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Sviluppo del linguaggio: quando preoccuparsi

di Rosy Maderloni - 08.09.2021 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Sviluppo del linguaggio, quando preoccuparsi: le tappe, i disturbi e le attività che possono aiutare a favorire il parlato nei bambini fino a 3 anni.

Sviluppo del linguaggio: quando preoccuparsi

Non succede quando sillabano per la prima volta "mam-ma" o "pa-pà". Non inizia nemmeno quando ai primi vagiti riusciamo a dare una plausibile interpretazione. La capacità dei bambini di ascoltare e imparare il linguaggio inizia prima, molto prima: avviene nella pancia materna.

Parlare è per un bambino l'esito di un ben più lungo processo di apprendimento e interiorizzazione che gli permette di interagire, ma prima ancora comprendere il mondo intorno a sé. Questa conquista evolutiva è fatta di diverse tappe ma quando intorno ai 3 anni le parole pronunciate sono ancora poche, nei genitori si fa spesso strada la preoccupazione che il figlio possa avere un disturbo del linguaggio. Ma quando si può parlare concretamente di patologia? Risponde Judit Gervain, docente di Psicologia dello sviluppo all'Università degli studi di Padova.

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Le tappe del linguaggio nel bambino

"Il viaggio comincia presto. Abbiamo da 20 anni evidenze che suggeriscono i bambini comincino a imparare prima della nascita – premette la professoressa Gervain -. Le tappe di questo percorso, però, possono essere molto variabili da bambino a bambino.

  • In gravidanza

L'orecchio, pur non sviluppato, inizia a funzionare intorno alla 24-28esima settimana: il bambino è in grado di sentire i rumori nella pancia ma bisogna immaginare che il segnale non sia lo stesso del parlato perché il liquido amniotico e i tessuti filtrano. Si ha una percezione del parlato diversa, un segnale definito "Prosodia" che consiste nel percepire la ritmicità e l'intonazione, la musicalità della lingua. Non parole, non suoni definiti, dunque. Questo ascolto permette di familiarizzare con la voce della mamma tanto da riconoscerla già dalla nascita.

  • Alla nascita

Ancora, i neonati sono in grado di riconoscere la lingua madre, che preferiscono ascoltare, rispetto ad altre lingue. Vi è un'enorme capacità nei primi anni di vita, ma anche dopo, che permette anche ai bambini adottati, ad esempio, di familiarizzare con una nuova lingua: sin da piccolissimi i bambini non faranno fatica ad essere bilingue.

  • Nel primo anno di vita

Tra i 6 e i 12 mesi, indicativamente, a livello percettivo diventano esperti della lingua madre e dai 6 ai 9 mesi cominciano a imparare i significati delle parole, a riconoscere le parole più frequenti. Lo stesso vale anche per la grammatica: a 8-9 mesi i bambini riconoscono le prime regole, come l'ordine delle parole in una frase e sempre mediamente, tra i 10 e 18 mesi si produce la prima parola, o meglio, si dà forma a qualcosa che somiglia a una parola. Molto spesso è una sillaba, poi diventano due, la prima o ultima parte di un vocabolo più lungo: nel pensiero dell'infante il singolo suono può già essere un tentativo di formulazione di una frase. In questa fase i bambini capiscono molto più di quanto effettivamente esprimano.

  • Intorno ai 2 anni

Verso i 18 mesi avviene l'esplosione del vocabolario: il focus del bambino è il vocabolario, impara tantissime parole, inizia a creare frasi e questa fase dura generalmente fino ai 3 anni.

  • A 3 anni

Nel terzo anno i bambini creano frasi più complesse: usano il plurale, le coniugazioni, morfologia e forme diverse sono presenti anche durante il terzo anno.

Il multilinguismo nella prima infanzia

"La presenza in famiglia di persone che parlano diverse lingue genera spesso angoscia nei genitori che temono l'insorgenza di problematiche legate al linguaggio, ma il bilinguismo non dovrebbe mai preoccupare. Il bilinguismo, al contrario, ha il vantaggio di costringere il bambino a un monitoraggio consapevole dell'ambiente linguistico in cui si trova e dunque a sviluppare le sue capacità cognitive".

Il bambino non parla, quando preoccuparsi

"Una vera diagnosi di un disturbo del linguaggio dovrebbe essere effettuata non prima dei 3 anni – suggerisce Gervain - proprio perché ci sono percorsi diversi alla conquista del parlato, a 12 o 18 mesi, ad esempio, è sicuramente presto per definire un eventuale problema. La diagnosi generalmente si fa non prima dei 3 anni. Valutare eventuali segnali di allerta è però sempre utile, tra cui:

  • Un criterio tipico è valutare il numero delle parole prodotte a 2 anni: dovrebbero essere 50 parole come minimo, anche di più. Questo parametro non è determinante ma potrebbe essere un segno.
  • Bisogna sempre valutare la produzione di parole, ma anche la comprensione: chi capisce bene ha meno rischi di chi non produce e non capisce.
  • Tra i 2 e 3 anni lo sviluppo del linguaggio deve iniziare a essere comprensibile da parte dell'adulto".

Disturbi del linguaggio, possibili cause

"Raramente un ritardo nel parlare corrisponde a un disturbo evolutivo del linguaggio – precisa l'esperta -: in particolare questi disturbi sono legati alla morfologia del linguaggio e quindi il bambino comincia a parlare, ma fa sbagli.

I ritardi, invece, possono essere indicatori di una comorbidità, tipicamente nell'autismo c'è un ritardo nel linguaggio. Anche la dislessia può manifestarsi con segnali precoci già a 3 - 4 anni: in questo caso si può verificare non ci siano già altri casi in famiglia. Vi sono dei test che si possono fare a 4 anni per valutare una predisposizione alla dislessia: si tratta di sondare la consapevolezza fonologica del bambino e la sua capacità di associare sillabe di una parola e suoni. Ancora, un regredire nel linguaggio può essere a sua volta segnale di un momento difficile che il bambino sta vivendo sotto altri profili, soprattutto emotivi".

Attività da fare per stimolare il linguaggio

"Più parliamo loro e meglio è: la frequenza e gli input sono importanti stimoli – aggiunge Judit Gervain – e va privilegiata l'interazione diretta. Tv e computer non vanno bene perché non c'è feedback verso il bambino, lo sviluppo del linguaggio ha base biologica e si sviluppa nell'interazione sociale: se il parlante vede che il suo interlocutore non capisce usa altre parole, mentre se afferra i concetti fornisce al contrario un rinforzo positivo.

  • Giochi, canti o letture ogni sera. La forma del parlato non conta ma dev'essere qualcosa di facile per lui, senza regole rigide. Alcuni genitori amano le storie, altri preferiscono le canzoni, quel che deve avvenire è che le risorse linguistiche del bambino siano sostenute dalle risposte dell'adulto.

Quando interpellare uno specialista

"Il primo interlocutore utile è il pediatra – commenta la psicologa dello sviluppo – perché conosce il bambino, ha esperienza di cosa sia tipico o meno per quella particolare fascia di età e sarà nel caso lui a rimandare la famiglia da un logopedista o altro professionista. Anche le educatrici, insegnanti o altri adulti di riferimento sono un ottimo rimando per confrontare i propri timori di genitori con altre persone che conoscono nostro figlio e lo hanno osservato nel tempo. Il tempo, infatti, è determinante per stabilire se sia necessario intervenire, perché una visita in un particolare giorno di tensione può risultare inattendibile. Le diagnosi di disturbi del linguaggio, infatti, avvengono in ampi lassi di tempo proprio perché possono avvenire progressi o cambiamenti. Fatto salvo che non bisogna saltare a conclusioni affrettate e che ciascun bambino ha i suoi tempi nell'imparare a parlare, se il genitore percepisce una oggettiva difficoltà nel linguaggio, è bene non temporeggi troppo a lungo".

L'intervistata

L'intervistata è Judit Gervain, docente di Psicologia dello sviluppo all'Università degli studi di Padova, nel team del Babylab.

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