queste sostanze e il fatto che proprio in questa fascia d'età si forma il gusto ed è bene non abituare i piccoli a sapori troppo dolci. D'altra parte, ormai è ben noto che un'alimentazione ricca di zuccheri fin dalla più tenera età si associa a un maggior rischio di obesità, ipertensione, alterazioni del livello dei grassi nel sangue, diabete. Senza contare che lo zucchero è il nemico numero uno dei denti!

 

 

 

Considerazioni analoghe valgono per il sale, il cui uso può predisporre alla preferenza per cibi salati, aumentando il rischio di ipertensione.

 

 

9 Miele dopo i 12 mesi per il rischio botulino

 

“Il miele non va mai dato sotto l’anno di vita perché potrebbe essere veicolo di spore del batterio botulino” ha spiegato a nostrofiglio.it Paola Marangione, responsabile del reparto di neonatologia e patologia neonatale dell'ospedale Humanitas San Pio X di Milano. “Le spore, a loro volta, possono produrre la tossina botulinica e quindi causare un'intossicazione alimentare che può portare in tempi rapidissimi a una paralisi generale del corpo e, soprattutto, a quella dell'apparato respiratorio”.

 

“Il fatto è – ha affermato l'esperta – che l''intestino del neonato non è ancora in grado di bloccare le spore, perché la flora batterica è immatura, quindi quando arrivano trovano terreno fertile per moltiplicarsi, sviluppando poi la malattia. Crescendo, la flora batterica diviene più adeguata e bilanciata, con una maggiore capacità difensiva, quindi espelle le spore senza che abbiano la possibilità di sviluppare la tossina”.

 

Anche dopo i 12 mesi, il miele va comunque usato con parsimonia perché è estremamente cariogeno.

 

 

10 Carne, pesce, formaggio: attenzione a non eccedere con le proteine

 


Uno degli errori più comuni che si commettono quando si comincia lo svezzamento è quello di proporre al bambino un eccesso di proteine. Del resto, è un errore che ci portiamo dietro dalle vecchie abitudini del passato, quando si consigliava di proporre pappe molto “ricche”, contenenti sia carne o pesce sia una dose generosa di grana o parmigiano.

 

Come abbiamo detto, però, oggi sappiamo che un eccesso di proteine nei primi due anni di vita si associa a un aumento del rischio di sviluppare obesità infantile. “Oggi si consiglia di aggiungere alle pappe 40-50 grammi di alimenti proteici (carne, pesce, legumi, formaggio), ma anche queste sono quantità esagerate” ha affermaro la pediatra nutrizionista Margherita Caroli, membro del consiglio direttivo dell’European Childhood Obesity Group e coordinatrice di un nuovo documento sullo svezzamento che la Società italiana di pediatria preventiva e sociale (SIPPS) sta preparando in vista del prossimo congresso nazionale, in programma a ottobre. “In questo documento inviteremo a ridurre ulteriormente queste dosi, inutili e potenzialmente dannose, e a non superare i 10-15 grammi di proteine per pappa”.

 

 

11 Meglio dare omogeneizzati oppure cucinare carne e pesce freschi?

 

"La scelta ha a che fare più con criteri di comodità e facilità d'utilizzo che di reale opportunità" ha affermato il pediatra nutrizionista Giacomo Cagnoli sempre nel corso della diretta di nostrofiglio.it sullo svezzamento. "Se c'è poco tempo per cucinare, l'omogeneizzato può essere utilizzato con tranquillità, anche perché è molto sicuro e controllato. All'inizio, però, meglio mezzo vasetto per volta proprio per non eccedere con le quote proteiche".

 

"Avendo tempo (e voglia) di cucinare, invece, va benissimo farlo. In questo modo, tra l'altro, si permette al bambino di assaggiare una maggiore varietà di sapori, visto che ogni singolo pezzo di carne o pesce ha un sapore unico, mentre quello degli omogeneizzati è appunto più omogeneo".

 

 

12 Svezzamento vegetariano: come procedere

 


Varie società scientifiche concordano: è possibile proporre ai bambini uno svezzamento di tipo vegetariano o addirittura vegano, a patto però di rispettare alcune condizioni. I rischi principali di questa alimentazione sono due: carenza di vitamina B12 (che diventa una certezza nel caso della dieta vegana, visto che questa vitamina si trova solo in alimenti di origine animale) e basso apporto calorico, che può comportare problemi nella crescita.

 

Sono tuttavia rischi che possono essere tenuti sotto controllo, con alcuni accorgimenti, che nostrofiglio.it ha ampiamente presentato nell'articolo Dieta vegana per bambini: si può fare e a quali condizioni? Eccoli:

 

  • pensarci per tempo, cioè ancora durante la gravidanza. La vitamina B12 è importante anche per lo sviluppo neurologico fetale: se la mamma è vegana, è lei la prima a doversi preoccupare dei suoi livelli di questa vitamina. Così, in gravidanza e allattamento la mamma vegana dovrebbe prendere adeguati supplementi di vitamina B12, ed eseguire con regolarità esami del sangue per valutare i livelli di questa proteina. Altre carenze potrebbero riguardare ferro, zinco, vitamina D e calcio: il ginecologo dovrebbe dunque valutare la situazione con appositi esami.
  • se non si allatta al seno, scegliere prodotti adeguati nei primi mesi di vita. Non bevande vegetali a base di cereali o legumi, ma latte in formula specifico, che invece di essere a base di latte vaccino sarà a base di soia o riso.
  • dopo lo svezzamento, in caso di dieta strettamente vegana prevedere l'integrazione con vitamina B12 per i bambini (e molti pediatri la consigliano anche per bambini vegetariani.
  • per i più piccoli preferire alimenti densi dal punto di vista energetico, come legumi, derivati della soia, frutta secca a guscio, quinoa, e non esagerare troppo con le verdure, per non avere un eccesso di fibre.
  • prevedere controlli adeguati sulla crescita e lo stato di salute del bambino, per evitare degenerazioni improvvise della situazione.
  • in caso di dubbio, rivolgersi sempre al medico. In realtà non tutti i pediatri sono effettivamente esperti di nutrizione e ancor meno di nutrizione vegetariana o vegana. Se possibile, però, cercare uno specialista con queste competenze specifiche.

 

 

 

 

13 A tavola con mamma e papà

 

Il momento del pasto è anche un momento di socialità: è un'ottima abitudine condividerlo fin da subito. Ecco alcuni consigli di Alberto Ferrando per viverlo con serenità:

 

  • non mangiare con la tv accesa;
  • dare sempre il buon esempio, in termini sia di abitudini (a tavola non si gioca, non si guarda il cellulare, si sta seduti) sia di scelte alimentari (cercare di mangiare cibi sani e variare il più possibile la dieta);
  • incoraggiare l'autonomia del bambino, consentendogli di toccare il cibo con le mani;
  • evitare forzature per farlo mangiare.

 

 

 

14 Il bambino si rifiuta di mangiare: come comportarsi

 

“Di fronte a bambini che non vogliono abbandonare il latte, non vogliono mangiare o sembrano mangiare poco, i consigli fondamentali sono due: fidarsi di loro e avere pazienza”. Parola di Ilaria Giulini Neri e Giacomo Cagnoli.

 

 

 

La prima cosa da fare se il bambino non vuole saperne di cominciare lo svezzamento, abbandonando il latte – di mamma o artificiale – che lo ha nutrito fino a quel momento è dunque avere pazienza. “Attendete e riprovate più avanti, soprattutto se il bambino manifesta ancora uno scarso interesse per i cibi” si legge nel libro Impariamo a mangiare, lo svezzamento giusto con il metodo Margherita (Giunti 2018), a firma dei pediatri Jacopo Pagani e Andrea Vania, in collaborazione con lo chef Luigi Nastri.

 

“Non è una tragedia né per lui né per voi se si ritarda un po’ l’inizio dell’alimentazione complementare”.


Infine, un'ultima indicazione utile per bambini che non vogliono mangiare è provare a cambiare proposta: magari state insistendo con una pappa tradizionale, e il pupo invece preferirebbe assaggiare quello che c'è nel vostro piatto (purché sano!), in tendenza autosvezzamento. O viceversa. Perché non fare anche qualche tentativo in questa direzione?

 

In ogni caso, Ferrando ricorda che:

 

  • se il bambino, sano, ha fame, mangia. Se non mangia, non ha fame;
  • la presunta inappetenza deriva da un mancato equilibrio tra quanto un bambino mangia e quanto in famiglia si pensa dovrebbe mangiare. Si risolve riducendo le aspettative della famiglia e non forzando il bambino a mangiare di più.

 

 


15 Io mi svezzo da solo, ovvero la scelta dell’autosvezzamento

 

Si tratta di una tendenza sempre più diffusa, che prevede l'accesso del bambino ai cibi “normali” della famiglia, preparati giusto con qualche cautela per renderli più adatti alle sue specifiche esigenze nutrizionali. È una modalità di svezzamento che presuppone il rispetto totale dei tempi e delle competenze del bambino e della sua capacità di autoregolarsi, e affida ai genitori un'attenzione particolare alla correttezza della dieta di tutta la famiglia. Non tutti i pediatri lo sostengono, ma altri sì (per esempio gli aderenti all'Associazione culturale pediatri). Tutte le indicazioni su questa proposta nell'articolo Autosvezzamento, le 11 cose fondamentali da sapere.