Parto

Assistenza alla nascita in Italia: ancora troppi cesarei, troppi punti nascita "piccoli" e pochi parti del tutto naturali

Di Valentina Murelli
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02 Aprile 2019
L'analisi delle schede di dimissione ospedaliera rilasciate dal Ministero della Salute tracciano un quadro di leggero miglioramento per il numero di cesarei, ma ancora con molte zone d'ombra. Il commento di Maria Vicario, presidentessa della Federazione delle ostetriche italiane
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Un piccolo miglioramento rispetto al 2016 c'è stato, ma nel 2017 i parti cesarei in Italia sono stati ancora tanti (troppi)

: uno su tre, il 33% delle 452 mila nascite totali. Un numero che nelle case di cura private sale addirittura al 50%, uno su due. Sono i dati che emergono dall'analisi delle Sdo, le schede di dimissione ospedaliera, appena rilasciate dal Ministero della salute per il 2017.

 

I dati confermano un lento trend positivo, considerato che in un anno le nascite con cesareo sono passate dal 34,8% al 33,7%. Come sempre quando si parla di sanità, i dati evidenziano anche forti differenze regionali: la Campania resta la regione dove si fanno più cesarei (54% dei parti, anche se va segnalato un calo di quasi il 5% rispetto all'anno precedente), seguita da Molise e Puglia, con il 42%. Veneto, Friuli Venezia Giulia e provincia autonoma di Trento sono invece le aree dove se ne fanno meno (22-23%).

 

Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il taglio cesareo è un intervento formidabile, in grado di salvare la vita di mamme e bambini, ma “solo quando è richiesto per indicazioni mediche ben precise”, ed è difficile immaginare che una donna su tre (o addirittura una su due) nel nostro paese si trovi in condizioni mediche tali da richiedere necessariamente questo intervento. Sempre l'Oms sottolinea che, a livello di popolazione, tassi di cesarei superiori al 10% non risultano associati a una riduzione complessiva dei tassi di mortalità materna e neonatale.

 

In effetti c'è la convinzione che il cesareo sia ormai un intervento così sicuro da poter essere considerato tranquillamente alternativo rispetto a un parto vaginale, ma non è esattamente così. Se è vero che si tratta di un intervento con altissimi standard di sicurezza e che, appunto, ci sono condizioni mediche per le quali è più sicuro di un parto vaginale (o addirittura salvavita), è altrettanto vero che resta un intervento chirurgico molto impegnativo, non privo di rischi di complicazioni anche importanti.

 

L'ultima conferma in questo senso viene da uno studio appena pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, che ha messo a confronto donne che avevano avuto gravi complicazioni dopo il parto con donne che non avevano avuto complicazioni (tutte in assenza di fattori di rischio preesistenti). È emerso che tra le mamme del primo gruppo era stato molto più elevato il ricorso a parto cesareo, specialmente per le donne con più di 35 anni. Certo, parliamo di complicazioni (in particolare emorragia post parto) comunque rare o molto rare, ma rimane il fatto che sono risultate più frequenti nelle donne che avevano fatto il cesareo – specie se oltre i 35 anni – rispetto alle donne che avevano partorito per via vaginale.

 

Tornando alle nostre Sdo, c'è anche da sottolineare che tra le strutture pubbliche nelle quali si eseguono più cesarei figurano i punti nascita con meno di 500 parti l'anno (35,8%), che sono ancora un quarto del totale (117 su 474, per il 6% dei parti totali), nonostante siano ormai passati quasi 10 anni da un accordo Stato-regioni del 2010, che ne prevedeva la chiusura. Dati che non sorprendono Maria Vicario, presidentessa della Federazione nazionale degli ordini della professione ostetrica (Fnopo), secondo la quale “nei punti nascita dove non sono presenti tutti gli standard di sicurezza gli operatori praticano spesso un'ostetricia interventista invece di un'ostetricia aspettante, di vigile attesa".

 

D'altra parte, sono anche dati che vanno di pari passo con quelli rilasciati pochi giorni fa all'Ansa dalla stessa Vicario, che ricorda come “un parto senza interventi medici e senza farmaci, ma assistito solo da un'ostetrica, attraverso un rapporto uno a uno in grado di rievocare un ambiente familiare, nel rispetto dei tempi della donna, sia di fatto possibile oggi solo in tre grandi ospedali italiani, tutti del Centro-Nord”.

 

 

Eppure, è proprio questo il tipo di parto indicato come più adeguato dall'Organizzazione mondiale della sanità per garantire un'assistenza sicura e un'esperienza positiva, ovviamente se esistono le condizioni perché si possa procedere in questo modo e non si debba invece garantire un'assistenza medica di altro tipo.

 

Del resto ci sono delle precise linee guida internazionali e nazionali (nel nostro paese sono state emanate nel 2017) che definiscono quando un parto può essere affidato in autonomia alle ostetriche, a partire dal fatto che deve trattarsi di una gravidanza a termine e senza complicazioni. “C'è però una resistenza culturale, ancora prima che organizzativa, a spostarsi verso queste forme di assistenza” afferma Vicario. “Con la legge 833 del 1978 è stata soppressa la condotta ostetrica e le donne sono state indirizzate alla nascita in ospedale, dove vari professionisti (non solo ostetriche ma anche ginecologi, neonatologi, infermieri) interagiscono sulla scena del parto. Ci vorrà del tempo per la diffusione del modello di assistenza uno a uno”.