Prematurità

Bambini prematuri, i rischi possibili per la vita

Di Valentina Murelli
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11 Gennaio 2019
La prematurità è una malattia grave: sopravvivere – e bene – oggi è sicuramente possibile, ma non deve essere dato per scontato. Alcuni bambini estremamente prematuri non ce la fanno, per problemi legati a immaturità degli organi o all'elevato rischio di infezioni. Le precisazioni del presidente della Società italiana di neonatologia, Prof. Fabio Mosca.
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“La prematurità è una malattia grave

: ci sono stati grandi progressi nella capacità di far sopravvivere i bambini prematuri e di farli sopravvivere bene, ma non possiamo nascondere che alcuni di loro purtroppo non ce la fanno. Anche se c'è una buona possibilità di sopravvivenza, questa non può essere data per scontata in particolare per i bimbi estremamente prematuri, che rischiano la vita a ogni minuto”.

 

Sono le parole del Professor Fabio Mosca, presidente della Società italiana di neonatologia, a commento della vicenda che sta coinvolgendo in questi giorni gli Spedali Civili di Brescia, nella cui terapia intensiva tra il 30 dicembre e il 5 gennaio scorso sono deceduti tre neonati. Sulla vicenda stanno indagando – come previsto d'ufficio - la Procura di Brescia, i Nas, una commissione d'inchiesta regionale e gli ispettori inviati dal Ministero della salute Giulia Grillo, ma va subito notato che i decessi hanno coinvolto bambini estremamente prematuri, e dunque particolarmente fragili.

 

nostrofiglio.it ha chiesto al Professor Mosca, che dirige il reparto di neonatologia e terapia intensiva neonatale al Policlinico di Milano, di fare il punto sui rischi possibili per i bambini prematuri.

 

La prematurità è una malattia grave e le Tin non sono hotel a 5 stelle


“Tanto per cominciare bisogna distinguere tra gradi diversi di prematurità. La definizione generale si riferisce a ogni bambino nato prima delle 37 settimane di gravidanza, ma è chiaro che un bambino nato a 36 settimane è in condizioni ben diverse di uno nato prima delle 27-28 settimane e con meno di 1000-1500 grammi di peso o, a maggior ragione, di un bambino nato a 24 settimane”.

 

Le funzioni vitali di questi bambini non sono pronte – precisa il neonatologo - tanto è vero che li teniamo in vita in modo artificiale, altrimenti non ce la farebbero. Negli anni settanta moriva più del 60% dei bambini nati con un peso inferiore a 1,5 kg, mentre oggi ne sopravvive più dell'85%”. È una percentuale molto elevata, ma significa che ancora oggi ci sono bambini che non ce la fanno. “In Italia, per esempio, sono due/tre al giorno i bambini nati prematuri che non ce la fanno”.

 

Per questo Mosca, pur in attesa dell'esito delle inevitabili e necessarie indagini, non crede che a Brescia ci siano state colpe della struttura o degli operatori, sottolineando invece che si tratta di una Tin (terapia intensiva neonatale) eccellente pronta ad accogliere casi critici, estremamente fragili e dunque a maggior rischio di esito infausto. “La Tin non è mai un hotel a cinque stelle: non dimentichiamoci mai che in questi reparti ci sono bambini tenuti in vita solo grazie a tecnologie molto sofisticate, a farmaci, a conoscenze sempre più raffinate”.

 

Le possibili complicazioni per i bimbi prematuri


“Sono principalmente di tre tipi: insufficienza respiratoria, infezioni e complicazioni a carico dell'apparato intestinale” spiega il neonatologo.

 

Insufficienza respiratoria
I bambini prematuri hanno polmoni immaturi sia dal punto di vista strutturale sia da quello biochimico, perché sono privi di surfattante, una molecola che riveste gli alveoli polmonari, fondamentale per la loro espansione. “Significa che non riescono a garantire come dovrebbero gli scambi gassosi (di ossigeno e anidride carbonica) ai quali sono deputati: per questo dobbiamo intervenire con respiratori meccanici e tecniche di ventilazione, altrimenti i bambini non sopravviverebbero”.

 

Infezioni
“Come i polmoni, anche il sistema immunitario dei neonati prematuri è particolarmente immaturo, e questo li rende molto vulnerabili all'attacco di virus e batteri, compresi microrganismi considerati innocui per gli adulti” afferma Mosca. Anche in questo caso, più il neonato è prematuro e più risulta esposto alle infezioni, anche per il mancato trasferimento di fattori protettivi dalla mamma al feto, che si verifica soprattutto nelle ultime settimane di gestazione.

 

“Se oggi abbiamo ottimi strumenti per contrastare l'immunità polmonare, dalle tecniche ventilatorie alla possibilità di somministrare surfattante, lo stesso non vale per le infezioni, contro le quali abbiamo ancora poche armi” precisa l'esperto.

Senza contare che proprio per poter sopravvivere il  neonato prematuro ha bisogno di procedure invasive (cateteri, ventilazione meccanica, drenaggi), che costituiscono un ulteriore e inevitabile fattore di rischio per le infezioni. “Ma attenzione: non significa che il bambino si infetta perché la Tin non è a norma dal punto di vista igienico o gli operatori non si sono lavati bene le mani: purtroppo si tratta di un rischio connesso alla sua natura e alla natura delle procedure alle quali è sottoposto”.

 

Enterocolite necrotizzante
“I polmoni non sono gli unici organi immaturi del neonato prematuro: anche reni e cuore funzionano meno bene, tanto che spesso servono farmaci specifici per esempio per mantenere una buona pressione, e lo stesso vale per l'apparato intestinale, che non era pronto a ricevere cibo visto che in utero il bambino veniva nutrito attraverso la placenta e il cordone ombelicale” spiega Mosca.

 

“Una volta nato, il bimbo prematuro viene nutrito per via endovenosa e con latte materno per via enterale, cioè tramite una sonda che arriva direttamente all'apparato digerente”. Talvolta, può succedere (nel 5-7% dei casi) che l'immaturità dell'intestino porti a una condizione grave chiamata enterocolite necrotizzante, in cui sia ha necrosi, cioè morte, del tessuto intestinale stesso. È la condizione che ha portato alla morte due dei neonati di Brescia.

 

Se questi sono i rischi principali, va detto che non sono però uguali per tutti e che c'è una grande variabilità individuale, per cui può succedere che bambini che sulla carta avrebbero meno chance, per esempio perché nati molto prematuramente, alla fine se la cavino meglio di bambini apparentemente meno a rischio. “Molto per esempio dipende anche dalla storia della gravidanza” precisa il neonatologo. “Per molti bambini la nascita prematura dipende da un'infezione asintomatica in utero, per cui quando vengono al mondo hanno già subito una condizione di infiammazione più o meno prolungata. E ancora: per alcuni il parto è più facile e per altri meno, qualcuno riesce a fare la profilassi con i corticosteroidi per la maturazione polmonare e altri no, qualcuno ha più difficoltà di altri ad alimentarsi e così via”.

 

Un equilibrio estremamente precario


Uno degli aspetti più drammatici (e più difficili da accettare) della prematurità estrema è la precarietà delle condizioni, che possono cambiare in modo radicale da un momento all'altro. Lo raccontano anche i genitori di uno dei bimbi deceduti a Brescia: stava migliorando e poi improvvisamente la situazione è precipitata e il piccolo non ce l'ha fatta.

 

“Purtroppo è così” conferma Mosca. “Se per squilibrare un ragazzo sano deve succedere qualcosa di molto grave, per questi bambini così instabili e fragili basta davvero pochissimo per aggravare la situazione. Eppure la consapevolezza di questa fragilità non dovrebbe portare a vivere nel terrore dell'attimo: i genitori devono sapere che nelle Tin si fa davvero tutto quanto è possibile per garantire la sopravvivenza dei loro bambini”.

 

Anzi, da questo punto di vista Mosca spezza con decisione una lancia proprio a favore delle Tin italiane, dove si registra uno dei tassi di mortalità per bambini con peso inferiore a 1500 grammi più basso al mondo (11,3% rispetto al 14,3% delle più importanti terapie intensive neonatali del mondo). “Merito di una maggiore attenzione nella modulazione dell'intensità e dell'aggressività delle cure (siamo tendenzialmente meno invasivi di quanto accada per esempio negli Stati Uniti), dell'attenzione all'uso del latte materno (siamo il primo paese in Europa per numero di banche di latte umano donato), del coinvolgimento dei genitori, con più del 60% delle nostre Tin dove i genitori possono entrare H24: stare con il proprio bambino è in genere di grande aiuto per i genitori, oltre a promuovere l'allattamento al seno”.

 

Per approfondire: