Sindrome di Down

21 marzo 2018: si celebra il contributo delle persone con la sindrome di Down alla società

Di Valentina Murelli
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20 Marzo 2018 | Aggiornato il 21 Marzo 2018
In occasione della Giornata mondiale della sindrome di Down, riflettori puntati su quanto le persone con questa condizione possono dare a scuola, sul lavoro, nella vita sociale. Il commento alla situazione italiana di Anna Contardi, coordinatrice dell'Associazione italiana persone Down
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"Il mio contributo alla società": è questo il tema dell'edizione 2018 della Giornata mondiale della sindrome di Down, pensato proprio per sottolineare quanto le persone con questa sindrome possono fare per sé stesse e per gli altri

, nel mondo della scuola, del lavoro, del volontariato. Della vita sociale in generale.

 

"A patto, naturalmente, che si riesca a cambiare una volta per tutte la prospettiva su questa condizione, e a vedere le persone con la sindrome di Down non solo come destinatari di assistenza ma come partecipanti attivi alla vita sociale e, da adulti, come contribuenti". Parola di Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell'Associazione italiana persone Down (Aipd).

 

Sindrome di Down e lavoro: un binomio possibile


Esempi di grande successo nella realizzazione personale e professionale di persone con la sindrome di Down non mancano: dalla modella australiana Madeline Stuart alla stilista guatelmateca Isabella Springmuhl, alla campionessa paralimpica italiana Nicole Orlando. Figure certo importanti anche per contribuire ad abbattere molti dei pregiudizi che gravano su questa sindrome.

 

Quello che tuttavia preme sottolineare ad Anna Contardi è che quando si parla di inclusione e di contributo alla società  non bisogna per forza guardare a queste eccellenze magari un po' straordinarie. "Ci sono tante persone con la sindrome di Down che si impegnano con buoni o ottimi risultati in attività di volontariato o in un lavoro vero e proprio". E potrebbero essere anche molte di più, se venissero messe nelle giuste condizioni per farlo (attualmente il 12-13% degli adulti con sindrome di Down, in Italia, lavora).  

 

È vero: ovviamente le persone con questa sindrome hanno delle difficoltà e vanno seguite con attenzione, ma questo non significa che non possano contribuire alla vita della comunità. "In questo senso sono persone come tutti: bambini, studenti, lavoratori, amici, sportivi" puntualizza Contardi. "Possono fare molte delle cose che facciamo tutti noi, compreso lavorare".

 

"Certo, in genere parliamo di lavori semplici - il cameriere, l'inserviente in una mensa scolastica, l'addetto alle pulizie in una scuola o in ufficio, ma anche l'impiegato - che tuttavia vengono svolti esattamente come devono essere svolti" afferma la coordinatrice Aipd. Ricordando anche un'indagine svolta dall'Associazione qualche anno fa, a conclusione di un percorso di inserimento lavorativo in una catena di fast food: "Abbiamo fatto una valutazione di produttività con gli standard previsti per persone senza disabilità, verificando che la produttività dei lavoratori con sindrome di Down era pari al 70-80%. Molto buona, anche per chi non ha disabilità".

 

L'inclusione lavorativa è uno dei fronti sui quali è più attiva l'associazione, che negli ultimi anni ha puntato in particolare sulla promozione dell'inserimento professionale delle persone con sindrome di Down e, più in generale, con disabilità intellettiva, nel settore dell'ospitalità. "Abbiamo creato un marchio internazionale chiamato ValuAble, che segnala le strutture attive in questo ambito (ristoranti, alberghi o simili), per esempio con l'offerta di stage o l'assunzione di lavoratori con disabilità intellettiva" racconta Contardi, spiegando che il progetto coinvolge vari paesi tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Germania e Turchia e offre ai ragazzi partecipanti la possibilità di effettuare stage in strutture "non protette" (cioè nel mercato del lavoro vero e proprio) anche all'estero. 

 

Cosa serve per arrivare con successo al lavoro


Insomma, è un dato di fatto: in molti casi, le persone con la sindrome di Down possono lavorare e lo fanno con buoni o ottimi risultati, dando un contributo concreto ed efficace alla società. Questo però non vuol dire che risultati del genere si raggiungano senza sforzo, dall'oggi al domani.

 

Tanto per cominciare, occorre che, fin da bambini, le persone con trisomia 21 siano adeguatamente seguite dal punto di vista medico e riabilitativo e stimolate dal punto di vista intellettivo, perché possano esprimere al meglio il loro potenziale. Poi bisogna metterle in grado di raggiungere un'adeguata autonomia nello svolgimento delle attività quotidiane, dal prendere i mezzi pubblici al fare la spesa: "Un prerequisito fondamentale per l'inserimento lavorativo" puntualizza Contardi, autrice tra l'altro proprio di un manuale di consigli e strumenti per affrontare il mondo del lavoro: Chi trova un lavoro trova un tesoro (Erickson 2017). Infine, occorre che esistano dei servizi di orientamento e preparazione al mondo del lavoro, oltre che di sensibilizzazione delle aziende.

 

Per esempio, bisogna fare in modo che ogni aspirante lavoratore trovi il lavoro giusto per lui o per lei. "Da questo punto di vista le persone con la sindrome di Down sono esattamente come tutte le altre" afferma Contardi. "C'è chi sarà più portato per certe mansioni, chi per altre. Così, un lavoro che richiede una buona capacità di attenzione sarà più adatto a una persona con una disabilità intellettiva lieve. Viceversa, una persona che non sa leggere o scrivere potrà comunque dare il suo contributo in altre mansioni più fisiche, come il giardinaggio o l'aiuto nella spesa".

 

Il problema è che spesso le istituzioni pubbliche sono piuttosto carenti nell'offerta di questi servizi, che si tratti di percorsi di autonomia, di sensibilizzazione delle aziende, di inserimento lavorativo. Spesso, per fortuna, sopperiscono le associazioni: nei suoi percorsi per l'inclusione lavorativa, per esempio, Aipd offre un servizio di tutoraggio che accompagna i nuovi assunti sul posto di lavoro per alcuni mesi, affiancandoli per un tempo via via decrescente per aiutarli a capire meglio il loro ruolo, e per aiutare i colleghi a trovare le modalità più adeguate per interagire con i nuovi arrivati. Se però oltre al contributo pubblico manca anche il sostegno di una realità associativa (perché magari il territorio ne è proprio sprovvisto) spesso l'inserimento lavorativo di una persona con sindrome di Down rimane un miraggio.

 

Scambio di esperienze


Se l'inserimento lavorativo a tutti gli effetti può e deve essere un obiettivo per molte persone con la sindrome di Down, altre esperienze possono comunque rivelarsi utili, in attesa o in alternativa a un lavoro vero e proprio. È il caso delle esperienze messe in gioco da un altro progetto Aipd di qualche anno fa, chiamato Il mercato dei saperi e pensato per mettere in comunicazione persone con la sindrome di Down e anziani, cioè due categorie spesso pensate solo come destinatari di assistenza e invece portatori di conoscenze reciprocamente utili.

 

"Per esempio, alcuni anziani potevano insegnare ai ragazzi con la sindrome di Down a preparare la marmellata, a usare il cellulare, o ad aggiustare cose rotte, mentre i ragazzi in cambio potevano dare una mano con le pulizie di casa, i traslochi, la spesa". Piccoli servizi utili alla comunità, in tutti i sensi.