Salute bambini

Vaccini, come funzionano

Di Daniela Ovadia
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27 febbraio 2012
La nascita dei vaccini risale al 1796 e si deve a Edward Jenner. Il medico inglese aveva intuito (e quindi dimostrato) che esistono malattie infettive che, una volta contratte, garantiscono l'immunità a vita

Nel 1796 un medico inglese, Edward Jenner, decise di dimostrare sperimentalmente una teoria sul vaiolo che circolava già da un po’ di tempo negli ambienti medici. Questa malattia uccideva all’epoca milioni di persone. Esisteva però una forma bovina di vaiolo che si manifestava con pustole sulle mani ma che era essenzialmente innocua. Molti avevano notato che chi mungeva le mucche e contraeva la forma bovina della malattia, poi non si ammalava di quella umana, ben più grave e devastante.

 

Jenner decise di prelevare un po’ di pus dalle vescicole del vaiolo bovino e di inocularlo in un ragazzino attraverso un piccolo taglio sul braccio. Il ragazzino si ammalò di vaiolo bovino e si riprese prontamente. A questo punto Jenner gli iniettò materiale proveniente da pustole di malati di vaiolo umano: il piccolo non manifestò alcun segno della malattia.

 

Sebbene questo esperimento oggi sia considerato assolutamente non etico, poiché mise a rischio la vita dell’inconsapevole figlio del vicino di casa di Jenner, si deve a questa intuizione la nascita dei vaccini (il cui termine viene appunto da ‘vacca’).

 

L’ultimo caso di vaiolo si è manifestato nel 1977 e quindi si considera che la malattia sia stata completamente eradicata. Per questo non si somministra più il vaccino antivaioloso.

 

Le malattie che non si ripetono

Jenner agiva sulla base di un principio oggi ben noto: esistono malattie infettive che, una volta contratte, garantiscono l’immunità a vita. In pratica, non si prendono due volte. Ciò accade perché l’organismo, se esposto nuovamente all’agente infettivo, che sia virus o batterio, lo riconoscerà e sarà capace di combatterlo.

 

I vaccini sono capaci di ‘insegnare’ all’organismo a difendersi senza provocare la malattia vera e propria, introducendo nel corpo solo alcune parti dell’agente infettivo, proprio quelle che risvegliano la risposta immunitaria. In altri casi, invece, si ricorre a virus o batteri attenuati, cioè resi meno virulenti da manipolazioni di laboratorio.

 

Un vaccino può quindi contenere elementi dell’agente infettivo (parti della capsula o particolari proteine), l’agente infettivo intero morto oppure la sua forma attenuata. Il sistema immunitario identifica tali sostanze, note come antigeni, come estranee e produce particolari proteine che circolano nell’organismo e che si chiamano anticorpi. Sono questi a combattere le infezioni e a neutralizzare gli antigeni. Gli anticorpi sono prodotti dai globuli bianchi (linfociti) di tipo B, il cui scopo principale è appunto la difesa dalle infezioni.

 

Due tipi di vaccino: quelli vivi attenuati e quelli inattivati

I vaccini vivi attenuati contengono un agente infettivo reso meno attivo, in grado di riprodursi non più di una ventina di volte nell’organismo. Per farsi un’idea, basti sapere che un virus non inattivato si riproduce migliaia di volte. Questo tipo di vaccino può però provocare una forma lieve della malattia in un certo numero di soggetti: nel caso della varicella, per esempio, compariranno alcune vescicole sparse.

 

Per preparare questi vaccini, gli scienziati isolano l’agente infettivo da un soggetto malato, quindi lo coltivano in provetta. Lo estraggono, ne verificano i mutamenti e lo reinseriscono in un’altra provetta. A volte si fanno addirittura 80 passaggi prima di avere un virus talmente abituato all’ambiente protetto della provetta da essere pressoché incapace di replicarsi nell’uomo, e quindi adatto a diventare la base del vaccino.

 

Nei vaccini inattivati, invece, l’agente infettivo viene ucciso, generalmente con una sostanza chimica come la formaldeide. Alcune parti del virus o del batterio, quelle più potenti dal punto di vista antigenico (cioè della capacità di risvegliare il sistema immunitario) costituiscono la base del vaccino.

 

Poiché la risposta immunitaria ai vaccini inattivati è in genere più debole di quella che si ottiene con un vaccino vivo attenuato, tali vaccini richiedono più richiami. Il vantaggio, rispetto a un vaccino vivo attenuato, è che non c’è alcun rischio di sviluppare la malattia, neppure in forma leggera. L’unico effetto collaterale grave che può presentarsi è quindi quello allergico.

 

Una scelta obbligata

La scelta del tipo di vaccino non dipende sempre dalla capacità degli scienziati, ma spesso dalle caratteristiche della malattia. La maggior parte dei virus infettivi richiede vaccini vivi attenuati, mentre con i batteri è più facile fare vaccini inattivati. Ci sono alcune eccezioni, per esempio il vaccino antirabbico. La rabbia è una malattia virale, ma il virus che la provoca è troppo pericoloso per essere somministrato in forma attenuata. Per fortuna si è riusciti a mettere a punto una forma inattivata efficace.

 

Oltre all’antigene, i vaccini contengono altre sostanze necessarie a rendere stabile e sicuro il prodotto, che spesso viene trasportato molto lontano dal luogo di fabbricazione. Tutte queste sostanze, note col nome di “eccipienti”, devono superare gli stessi test di sicurezza del vaccino stesso. Nonostante ciò è possibile che un individuo sia allergico a uno specifico eccipiente.

 

Perché non esistono vaccini per tutte le malattie infettive? La risposta è complessa, ma la ragione principale è che alcuni virus, come per esempio quello dell’HIV, cambiano continuamente alcune delle loro caratteristiche. Queste mutazioni rendono complessa la creazione di un vaccino, che sarà facilmente reso inutile dal continuo cambiamento delle caratteristiche dell’agente infettivo.

 

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